LA DAMA E IL MENDICANTE

Racconto in concorso

LA DAMA E IL MENDICANTE

Di Viviana Perotti

Era da molto tempo che la neve non cadeva più sulla città di Firenze. La giovane donna si fermò dinanzi alla Cattedrale di Santa Maria del Fiore: i suoi occhi verdi si elevarono a guardare la maestosità di quel monumento. Sorrise. Si sistemò il cappuccio rosso, da cui sbucavano alcuni ricci biondi. Riprese a camminare, percorrendo il lato est del Duomo. La città era deserta, come spesso era accaduto negli ultimi mesi. Un soffio di vento improvviso le tolse il cappuccio e una lunga chioma bionda si liberò nell’aria. Un uomo, che passava casualmente da quelle parti, nel vederla lasciò cadere il sacchetto con il pane. Era la creatura più bella che avesse mai visto: la cappa rossa, alzata dal vento, ne lasciava intravedere le forme perfette. Lei si volse, gli sorrise e si risistemò il cappuccio sulla testa. Il vento si placò. L’uomo si risvegliò dall’incanto e raccolse svelto i suoi averi. Nel farlo, ebbe l’intuizione su come terminare il romanzo che da mesi giaceva abbandonato in una cartella del suo computer. Avrebbe voluto ringraziare la sconosciuta, ma quando sollevò lo sguardo, lei era già scomparsa oltre la chiesa. 
La giovane continuò a costeggiare il Duomo, sorridendo tra sé. Non era cambiato nulla: la sua bellezza calamitava ancora la mente degli uomini. Il suo sguardo si posò sulla cupola che ornava la Cattedrale. Ripensò al Brunelleschi e alla realizzazione di quell’opera immensa. Impareggiabile. Il segreto con cui l’aveva realizzata, l’Architetto lo aveva portato con sé nella tomba. E lei aveva deciso di custodirlo con gelosia e per l’eternità nel suo cuore. Sorrise, ripensando all’ingegno di quell’uomo. Ah, ne aveva conosciuti tanti di uomini e donne di grande intelletto! Continuò a vagare per le vie della città, lasciando piccole orme nella neve. In piazza della Signoria incontrò un pittore che, appena la vide, la supplicò di ritrarla. Non poté rifiutare: era ciò per cui era nata.
Mentre posava per il giovane pittore, la sua attenzione fu catturata da una ragazza in un vicolo, ferma davanti a un cassonetto dell’immondizia, con una pila di fogli nelle mani. Prese congedo dal pittore, adducendo una scusa, e svelta si diresse verso il vicolo. Lui la salutò con parole colme di gratitudine e tornò subito a concentrarsi sull’opera cui stava dando forma, ispirato da quella bellezza singolare. La ragazza, intanto, continuava a guardare con tristezza il cassonetto. “Al diavolo la musica: non mi darà di che vivere, soprattutto in questo momento!”. Stava per scaraventare con forza il plico di spartiti musicali nel cassonetto, quando un gatto rosso saltò verso di lei, facendola cadere insieme a tutti i fogli. “Ma che diamine…”, i suoi occhi incrociarono quelli verdi del gatto. C’era qualcosa di insolito in quegli occhi, qualcosa che mosse un sentimento in fondo alla sua anima. Qualcosa di ignoto, eppure così familiare. Si rimise in piedi svelta e raccolse tutti i suoi spartiti. Aveva veramente pensato di gettare il suo talento nella spazzatura? Si avvicinò una donna, nascosta sotto un cappuccio rosso e la aiutò con gli spartiti. “Sei una musicista?”, le sorrise. La ragazza rimase spiazzata dalla domanda, ma ancor di più dalla risposta che uscì dalle sue stesse labbra “Sì, una pianista. Amo la musica”. Fino a pochi istanti prima, prima che i suoi occhi incrociassero quelli del singolare felino, stava gettando nell’immondizia tutti i suoi sogni. La donna le consegnò gli spartiti che aveva raccolto. “Spero, un giorno, di poterti sentire suonare”, le sorrise di nuovo e poi con un cenno la salutò. La ragazza la guardò allontanarsi, poi si volse intorno in cerca del gatto. Chissà dov’era finito quello splendido animale.
La donna con il cappuccio rosso camminava ancora per le vie di Firenze. Ogni edificio, ogni statua, ogni singola pietra le ricordava qualcosa. O, meglio, qualcuno. Mentre si incamminava verso Ponte Vecchio, un mendicante allungò una scatola di latta verso di lei. “Fate la carità, gentil signora”. Ella si volse e si tolse il cappuccio. L’uomo alzò lo sguardo e sorrise mestamente. “Una moneta, a un povero mendicante”, disse ancora con malizia. “Non ci sono uomini per le strade” rispose lei, con una voce che suonò come una musica soave. L’uomo ritrasse la scatola di latta e sorrise sotto il berretto malandato. “Stanno morendo nelle loro case”. Per tutta risposta, la donna guardò verso le finestre chiuse che affacciavano sulla via. “Muoiono, dite?”. “Oh sì, signora. Muoiono, a poco a poco”. Lei abbassò lo sguardo verso il mendicante “La malattia?”. Lui sollevò appena il volto, lasciando intravedere un sorriso sdentato, due occhi neri come la pece e la pelle sporca, rovinata dal tempo. “No, la malattia li ha solo reclusi in casa, ma non muoiono di essa. Muoiono lentamente. Inesorabilmente”. Gli occhi verdi della donna si accesero di una fiamma inconfondibile. Il mendicante si chiese se potesse essere lei. “Ditemi, gentil signora, qual è il vostro nome?”