DI DOVE DERIVI L’AMORE

Racconto in concorso

DI DOVE DERIVI L’AMORE

Di Nicola Pagan

Maniero di Clos-Lucè, Amboise, 2 maggio 1519

Signora mia Illustrissima,
come promesso Vi faccio recapitare questa missiva nella speranza che il Signore mi conceda il tempo sufficiente per leggere la Vostra risposta.
Come saprete, trovo difficoltoso muovere la mano sinistra e sono impossibilitato ad usare la destra, né, tantomeno, i miei vecchi occhi riescono a mettere a fuoco questi pochi fogli di carta. Cercherò, per quanto possibile, di vergare di mio pugno almeno la firma, ma la missiva tra le Vostre mani è stata redatta sotto mia stretta dettatura dal mio servitore, Battista de Villanis.
Come Vi avevo scritto nella precedente lettera, molte sono le faccende nelle quali ho messo ingegno e, in gioventù, forza e impeto. Di esse Vi ho parlato a lungo nelle Vostre rare visite al maniero, maggiormente Vi ho scritto nelle missive. Con quest’ultima, e non crediate che non senta di essere certo che essa sarà proprio l’ultima missiva che saprò dettare al mio fido servitore, intendo edurVi circa due tra le faccende a me care, per le quali provo e proverò rimpianto se non sarò stato in grado di capire.
La prima riguarda senza dubbio la Morte. Essa è la prova ultima di ogni uomo, superata la soglia della quale ci si troverà innanzi a Dio, oppure all’oblio eterno. Vi prego di non permettere ad alcuno di posare occhi su queste mie frasi, giacché non amerei ritrovarmi dinnanzi al Nostro Signore con una lettera diversa dalla presente, vergata di suo pugno dal Nostro Pontefice. Di più non aggiungerò circa la Morte. Non avrebbe senso prendere appunti, come ho sempre fatto dinnanzi alle vicende della vita, giacché, se anche ne fossi ancora in grado, me li porterei nella tomba.
La seconda faccenda è quella che più mi sta a cuore. Essa è il motore di ogni azione umana, la scintilla dalla quale la vita prende vita, il senso di ogni pensiero. È l’Amore.
Mai ho avuto modo di concepire di dove derivi questo sentimento. Esso non è come gli altri. Rabbia, piacimento, disgusto, compassione, felicità, gelosia, odio, orgoglio, sorpresa, e tutte le altre emozioni che l’uomo sperimenta derivano da movimenti esterni al corpo umano. Sono mossi da azioni influenzate da altri, che siano essi esseri umani o animali, o cose, o avvenimenti. Ma l’Amore no. Esso è di provenienza interna, deriva da un movimento interiore che fuoriesce con lo scopo di raggiungere il destinatario del sentimento.
A prova di ciò, ho deciso di sperimentare di dove derivi l’Amore, cioè di quale parte del corpo umano esso sia generato. Che sia il cuore, come dicono i letterati e i poeti, che sia il cervello, come sostengono i medici e i chirurghi, come effluvio di particelle da esso generate che giungano alle varie parti del corpo umano, la mia sperimentazione si è spinta oltre.
Mi sono prodigato alla cerca di un soggetto femminile, che, si sa, le donne risentono maggiormente degli effetti di questo sentimento, e l’ho trovato nella sposa del mio servitore Battista de Villanis. Ella è una giovine donna di bassa arguzia ma di grande beltà, la cui caratterizzazione a me utile è il suo amore nei confronti del marito. L’ho studiata per qualche giorno prima di sceglierla, e solo quando mi sono convinto che ella fosse davvero colta d’amore per il mio servitore, ho chiesto e ottenuto i suoi servigi. Non potevo spiegare allora quali essi fossero, pena un sicuro diniego, ma sono certo che Marina de Busti, questo il suo nome, abbia compreso che il suo sacrificio si sia reso necessario per il raggiungimento della verità. Ella è viva, beninteso, ho attuato tutte le manovre necessarie al suo mantenimento in vita, anche se non sono certo se, dopo questa sera, la sua vita potrà essere mantenuta. Ma la conoscenza di dove derivi l’Amore, il suo motore, vale questo suo sacrificio?
Ve lo chiedo, consapevole di come una tale domanda non abbia necessità che di un solo tipo di risposta.
Ho iniziato due settimane fa. Con l’aiuto del mio fedele servitore e di due audaci aiutanti, miei studenti, ho fatto stendere Marina de Busti sul lettino e, con la maestria derivata dagli studi di anatomia sui corpi freddi dei cimiteri, le ho asportato le braccia. Scrivo in prima persona come se io solo sia l’autore fisico di tale intervento sul corpo della donna, ma sarete certamente ben consapevole come le mie attuali condizioni non mi permettano di operare con cognizione di causa e in autonomia, senza causare danno alle membra della mia paziente. Sono, sì, sperimentatore e scienziato, e proprio in quanto tale tengo alla qualità dei miei esperimenti.
Ero ben convinto che l’Amore non si genera dagli arti superiori, né da quelli inferiori, eppure ho ritenuto necessario l’approccio scientifico e vicino alle moderne esperienze in materia di scienza. Non è stato necessario cicatrizzare alcunché, giacché le ho applicato alle spalle due bracci meccanici appositamente da me preparati. Sensibili, con le medesime movenze di quelli naturali, ho unito i nervi delle spalle, i vasi sanguigni, i muscoli, i tessuti e i lembi di pelle a quelli da me realizzati. E dalla mattina successiva Marina de Busti li adoperava in modo abbastanza egregio, nonostante un’evidente sofferenza da me niente affatto sottostimata, e curata con abbondanti dosi di medicamenti.
La sperimentazione prevedeva un’intervista alla donna per mezzo di domande che mi fornissero chiarimenti in merito al suo Amore nei confronti del mio servitore. Ella ha ammesso di amarlo, nonostante la carenza delle braccia, e io ho sorriso sul momento. Le prove più impervie sarebbero venute i giorni successivi.
La sera stessa ho provveduto all’amputazione delle gambe. Come per gli arti superiori, ho provveduto all’applicazione di arti meccanici in tutto simili a quelli naturali. La mattina successiva, Marina de Busti camminava, nonostante un’evidente zoppia e una sofferenza maggiore che nel giorno precedente. Forse che il dolore derivi dall’assenza degli arti? Non ho approfondito l’argomento, poiché la mia volontà era una sola: scoprire di dove derivi l’Amore. Nell’intervista associata all’intervento, la donna ha ammesso di amare il suo uomo come non aveva mai fatto prima.
I giorni successivi sono stati duri. Tralascerò ogni singolo intervento, ma voglio che Voi sappiate come il mio impegno non sia mai venuto meno. Ho predisposto un duplicato esatto per ogni elemento del corpo asportato: gli organi interni li ho sostituiti, uno alla volta, con organi meccanici di provata efficacia; l’apparato riproduttivo, colui che dà vita alla vita, con uno nuovo realizzato in muscoli di maiale e pelle coltivata, la colonna vertebrale e le coste con assi di legno di quercia essiccate al sole e stagionate, e modellate alla guisa degli elementi ossei che andavano a sostituire.
Marina de Busti era sofferente, le dosi di medicamenti sono stati aumentati fino al massimo consentito dalla scienza medica; eppure, tutto ha funzionato. Ella ha proseguito a svolgere alcune semplici attività. Camminava, parlava, mangiava, defecava, si è anche unita carnalmente al mio servitore, su mia richiesta si intende, per provare la presenza effettiva dell’attrazione fisica di derivazione dall’Amore.
E arriviamo a ieri sera. Avevo sostituito tutti gli organi del corpo, a parte il cuore ed il cervello. Ella amava ancora il suo uomo, dunque, prima di ieri, ero in grado di sostenere, senza tema di smentita, come l’Amore risieda e derivi da uno dei due organi, come sostenuto dai poeti o dai medici. Chi dei due abbia ragione? Ho stabilito insieme a Battista de Villanis di procedere con il cuore. Era più facile, poiché ero già dotato di un impianto meccanico di pompaggio dei liquidi, e poiché il cervello è un organo maggiormente ignoto rispetto agli altri.
Ma la scienza non erra. Se avessi sostituito il cuore naturale con uno meccanico, ed Ella avesse amato ancora il suo uomo, avrebbe significato che l’Amore deriva dal cervello. In caso contrario, lo fa partendo dal cuore.
Anche ieri, come le sere precedenti, l’esperimento ha funzionato alla perfezione. Anzi, Marina de Busti mi pareva meno portata alla sofferenza, nonostante da qualche giorno fossi in grado di vedere una simile sofferenza nell’animo di Battista de Villanis. Da qualche tempo lo sorprendevo a fissarmi di nascosto con occhi strani, si strusciava le mani, si mordeva le unghie, dormiva poco, grandi occhiaie gli solcavano il volto.
Alle mie domande sul suo amore, Ella si è messa a pensare. Ha osservato a lungo il soffitto, come se volesse trarre dall’unico organo naturale rimasto una risposta, poi ha guardato il marito e me, e mi ha risposto.
Riporto le sue esatte parole per dovere di precisione.
«Maestro Leonardo, il mio amore per l’uomo che mi ha presa in moglie non è mai venuto meno.»
Ho esultato di gioia. Non potete immaginare quanto sia stato felice di quella risposta. Me lo aspettavo, meglio lo speravo. I poeti e i letterati non sono avvezzi a parlare di questioni fisiche e scientifiche. Che procedano come i bambini, a tentoni e al buio, e che lascino a noi scienziati le questioni più importanti.
Ieri sera, tuttavia, un dubbio mi è sorto: e se l’Amore derivi da entità estranee perfino all’organo deputato al pensiero razionale dell’uomo? E se non fossi a conoscenza di tutto?
Il tempo per me su questa terra non è molto, questo lo sapete, ho dunque preso una decisione. Questa sera procederò alla sostituzione anche del cervello. Ne ho fatto predisporre uno, completo di ingranaggi e connessioni. Devo esserne sicuro, Signora mia Illustrissima. Prima di lasciare questo mondo e scoprire tutto sulla Morte, voglio venire a conoscenza dell’Amore.
Giunge adesso il tempo del riposo, lascio vergare al mio fidato servitore queste ultime parole. Farò un riposo di alcuni minuti, per rigenerarmi, e poi andrò a controllare il cervello meccanico.

Leonardo da Vinci

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