POLVERE DI RAGNO

Racconto in concorso

POLVERE DI RAGNO

Di Monica Serra

Noor riparò gli occhi con la mano. Sabbia e rocce, rocce e sabbia, fuse in un inospitale e immutabile tono di ocra.
– Laggiù!
Sua sorella indicò qualcosa. Spronarono i cavalli.
Il villaggio pareva sul punto di dissolversi in un silenzio polveroso e inquietante.
Noor, delusa, tossì terra.
– Anche qui non c’è nessuno.
– La nostra unica speranza è raggiungere Ziad.
– Muoviamoci, allora. Saremo più al sicuro in mezzo al deserto che in questo villaggio-cadavere.
Si allontanarono dalle case vuote come se fossero inseguite dai demoni.

Jahi attese che scomparissero oltre le dune. Scivolò giù per il pendio, fino alla màstaba mezza sepolta nella sabbia. La finta porta era sul lato rivolto a ovest, dietro la lastra delle offerte ancora impregnata dell’odore di erbe bruciate.
Seguì con la punta del pugnale i contorni incisi nel granito. Incontrò resistenza, spinse la lama nella fessura e una voragine si aprì nel terreno, pochi passi più in là.
Assicurò la fune, si accertò che resistesse e si calò nel pozzo, penzolando nel cono di sole prima di lasciarsi cadere. Atterrò al centro di un mosaico a forma di ragnatela. Niente decorazioni né doni votivi, nemmeno un altare. Il tempio segreto di Neat era un vuoto buco nel terreno.
Non del tutto vuoto.
Un impercettibile riflesso reagì alla carezza fuggevole della luce esterna. Con il coltello estrasse dalla parete una pietra blu a forma di occhio, grande poco meno di un pugno.
Un fruscio, dall’apertura del pozzo.
Infilò il lapislazzuli tra le pieghe del turbante e strinse il pugnale. Di nuovo, un suono di vesti strascicate. Stavolta alle sue spalle. Si volse ma la stanza era vuota. Arretrò fino al centro del mosaico. Alzò lo sguardo e il cuore perse un battito. La corda serpeggiò verso la cima del pertugio e scomparve.
Qualcosa ostruì il sole e Jahi precipitò in un baratro oscuro.

Noor si chinò sull’uomo. Era disteso in terra, nudo, polsi e caviglie assicurati a dei pioli. Pareva che l’avessero arso vivo. Per sua fortuna, erano tornate indietro appena realizzato di aver preso la direzione sbagliata.
Mulinelli vorticosi agitavano la sabbia. Di lì a poco l’Ekash avrebbe scatenato la sua furia.
Duha finì di spalmare il balsamo lenitivo su ogni piaga.
– Vivrà. Ma ora ci serve un riparo.

Un lieve profumo d’ambra bucò il torpore.
Jahi aprì gli occhi. Il sole non c’era più. Le ferite dolevano meno e lui indossava di nuovo dei vestiti. Una sagoma vagamente familiare si stagliò contro la luna.
– Ringrazia i tuoi dei per averti messo sulla nostra strada.
La riconobbe. Da lontano, gli era sembrata più vecchia.
Lasciò che lo aiutasse a mettersi in piedi, mentre il vento cresceva d’intensità. Barcollando contro le raffiche, raggiunsero lo spazio tra la màstaba e la lastra delle offerte. Lì l’altra donna, assicurato in terra un grosso telo, aveva ricoverato i cavalli.
L’Ekash emise un lamento prolungato, la tenda schioccò sotto le sferzate.
Accovacciati contro la parete del tempio, attesero che la tempesta cessasse.

– Se resti immobile non ci vedranno.
Un sussurro, più lieve dell’aria. La mano che le impediva di respirare allentò la stretta.
Non erano più al riparo del tumulo, ma qualche cubito più in là, dietro una duna che non ricordava. Nel paesaggio modificato dall’Ekash il sole infuocava di nuovo la distesa.
Duha era davanti alla màstaba, incatenata tra due uomini armati.
– Fa’ quello che ti dico, e la tiriamo fuori dai guai.
Non aveva scelta. Le lacrime evaporarono in un respiro mentre li guardava allontanarsi tra le sabbie roventi.