. “Non avete risposto alla mia domanda, perché, dunque, dovrei soddisfare la vostra curiosità?”. Il mendicante si sistemò nel proprio giaciglio. “Conoscete già la risposta, onesta signora. Non esiste una sola forma di morte, ma sono tutte accomunate dal medesimo orrore. La morte di cui accennavo poc’anzi è quella che coglie gli uomini che perdono l’amore, la misericordia, la generosità, l’altruismo”, sorrise “La speranza”. Lasciò che l’ultima parola si diffondesse nell’aria, poi, sempre sorridendo, riprese: “Si muore, quindi, di odio, di disumanità, di avarizia, di egoismo. Si muore di disperazione”. Osservò la fiamma che divampava sempre più in quegli occhi verdi e non ebbe più dubbi. “Come voi, gentile ed onesta signora, conoscevate già la risposta al vostro quesito, così io conosco quella alla domanda che vi ho posto. Tuttavia mi piacerebbe sentire il vostro nome pronunciato dalle vostre labbra”. La donna sollevò il mento con fierezza “Il mio nome, dite? Ne ho molteplici, forse troppi per poterli elencare tutti”. Sorrise con nostalgia “Catullo mi cantò come Lesbia, mentre per Dante il mio nome fu Beatrice. Boccaccio mi chiamò Fiammetta, per Petrarca fui Laura. Il Botticelli mi conobbe come Simonetta e Leonardo come Lisa. Leopardi mi vide nei tratti di Silvia, D’Annunzio in quelli di Eleonora. Con Montale mi nascosi dietro al nome di Drusilla. E sono solo alcuni dei tanti nomi con cui sono stata conosciuta. Ho percorso secoli interi cambiando vesti, nome e aspetto, contribuendo a elevare e salvare l’anima degli uomini”. Il mendicante sorrise cinico “Oh, donne eccezionali. Peccato, che quasi tutte siano morte tragicamente. Beatrice, Simonetta, Silvia: tutte strappate nel fiore degli anni alla vita. Portate via da malattie fatali”. La donna lo fulminò con lo sguardo. L’uomo, ignorandola, proseguì “Vede, mia bella signora, la malattia distrugge tutto. E dove non arriva essa, basta l’egoismo degli uomini ad allontanarli dall’amore”. Questa volta fu la donna a ridere fragorosamente “L’amore? Pensa che sia questo il punto? Eppure dovrebbe averlo capito ormai. Nessuno di loro mi ha mai realmente posseduta, quasi tutti mi hanno persa precocemente. Non sono entrata nelle loro vite per amarli, ma per offrir loro la possibilità di trascendere il mondo delle cose. Certo, Amore mi ha accompagnata in moltissime occasioni. Tuttavia, io sono solo la strada, non il fine. Ora sto percorrendo queste vie nei panni di una donna e come tale ho risposto alla sua domanda. Non ho, però, attraversato i secoli sempre con queste sembianze. Ho cambiato sesso, mi sono trasformata in altri animali e a volte mi sono nascosta in una stella, nel vento o nella pioggia di un giorno di primavera. Io non cammino su questa terra per essere amata, ma solo per far germogliare il seme nelle anime degli uomini”. Il mendicante smise di sorridere e contrasse il viso in una smorfia d’odio. “Perché sei qui ora?”. La dama aprì le braccia e indicò tutto ciò che la circondava “Sono qui per vincere, come sempre. Non hai mai vinto e lo sai. Neanche quando mi hai infettata con il tuo germe. Certo sono morta come Beatrice, e anche come Simonetta e Silvia, ma questo non ha compromesso la mia vittoria. Perché avevo già reso fertile il terreno dentro le anime degli artisti che mi conobbero sotto quelle vesti”. Sorrise beffarda e aggiunse “Anzi, ti dirò di più: tu mi hai resa più forte. Nel dolore è nata la più alta forma d’arte, la quale, diffondendosi, ha instillato la speranza in tutti coloro che ne venivano a contatto”. L’uomo si alzò con fatica e, stringendo i pugni, sputò la sua rabbia in faccia alla donna “Tu non vincerai questa volta. Guardali” indicò verso le finestre chiuse “Guardali nelle loro case, chiusi a corrodersi. Stanno morendo e il tuo seme non germoglierà questa volta. La disperazione lo sta annientando, il terreno è sterile. La paura lo ha bruciato”. La dama scosse il capo “Pestilenza, non hai mai vinto in tutti questi secoli e non lo farai nemmeno ora. Per quanto ti stia impegnando, non mi sconfiggerai nemmeno questa volta”. Detto ciò, si sistemò nuovamente il cappuccio sulla testa e si mosse in direzione di Ponte Vecchio. Pestilenza sentì il rancore pervadere la sua anima. “Non vincerai, Speranza!” urlò, mentre la dama scompariva in uno sbuffo di vento. Intanto, il suono di un pianoforte si diffuse dalla finestra aperta di un appartamento. Una bambina, affacciata al balcone a guardare la neve, iniziò a cantare. E presto altre voci si mescolarono al suo canto e alla melodia del pianoforte. Pestilenza strinse i pugni, si alzò, gettando via la lattina di metallo. Maledetta Speranza!

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