GHAFFIOR IL FOLLE

Racconto in concorso

GHAFFIOR IL FOLLE

Di Danilo Cannizzaro

Quando pervenni a maturare la consapevolezza che la calura e un’antifona di scoraggiamento avevano esperito tutti i mezzi a disposizione per frollare le carni mie – quelle di Aràzius non meno – entro una viscosa pastella di resina acidula ma in compenso maleodorante, dissi a me stesso che il mare sintetico, disteso (a prescindere) a pochi passi dalle nostre figure snervate, avrebbe forse ristretto l’aura di afrore molesto che emanavamo e che annunziava la nostra presenza ai coloni di Liotropolis.
«Aràzius!» dissi allora a colui che altri non era se non l’Arazius stesso in questione. «Non ci farebbe male una rinfrescatina.»
«La tua teoria non è priva di assennatezza. Ecco che io vengo e ti dico: essa non mi dispiace.»
(Qualcheduno dei nostri calunniatori avrebbe detto che fetevamo superbamente, ma io non sono per le semplificazioni frivole: difficilmente la vita si presenta tutta bianca o tutta nera.)
Portatici in spiaggia avvistammo Ghaffior; lì se ne ristava immoto, intento con commovente dedizione a perfezionare sul suo incarnato la sfumatura delle facce sedate che mai sorridono mai.
Ebbi la sensazione che un superiore istinto lo inducesse a chiudere gli occhi per lasciar che visi deformi lo visitassero, guardandolo con mimiche strane e volgendogli boccacce snaturate. Forse erano misteriose entità che non riusciva a riconoscere e che avevano per lui messaggi in sospeso. Doveva esser questo il motivo per cui si stropicciava gli occhi: per veder meglio – immaginai – nel buio delle palpebre strapazzate l’esplosione di comete irregolari e filamenti seminali.
Qualcosa però poi accadde nel suo cosmo interiore, poiché si coricò sulla sabbia. Chissà, forse sereno.
E allora lo vedemmo volar via, via, via, più lontano delle nuvole artificiali vezzose (e di moralità ondivaga) più lontano del mondo e dei rimpianti, più lontano di quanto t’ho cercato nel mio cuore e poi (lo sai?) nel tuo…

Ben più avanti del futuro (che non credo che ci sia),
oltre il questo il quello e il quanto,
ricompreso (certo) il quando
(beninteso anche il perché!).
Qui la luce non arriva! Il respiro non c’è più!
Solo il niente raggrumato: né dolore né speranza!
Odoriamo la fattanza, s’è taciuta ogni alternanza.

