UN MOTIVO PER SPARARE

Racconto in concorso

UN MOTIVO PER SPARARE

Di Riccardo Giordano

Ormai è chiaro che la crisi climatica rappresenta una minaccia senza precedenti non solo per la sopravvivenza del pianeta, ma anche per le nostre idee sulla capacità della democrazia e del capitalismo di riconoscere questo problema come tale e affrontarlo con la giusta prospettiva, fermezza e urgenza.
Il surriscaldamento globale è stato descritto come il più grande fallimento nella storia del mercato ma è anche, finora, il più grande fallimento nella storia della democrazia.
Durante il mio mandato porteremo avanti ogni azione possibile per confutare queste affermazioni. Il paradosso è che forse dovremo sacrificare la democrazia stessa, con il fine ultimo di salvare l’America, il pianeta e l’uomo.”
Al Gore, dal discorso di insediamento presidenziale. Washington DC, 20 gennaio 2001.

Al Dughaimiyah (Arabia Saudita), 13 maggio 2003. 04:35 AM

“Jorodowsky, Relly: posizione e distanza.”
La voce del capitano alla radio, disturbata dalle interferenze statiche, era quasi incomprensibile.
Jorodowsky e Relly si muovevano ai bordi della strada sterrata, le bocche di fuoco in metallo riciclato dei due fucili puntate in avanti. Scivolavano da un mezzo corazzato sventrato a una roccia, da un punto di copertura a quello successivo. La luce lunare rendeva spettrali le carcasse delle auto ribaltate, ogni spigolo era una lama affilata.
“Obiettivo a ore dodici” rispose Jorodowsky alla radio. “Distanza centocinquanta… No: centoquaranta metri. Avanziamo.”
Un vento notturno e freddo, non ancora riscaldato dal crudo sole saudita, spingeva manciate di sabbia abrasiva sui volti delle due donne soldato. L’aria secca sapeva di fumo e di polvere. Più di fumo che di polvere. Lontano, una raffica di mitra svegliò un cane che rispose abbaiando.
Relly guardava il cavalcavia, l’obiettivo. Poco dopo, all’alba, sarebbe transitato un convoglio diretto al campo petrolifero da occupare, più in là nel deserto. In teoria era una missione banale, di routine: appurare che il passaggio fosse libero. L’intelligence aveva verificato che il ponte non era presidiato.
Nonostante le poche ore di sonno e l’inesperienza in campo, Relly si sentiva lucida e attiva. Il suo sguardo fu attirato da un riflesso innaturale proveniente dall’imbocco del ponte.
“Joro!” provò a dire, ma il bisbiglio si perse nel vento. “Jorodowsky!” disse più forte.
L’altra si girò con un’espressione dura.
“Ho visto qualcosa laggiù”, proseguì Relly. Urlò quasi per sovrastare il vento. “C’è qualcuno, magari è un cecchino. Stiamo attente.”
Si rese conto di aver sbagliato. Alzando la voce si era resa identificabile. Perché cazzo non aveva usato la ricetrasmittente?
In quell’istante una raffica di mitra esplose dal viadotto sollevando una striscia di sabbia vicino ai loro piedi.
Si buttarono a terra.
Relly si trovò riparata dietro un muretto diroccato mentre Jorodowsky era rotolata a cinque metri di distanza, vicino a un container. Entrambe erano illese ma lo sguardo della compagna era glaciale, un blocco di disapprovazione e rimprovero. Relly era più dispiaciuta per averla delusa che per aver forse compromesso la missione, soprattutto dopo quello che era successo la sera prima.
Respirò profondamente per calmare l’ansia. Avvicinò il fucile alla testa e provò a puntare il mirino verso il cecchino, ma il buio era ancora impenetrabile.
Sentì l’odore rassicurante della polvere da sparo e delle munizioni in canna. Da quando le pallottole erano in materiale biodegradabile a basso impatto ambientale e le polveri realizzate con sostanze di origine rinnovabile, l’aroma delle armi era diventato più armonioso e rinfrancante, qualcosa che le dava sicurezza.
Guardò ancora la compagna. Jorodowsky stava trafficando con la radio.
“Ci sono troppe interferenze, non riesco a parlare con il comando. I bastardi stanno sparando impulsi in ogni frequenza,” disse Jorodowsky. “Per fortuna così neanche loro potranno chiamare rinforzi.” Alzò lo sguardo sulla compagna. “Relly, dobbiamo liberare il campo da sole, e in fretta, il convoglio sta arrivando. Avanziamo.”
Relly rispose con un cenno. Prima di muoversi si dilungò ad ammirare ancora i movimenti dell’altra, armoniosa come un felino anche con indosso mimetica e armi. Assaporò per l’ennesima volta il calore e la morbidezza della pelle della compagna che ricordava sulle mani, e i sapori e gli aromi di quel corpo meraviglioso, che le erano rimasti in bocca dalla sera prima.

Era stata una serata magnifica quella appena trascorsa, finita da così poche ore.
Relly si era ritrovata da sola al campo a cenare con un impasto vegano poco saporito di tofu e verdure, rinfrescata da una buona birra biologica. Distratta dal repentino tramonto del deserto saudita non si era accorta della commilitone che si era seduta accanto a lei.
“E così domani andiamo in missione insieme, pare.” Due vispi occhi scuri la scrutavano da sotto una frangia irregolare di un colore inesistente in natura, tra il fucsia e il rosso.
Relly guardò un istante l’altra soldatessa per capire chi fosse, poi chiese: “Jorodowsky?”
“Esatto. E tu sei Relly, giusto?”
“Già.”
“E sei una volontaria, vero? E non hai mai sparato a nessuno, suppongo.”
“E allora?” Chiese infastidita Relly.
“Mi informo sulle mie nuove compagne di missione, tutto qui. Soprattutto quando sono reclute.”
“Sì, mi sono appena arruolata volontaria. È importante?”
“È per capire se sei affidabile, se hai un motivo per sparare”, Jorodowsky nel rispondere si spostò il ciuffo colorato con uno scatto della testa. “Voglio sapere se non ti cagherai addosso alla prima raffica o se, peggio, non ti lancerai come un’invasata verso il nemico facendoti ammazzare per niente. Come mai ti sei arruolata?”
Relly ebbe voglia di alzarsi e andarsene. Poi gli occhi intensi dell’altra e la necessità di avere qualcuno vicino ebbero il sopravvento.
“Perché il presidente Al Gore ha ragione” rispose. “Dobbiamo salvare il mondo, il cambiamento climatico va fermato subito altrimenti la razza umana e il nostro pianeta non sopravviveranno. E se l’unica maniera è esportare la coscienza ambientale con la forza, o conquistare i pozzi di petrolio in modo che non siano più una fonte di emissioni di CO2, ebbene, io sono pronta a sacrificarmi. L’esercito americano è entrato in azione per questo e io voglio fare la mia parte. E no, non ho mai ucciso nessuno.”
Gli occhi di Jorodowsky risposero con un’espressione ironica.
“Bel comizio. Non sarai mica una fanatica religiosa? Sei dentro qualche setta tipo la Green Jihad, o la Sustainability Crusade. O sei con quei pazzi della Reconquista Ambientale?”
“No, non sono religiosa, né faccio parte di sette. Non ho fede nella fede. Non penso che da qualche parte esista qualcosa per cui valga la pena avere fede. Voglio fare solo ciò che è giusto per me e per il mio pianeta.”
“Non c’ho capito un cazzo ma va bene. Io comunque avevo votato Bush.”
“Per fortuna ha perso il ricorso.”
“Vaffanculo.”
“Vaffanculo tu.”
Avevano riso forte.
“Non ho ancora capito se sarai una brava militare.” Gli occhi di Jorodowsky avevano cambiato ancora espressione, ora erano sorridenti e dolci. “Ma sicuramente sei molto carina. Vieni, andiamo a finire la birra e a conoscerci meglio in un angolino tranquillo.”
Relly si era sentita avvampare, dentro e fuori. Si rese conto che il bisogno di sentire qualcuno vicino, soprattutto di entrare in contatto con Jorodowsky, era diventato soverchiante. Aveva sorriso e seguito la commilitone in una infermeria di cui chissà come l’altra aveva la chiave, e si erano chiuse dentro.

Ora la sera prima era solo un ricordo latente. L’alba stava arrivando e tra poco sarebbe giunto anche il convoglio. Il cecchino era ancora irraggiungibile. Ogni volta che cercavano di uscire dal riparo una raffica di mitra le faceva retrocedere. I primi raggi del sole incominciavano a disegnare in cielo nuvole di luce, arazzi, tessuti, ragnatele di sfumature rosa che si mescolavano a formare sudari di squisita eleganza.
“Ascolta”, Relly si scosse per la voce della compagna nella ricetrasmittente. “Il comando è ancora irraggiungibile e muovendoci in avanti in questo modo non arriveremo mai all’obiettivo. Tu sei in una posizione migliore. Io creo un diversivo, tu corri fino a quella roccia, quella rossa là in fondo. Da lì potrai fare fuoco. Pronta?”
Relly pronta non era ma rispose: “Pronta.”
“Ora.”
Jorodowsky lanciò una bomba a mano oltre la strada, poi un’altra poco più avanti. Il cecchino cominciò a mitragliare l’area e Relly riuscì a percorrere una cinquantina di metri senza essere vista. Raggiunse la roccia. La posizione era ottima e soprattutto era invisibile al nemico, in controluce nel sole nascente.
Alzò il fucile e inquadrò l’obiettivo. Dall’altra parte vide un ragazzo. Avrà avuto sedici, massimo diciassette anni. Le tacche delle lenti circondavano una faccina smilza con due baffetti appena accennati. Cosa ne poteva sapere lui di riscaldamento globale, di eventi metereologici estremi, di estinzioni di massa, di stati canaglia che non volevano partecipare alla rivoluzione ecologica mondiale? Doveva pagare lui per salvare l’umanità? Il dito di Relly indugiò. Va bene non avere fede nella fede, ma la fede nell’uomo era essenziale.
Stava abbassando la canna del fucile quando la voce di Jorodowsky la bloccò: “Spara, maledizione! Il convoglio sta arrivando.”
L’ammonizione della compagna le fece irrigidire ogni muscolo. Percepì nella voce un anticipo di delusione e disprezzo che non poteva sopportare. Avrebbe retto la rabbia, la condanna, la solitudine dell’abbandono? Maledetti, maledetti tutti. Sollevò di nuovo la canna.
Aveva un motivo per sparare? Le aveva chiesto Jorodowsky la sera prima. E si accorse che ciò che la spingeva ora a prendere la mira non era il bene dell’umanità o del pianeta. Si disprezzò perché l’unico motivo era l’egoistico desiderio di non perdere la calda fiducia della compagna.
Premette il grilletto mentre una lacrima si perdeva nella sabbia tra i suoi piedi.

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