Dapprima, Duha pensò che fosse un miraggio. Dopo giorni di dune ocra e cielo blu, la verde ombra le parve un’illusione. Fu il profumo di datteri a smentirla, e il fresco zampillio della fonte.
I due sgherri la spinsero al centro dell’oasi. Sotto una tenda, fra tappeti e cuscini, c’era un uomo. Barba ben curata, abiti di seta pregiata alla moda delle città interne. La pietra blu simile a un occhio che gli pendeva al collo pareva risucchiare la luce, forse un gioco di ombre dovuto al nero dei teli.
Non riuscì a distogliere lo sguardo. Le gambe cedettero. Scivolò in terra, tentò di rialzarsi, ma i colori si fusero in un vortice, e tutto divenne bianco e silente.

Duqaq accarezzò la pietra. Chiunque altro sarebbe morto, schiacciato dal potere dell’occhio di Neat. La cosa lo faceva infuriare e spaventare al tempo stesso.
Accese delle candele e formò un cerchio luminoso attorno alla donna priva di sensi.

– Tu non sei qui per liberare mia sorella. – Dal punto in cui erano Noor vedeva solo la sagoma di una tenda. Niente animali, nessuna sentinella. Solo qualche falò e il lieve dondolio delle palme che dava all’oasi l’aspetto di un gatto acciambellato. – Chi sei?
Il profumo dell’unguento di Duha le pizzicò il naso.
– Non capiresti.
– Potrei sorprenderti.
L’uomo scoprì un braccio. Tra gomito e polso, un segno grande quanto un uovo di serpente che pareva un tatuaggio. Era certa che non lo avesse quando lo avevano soccorso.
Fili sottilissimi si dipanavano dal simbolo, come intessuti da un ragno invisibile.
Il marchio della Tessitrice e quello del Signore dell’Ombra, insieme… Un nodo le attorcigliò lo stomaco.
Jahi tirò giù la manica.
– Non credo che mi sorprenderai.
Non ebbe il tempo di replicare. I fuochi nell’accampamento si spensero. Il buio durò quanto un sospiro, prima che il sole scivolasse sulle dune inondando d’oro il paesaggio.

Jahi corse via, più rapido dell’Ekash.
Noor lo seguì. Si nascose tra le palme.
Due guerrieri sguainarono spade ricurve che parevano grondare sangue ancor prima di aver colpito. In un turbinio di sete colorate, un uomo uscì dalla tenda.
Fronteggiò Jahi in una muta battaglia di sguardi, poi un guizzo lo travolse.
Noor rischiò di soffocare.
Quella pazza di Duha, che cercava di fare?

Duqaq si toccò il collo. Un taglio sottile stillava gocce vermiglie. La donna gli stava a un passo, il lapislazzuli tra le dita.
Urlò, fuori di sé. Sollevò le mani e la terra si contorse in spirali. Lei tese la pietra e il fumo gli si rivoltò contro. Quando si sfilacciò in brandelli, dissipandosi nel vento, i corpi dei suoi uomini giacevano scomposti nella sabbia.
L’ira gli strappò una bestemmia. L’aria s’increspò. La polvere del deserto oscurò il sole. Il sangue sgorgò più copioso, impregnò le vesti, colò a tingere la sabbia. La terra tremò, si gonfiò, fino a spaccarsi con uno schianto assordante.

Jahi era come imprigionato nel granito.
Riflessi azzurri nella nebbia polverosa, parole sconosciute nel vento. Una duna scarlatta si sollevò, plasmando un gigante deforme. La creatura arrancò, si chinò sulla donna come per divorarla, emettendo un tanfo nauseabondo.
Jahi afferrò la manica all’altezza della spalla e la strappò via.
Il marchio di Ak pulsò quasi avesse vita propria. Un raggio di sole s’intrecciò alla tela di Neat.
Il grido inumano del demone di sabbia si disperse nell’aria.