Ci fu chiaro a questo punto ch’egli sperimentasse nell’ordine: assordamento; assunzione del colore dell’acciuga sotto sale; ischemia cardiaca & intestinale; blocco surrenale; interruzione delle funzioni vitali; drastica fuoriuscita di incontinenze post-agoniche; disgregazione della coscienza & delle particelle (quantiche, fluttuanti, antimateriche) dell’anima; raggiungimento (& pernotto) dei confini estremi della Via Lattea dove gli dei banchettano in comitiva scapricciata mollando cartacce e rifiuti alla “Me ne fotto!”; conclusione del Tempo e dello Spazio e delle altre dimensioni, sfuse e a pacchetto.
(Il cielo intanto, saturati i colori, sovrastava.)
(A ben guardare, si contorceva.)
(Bruciacchiato e brullo, il paesaggio d’attorno n’approfittò per distrarsi, incurante movendosi al modo di lenzuolo pigro steso al sole ad asciugar recenti peccati o arretrate dimenticanze.)
La sera era calata su di noi e io, appassionato ormai più alle vicende psichiche di Ghaffior che alle mie abluzioni urgenti, spiandolo non visto potei seguirlo mentre avrei giurato egli sfrecciasse, forsennato e demente, nelle praterie fuligginose della follia dove ogni filo d’erba era un artiglio messo lì a rovistargli gli angoli nascosti della sua anima disgraziata.
La pazzia se ne invaghì perdutamente: lo rapì, lo baciò, lo fece suo; lo frullò.
(Bisogna dire nondimeno che c’è qualcosa di propizio nella follia: quando essa afferra un’anima spiantata e poverella e la fa vorticare nei suoi gorghi violenti, quell’anima alleggerita del peso dei suoi tormenti – il Lettore lo creda, per fede – glie ne è grata.)
Quando Ghaffior arrestò la sua corsa, una delle lune, risplendente, formava una trafittura inflitta nel cuore dell’oscurità.
È questo che guida i sogni, il desiderio dei sogni? È questo che induce i mutanti ad orinare col muso inebriato da ineffabile allegrezza al piede delle torrette di avvistamento?
(È questo? Non so.)
Confuso lo osservai e il mio cuore si rimpicciolì, oppresso dall’angoscia che mi procurava lo spettacolo del fastoso equilibrio che indovinavo fra le ombre protette dalle ombre davanti alle quali tenebre quaternarie sostavano, disinteressate e possenti.
Non sarebbe durato in eterno quell’equilibrio magico, e non durò infatti: qualcuno raggiunse Ghaffior, apostrofandolo.
(Per amor di brevità dichiaro che non di sostenitore trattavasi, ma di androide gendarme nell’esercizio – per quanto indigesto all’ascesi ghaffioriana – delle sue funzioni.)
«Rhҗӄh! OhѪڞὼrghش! ѰusӹԹnhփփ!» formulò il militare.
Hai visto mai che costui sia sintonizzato su una frequenza fantasma?” pensai.
Anche Ghaffior dovette pensare la stessa cosa, dal momento che con esemplare dignità si levò e provò a girargli qualche bottone dell’esoscheletro. 
«♪zz ﻰﺞttthz♫/elcome to♫the Radio/bz♫hrsssh/ﻰﺞשׂ♫/♯(house in/₠ῷuussrrrhh/ in the mood/rrrhᵺ/oho/♪۞hogghits/arrahtrᴟԉ/ʤ¥/ῷᵺyyyh/Manfred Mann’s Earth Band♫» eseguì il carramboide (“Non ci siamo.”).
Provò a girare ancora.
«Bene, nella lez♫ne di ogg/sssrrr♯₠xzzr/dremo come ottene/ῷᵺktt♪ohh/apido rilassamento. Comi♪amo con il prend/yygg♯₠/ande/ῷᵺrrrhhoo/re♪iro, per poi esp♪lere lentamente tutta l’ar/llhre۞ԉʤ/ai polmoni. Ora, con la bo♪ca chi/ughetrѬ♯₠/ inalia♫ con il naso e vis♪zziamo un punto di luce…» (“Neanche così. Vediamo se…”).
«(Don Diego de la Vega): Uccidereste tre innocenti per catturare me?» (“Niente. Riproviamo.”)
«…semplice eserciz/♫₠ῷᵺᴟoo/ermette al tuo cervello di raggiungere uno stato di maggiore concentr♪one, particolarm/tht♯₠/o۞ԉʤ/utileper […] l’ossigenazio/₠ῷᵺuuggrrᴟ/el sangue e quindi di tutto il nostro corpo. Purtrop♫lafrenetica vit/rrrrhh₠ῷᵺᴟ/otidiana e lo stress di cui un po’ tut/yrr۞♫ԉʤ/amo le vittime inducono…”» (“Uffa.”)
«(PORTINAIO): Olà! I qu♪dici soldi.»
«(I° CAVALIERE): Io entro gratis.»
«(PORTINAIO): Perché?»
«(I° CAVALIERE): Sono caval♪ggero di sua maestà il Re.»
«(PORTINAIO): E voi?»
«(II° CAVALIERE): Non pago.»
«(PORTIERE):
«(MOSCHETTIERE): Io sono moschettiere.»

***

(L’ultima stazione, direi, si sentiva meglio.)

***

Manifestamente soggiogato dalle sue stesse emissioni sonore, il militare fluttuò altrovemente senza produrre importuni fiati, verbali o contravvenzioni che programmazione e dogma a lui richiedevano: quell’individuo, ancorché replicante, era stato toccato dall’Arcano. Anch’io ero rimasto toccato. Non riuscivo a credere ai miei occhi (e per amor di verità, al mio naso nemmeno).
Ghaffior – in piena autonomia toccato di suo da tempo immemore – non se ne palleggiò cruccio. Solo fece spallucce, e ciò bastò al suo Creatore. 
Da qui in poi la sua operosità consistette nel sussistere a dondolarsi svogliatamente sulla rena divenuta freschetta e soave, inerte fissando un punto vuoto innanzi a sé – con ciò lasciando sbiadire le tinte delle cose intorno (come nel modulo abitativo di un cieco) a furia di non guardarle.
Cionondimeno; chi siamo noi per giudicare i loculi dei ciechi?

***

S’era fatta sera e un quarto – all’incirca. Una giornata ricca di emozioni era trascorsa per i nostri stomaci.
«Aràzius, mio buon amico,» dissi «forse dovremmo masticare un po’ adesso. Ti pare?»
«La tua idea non è da buttar via.» mi rispose «Ma forse sarà ancor meglio masticare in buona compagnia.»
Raggiungemmo Ghaffior, che coricato se la sorrideva con gli angeli triboelelettrici. Questi non li scorgemmo (ciò è vero…) ma quando si ha dalla propria un certo intuito, beh…
«Come va? Sai com’è… è sera, ecco com’è. Per la quale» Aràzius lo ammonì con un dito non privo di serietà e di talento «noi ora, per come tu ci vedi, masticheremmo. Tu masticheresti?»
«Ma cosa è mai tutto questo imbroglio di polvere e di astri di cui nessuno mi ha informato?» ci disse riferendosi evidentemente all’universo che gli fiatava sul collo. «Ma a un più attento esame» continuò mentre fissava una stella, con un tremito nella voce che rivelava una commozione che di rado è data osservare in una creatura antropica «s’avrebbe a scoprir si tratti, magari, di un satellite orfanello».
«Vedi, il mio pregiato Aràzius? Egli specula. Come ognun sa, “chi specula per sé, mastica per tre”.»
Lo issammo. Ci guardò smarrito per qualche istante e poi, forse pronosticando nell’orizzonte lontano la dischiusa d’una possibilità di ritrovarsi, mosse insieme a noi passi tutti suoi.
Ci installammo in una di quelle taverne spaziali in cui l’oste – uno dei pittoreschi elementi la nostalgia a proposito dei quali si fonda sulla loro scomparsa insieme ai secoli scorsi – con modi ricattatori innalza il prezzo del vinaccio, avendo finito quello buono.
«E forse (sottolineo: forse…)» riprese Ghaffior, abbellito dalla fermezza di chi sostiene a piè fermo la complessità delle conseguenze del suo operato «è un satellite del tipo di quelli che dovevano transitare in luglio-agosto e invece fluttua girovagando, perduto il gregge maestro, a settembre inoltrato».
«Giovane!» intonai «Calvados, qui, ora, come se piovesse!»
«Senti, come ti chiami, attrezzo…» mi rispose una specie di armadio a due ante adorno di grossi peli acuminati incorporati nella canotta «intanto, “ciòvanece lo dici a tua sorella. Poi, sappiamoci spiecàre: nel mio locale non piove. Mai. È un locale di classe, questo».
«Ci abbiamo spiecàto benissimamente.» rimediai io che ero infarinato di nozioni di doppiaggio nella lingua degli infelici «Siamo tra galantuomini, mi pare».
In ragione di ciò avemmo tanto di quel vino che le nostre lacrime (sincere del resto) crebbero col criterio della moltiplicazione in colonna.
Disteso a galleggiare su quel vino, l’oste della malora – da noi infruttuosamente imitato – fallì alcuni tentativi di ergersi in tutta la sua maschia figura.
Ma questo accadeva solo qualche minuto prima che il nulla avesse la meglio sulle nostre coscienze.

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