IL CASTELLO DELLE FAVIS

Racconto in concorso

IL CASTELLO DELLE FAVIS

Di Diego Antonio Pucci

Si stava scaldando grazie al cantuccio vicino al fuoco scoppiettante e alla zuppa di cereali che scivolava piacevolmente nello stomaco. Gli affari non erano andati bene per tutta la settimana. Presto sarebbe dovuto ripartire per una nuova località, magari un capoluogo o una grande città. Aveva scelto Montereale Valcellina perché aveva ritenuto che un centro abitato più piccolo volesse dire meno concorrenza, ma si era dimenticato che significasse anche meno affari. Stava tentando di mettere in ordine i suoi pensieri, si dava al massimo un altro paio di giorni per salvare il salvabile.  Avrebbe lasciato il paesello per luoghi più avvezzi al commercio al più presto.
«… te lo ho detto, lo ha visto anche il buon Alberto. Volava sopra i suoi campi in piena notte avvolto da una luce dorata.»
Sigismondo alzò la testa della sua ciotola e guardò in direzione degli avventori riuniti attorno a un tavolo di legno. Tre di loro stavano consumando la sua stessa zuppa mentre un altro ondeggiava il cucchiaio in aria parlando animosamente.
«Il castello delle favis? È solo una vecchia storia per bambini.» Obbiettò un energumeno senza distogliere il viso dalla ciotola.
«Forse. Però è stato visto!» Rincalzò l’uomo magro dalla barba lunga che stava facendo raffreddare la pietanza senza averla assaggiata. «Dicono che celi immense ricchezze, un tesoro così favoloso da essere incalcolabile. E che le favis siano così buone che permettono a chiunque riesca a raggiungere il castello di andarsene con quanto oro possa trasportare.»
«E come? Non mi pare che qualcuno abbia imparato a volare ultimamente.»
«Anni fa ho incontrato un benandante, sapete?» Intervenne un altro. «Uno di quei santi uomini che ci proteggono dalle fiere e dalle streghe viaggiando in tutto il Friuli e persino altrove. Beh, mi disse che in particolari giorni i benandanti possono separare l’anima dal corpo, così, con lo spirito raggiunse il castello delle favis e dopo aver parlato col sant’uomo le buone fate hanno fatto cadere una moneta d’oro a terra in modo che potesse coglierla successivamente.»
«Ma qui nessuno di noi è un benandante o sbaglio?» L’energumeno tirò su col naso.
«Ovviamente no! Però, c’è un altro modo! Ho sentito dire che chi è in grado di vedere i fuochi fatui può attirare il castello a terra se canta la nenia delle buone fate mentre avvista il palazzo volante.»
A quelle parole la mente di Sigismondo lo riportò alla mattina precedente, quando si era recato a comprare del pane e davanti il fornaio aveva visto un uomo rimproverare violentemente il figlio perché questo affermava di aver visto un fuoco fatuo. Segno di sventura e malocchio. Forse era possibile concludere qualche buon affare persino in un piccolo paesello. Se avesse ben giocato le sue carte alla cena successiva avrebbe mangiato carne a volontà. Un sorriso marpione si dipinse sul suo volto mentre mandava giù un cucchiaio di zuppa.
 La mattina seguente, dopo essersi recato di buonora presso la casa di un’anziana per raccogliere le informazioni necessarie sul castello e i suoi riti, giunse nuovamente anzi il forno per acquistare del pane. O almeno per farlo credere. Come si aspettava il padre aveva nuovamente condotto il figlio innanzi al forno in modo che entrambi si saziassero grazie al buon odore del pane recitando la formula tradizionale “tò, lupo, ecco un forno di pane, togliti la fame.” Sigismondo acquistò due pagnotte di pane bianco per poi fingere di aver casualmente udito il padre proferire la formula saziante. Si voltò verso questi offrendo al bambino un lavoro. Il mercante affermò di necessitare di qualcuno che lo aiutasse a scaricare le merci dal suo carro e che avrebbe ben pagato la giornata. S’affrettò ad aggiungere che in questo modo il padre non avrebbe perso la giornata di lavoro nei campi e per dimostrargli che non lo stava truffando gli avrebbe consegnato metà della paga in anticipo. Il padre accettò di buon grado e disse a Ivano che si sarebbero rivisti la sera.
Svuotato il carro dalle merci invendute Sigismondo chiese al bambino d’accompagnarlo nel bosco per cogliere dei funghi con cui riempire il carretto. Ivano trasalì e pregò di non doversi avvicinare agli alberi di noce facendosi un maldestro segno della croce. Il mercante lo rassicurò che sarebbero stati ben lontani da quegli alberi che aveva sentito dire attirassero le streghe. Mentre si avviavano il piccolo aggiunse che anche i lupi mannari si avvicinano al malefico albero, perché di notte le streghe vi si radunano attorno e festeggiano il diavolo con un sabba, così lasciando una traccia squisita per tutte le creature del male. La selva li avvolse come un sudario.
Mentre percorrevano la strada Ivano si fermò a raccogliere dei funghi. Anche il mercante finse di fare lo stesso, ma, poiché gli premeva raggiungere la radura prima del tramonto per poter praticare i riti appresi, liquidò il bambino dicendogli che dovevano prendere solo i funghi che si trovavano in un posto lontano dagli alberi.