L’odore aspro del deserto arrivò all’improvviso. L’Ekash ululò. Duha, avviluppata in un azzurro abbagliante, cantò con il vento e la mostruosità cominciò a sfaldarsi.
Attraverso la polvere, Noor scorse Jahi. Quando scoprì il braccio, la luce quasi la accecò.
L’essere urlò. Si gettò sul corpo del mago, rattrappito nella sabbia, e lo sbranò. Il macabro banchetto parve dargli nuova energia.
Noor cercò di liberarsi, piangendo lacrime di rabbia e sabbia, mentre Jahi si metteva tra sua sorella e il demone. Il marchio di Ak emanava fili di luce che s’intrecciarono in una tela lucente, su per il braccio, la spalla, irradiandosi sul petto.
Jahi divenne un bizzarro miscuglio di luce e oscurità. Più splendeva, più la voce di Duha si affievoliva. Quando crollò al suolo, Jahi dispiegò otto enormi zampe di ragno e colpì.
Il demone si sgretolò.

L’aura dell’aracnide si dissolse. Jahi vacillò nel silenzio improvviso.
Le catene invisibili che bloccavano Noor si spezzarono.
Lui la fissò con occhi bianchi come sale. L’oscura luminosità che lo aveva posseduto sfumò in un grigio impalpabile.
L’Ekash soffiò. Come cenere, lo disperse nell’aria.

Duha aprì gli occhi. D’oro la sabbia, verdi le palme, azzurra la fonte… I colori erano di nuovo intensi, reali. La macchia scarlatta davanti alla tenda nera. Noor, in ginocchio, che offriva un pianto silenzioso ai raggi filtrati dal palmizio.
I muscoli irrigiditi protestarono mentre si alzava in balia di vaghi ricordi, come al risveglio da un sogno.
Stringeva ancora il lapislazzuli. Era caldo e le riempiva le dita di luce. Nel punto in cui il corpo di Jahi si era dissolto la sabbia era diversa, quasi opalescente. Duha strappò un pezzo di stoffa dalla veste, vi raccolse la polvere, richiuse i lembi. Affidò il sacchetto a Noor con un abbraccio silenzioso, poi andò alla tenda.
Dentro, una luce vaga filtrava attraverso la trama del tessuto, disegnando arabeschi sui tappeti. In un cerchio di candele stava una donna. Le somigliava, o era la danza incerta delle fiamme a darle quell’impressione? Il lapislazzuli pulsò sul petto, come un secondo cuore.
– Chi sei?
Aveva la solidità della roccia e la trasparenza del cristallo.
– Ho mille nomi, e nessun nome.
Duha toccò la pietra.
– Che cos’è?
– Un fardello pesante.
– Non ho chiesto di portarlo.
– Non si può scegliere di farlo.
Lo splendore dell’amuleto si fece intenso, il suo calore aumentò e Duha si accese, come una torcia nel buio.

Noor avanzò tra le candele. La donna la fissò con gli occhi di sua sorella. Eppure, non era Duha. Gettò il sacchetto. Il lancio si smorzò nel tappeto, ai piedi della sconosciuta, lasciandosi dietro un pungente odore di balsamo.
– Polvere di ragno… – mormorò lei. – Non qui, non oggi. Avrai le tue risposte a Ziad.
Le fiammelle tremolarono, si spensero.
Noor piantò il pugnale nel tessuto e incise un lungo strappo. Il sole penetrò nella tenda vuota.

L’oasi era deserta, a parte i resti degli sgherri e i cavalli che si abbeveravano alla fonte. Montarono in sella.
– Si riferiva a Jahi? Potrebbe essere vivo?
Duha non osò distruggere quella speranza.
– Non ci resta che scoprirlo. A Ziad!
Rapidi come il vento di cui erano figli, i Mook abbandonarono l’oasi in una nuvola di polvere.

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