«Non stiamo cercando funghi, vero? Loro crescono vicino agli alberi, non lontano.»
Sigismondo si morse la lingua per essersi smascherato da solo. Gli confessò che stava cercando il castello delle fate e che se lo avesse aiutato avrebbe reso suo padre un uomo molto ricco e felice.
«Le favis, le fate buone del bosco. La mamma mi raccontava sempre che se lasci delle briciole di pane bianco alla finestra le fate potrebbero lasciarti un dono.» Affermò sorridendo. Poi si rabbuiò di colpo «Però, la nonna non ci permetteva mai di farlo. Diceva che il cibo non si spreca, ma una volta mi ha detto che è perché le fate sono pericolose.»
Il mercante gli lanciò uno sguardo torvo, come ad ammonirlo che stesse parlando troppo. Ivano decise di tenere per sé i suoi pensieri. Si sentì solo. Si guardava continuamente intorno temendo di vedere un albero di noce. Fortunatamente non ce ne erano. Però, scrutando l’orizzonte vide che il sole stava calando sul terribile monte Fara e ripensò ai tremendi orrori che la nonna gli aveva detto si nascondessero lassù.
Attraversato il torrente Cellina giunsero alla radura dove Sigismondo vuotò il carro di tutto, anche della cesta di funghi, poiché voleva essere certo che sarebbe uscito dal castello con tutto l’oro possibile, non voleva rischiare che qualche moneta non venisse via con lui. Anche il bambino avrebbe potuto trasportare dell’oro con sé, poi si sa, il bosco è pieno di pericoli. Sistemato il carro l’uomo prese a sbriciolare il pane bianco per attirare le fate sotto gli occhi affamati del bambino. Iniziò a spargere molliche per la radura cercando di formare un percorso circolare come lo aveva istruito l’anziana. Il sipario notturno era oramai calato e Ivano iniziò ad aver paura, non voleva passare la notte nel bosco e ci sarebbero volute ore per poter tornare a casa. Ammesso di ricordare la strada. Sigismondo aveva terminato di gettare la propria cena a terra per tornare dal bambino ordinandogli di iniziare a cantare la nenia delle fate. Avrebbe voluto accendere un bel falò, ma tutti sapevano che le fate odiano il fuoco e il ferro.
Trascorsa un’ora Ivano cantava con un filo di voce, stanco e impaurito, mangiandosi le parole, mentre il mercante aveva continuato a camminare scrutando il cielo tutto il tempo. Spazientito si diede dello stolto per aver perso una giornata di lavoro e persino una moneta per dar retta a delle insulse leggende. Si rivolse al bambino impaurito con lo sguardo e prima che potesse proferire una sola sillaba le parole gli morirono sulle labbra. Ivano era scattato in piedi e aveva preso a cantare più forte indicando verso l’alto. L’uomo si era voltato con scatto serpentino a seguire con lo sguardo la direzione indicata dal bambino. Il firmamento, buio più del fondo di un pozzo, illuminato solo da una beffarda luna, venne rischiarato dall’irradiarsi di strane luci globulari. Il castello delle fate. La costruzione restava sospesa con la grazia e la leggerezza di una piuma nel vento. Ivano non poteva credere ai suoi occhi, le favis, stava per conoscerle. Un’eccitazione mista a paura lo invase. Le favis sono buone? Sigismondo attinse a tutto il suo autocontrollo, doveva fare la miglior impressione possibile per potersi riempire adeguatamente le tasche. Un raggio di luce li investì. Non videro nulla. Anche con le palpebre serrate non esisteva altro che il bianco. Sentirono i loro sensi ovattati e lontani. Durò solo pochi secondi, la luce scomparve. Il castello si stava avvicinando. Ivano cercò di memorizzarne ogni dettaglio. La forma morbida e circolare, le mura basse e piatte con un unico torrione centrale simile a una cupola. Non aveva mai visto un castello come quello che aveva innanzi a sé. Era così piccolo, adatto alle fate. Grande poco più di una capanna, forgiato in uno strano metallo argentato, simile al mercurio. Una volta a terra il ponte levatoio non s’abbassò come sperato, ma, scomparve verso l’alto, rivelando un’ombra di grandezza umana. Il bambino vide una fata in una strana armatura da cavaliere lasciare il castello e avanzare verso loro. Sigismondo si fece avanti pronto a dar voce alle sue chiacchiere da mercante. La fata alzò la destra in cui teneva uno strano oggetto simile a una zucchina o a una carota di metallo e la puntò contro il mercante. Un filo di luce attraversò lo spazio tra la creatura e l’uomo come una stella cadente. Di Sigismondo restò cenere. L’essere fatato portò la mano sinistra con troppe dita all’altezza del mento e premette un pulsante. L’elmo s’apri come un fiore al suo sbocciare rivelando un volto vagamente umano, forse femminile, con pelle e crine verdi, occhi grandi e bianchi. Ivano urlò, ma non riuscì a emettere un suono. Si sentiva totalmente paralizzato alla presenza dell’essere. La creatura si portò il polso all’altezza di quella ferita che squarciava il viso simile a una bocca e disse: “Qui Yaggath ad astronave madre, ho trovato una nuova cavia per l’esperimento di fecondazione. Passo.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

PromoSanValentino
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: