LE ERINNI

Racconto in concorso

LE ERINNI

Di Giuseppina Giordano

Continuava a correre, anche se ormai il cuore gli pulsava talmente forte da assordarlo e i muscoli delle gambe erano così pieni di acido lattico per lo sforzo prolungato da sembrargli due pietre. Doveva continuare a correre e se anche fosse morto d’infarto sarebbe stato mille volte meglio che fermarsi. Aveva l’istinto di guardarsi alle spalle, di girarsi per vedere quanto fossero vicine, ma la sua razionalità gli impediva di farlo. Lo avrebbe rallentato voltare la testa. Riusciva ancora a correre e non aveva alcuna ferita, dunque erano abbastanza lontane. Se solo avesse trovato qualcuno, un’anima buona che lo aiutasse, una casa in cui rifugiarsi. Era in una foresta, però, fitta di alberi che col buio della notte parevano nere ombre che si stagliavano una dietro l’altra, irregolarmente. Non ricordava come fosse arrivato in quel luogo, se ci fosse andato di sua iniziativa o se ce lo avessero portato. Non ricordava nulla, in verità. Soltanto l’esigenza di correre, di non fermarsi. Quello era tutto ciò che sapeva e che doveva sapere in quel momento per sopravvivere. Schivava gli alberi, sperando che anche le sue inseguitrici fossero costrette a rallentare per non andare a sbattere. Chi erano quelle tre donne che gli davano la caccia, che lo inseguivano senza dargli requie da quelle che sembravano ore? Sapeva solo che erano tre donne, le aveva viste di sfuggita, forse poco prima di cominciare la sua folle corsa. Cosa volevano da lui? Erano vestite con lunghi abiti neri, forse mantelli, forse vestiti, che svolazzavano e contribuivano a renderle più minacciose, più imponenti. Perché lo inseguivano? I loro cavalli erano giganteschi, anch’essi neri, come quasi tutto il resto, soltanto i loro occhi, rossi come fiamme, brillavano e spiccavano in quella desolazione scura. Ma cavalli dagli occhi rossi non si erano mai visti, eppure eccoli, dietro di lui, ad inseguirlo, a minacciarlo di calpestarlo. Sentiva i loro nitriti e il rumore dei loro pesanti zoccoli spostare la terra nell’impeto della corsa. Non ce la faceva più, ma non voleva fermarsi, ogni fibra del suo essere sapeva che se si fosse fermato sarebbe stata la fine. Allora, un passo dopo l’altro, eccolo a trascinarsi ancora, a resistere. Cercò di urlare, chiamò aiuto, sperando di riceverlo, di essere ascoltato. Alla fine cedette. Inciampò o forse, più semplicemente, i muscoli non poterono sopportare oltre. Cadde in quella terra quasi fango, scura più degli alberi, più di quei tre cavalli che presto lo avrebbero raggiunto. Si girò sulla schiena per vedere quanto gli sarebbe rimasto da vivere, quanta fosse la distanza tra lui e le sue inseguitrici. Dapprima non vide nulla se non le ombre, ma ecco poi sei puntini rossi circondarlo e a poco a poco comparire le sagome dei grossi cavalli. Erano davvero enormi e gli occhi non erano la sola cosa strana, anomala. I loro denti non erano normali, da cavallo. Erano appuntiti, aguzzi come quelli dei lupi, ma più grossi. I loro zoccoli parevano interamente fatti di metallo, duro e pesante. Le amazzoni che li cavalcavano non erano meno aberranti. Quelle vesti neri si muovevano anche in assenza di vento ed ora che avevano arrestato la corsa. I loro capelli scuri rivelavano ora di essere vivi e sibilanti. I loro volti erano scheletrici, così le mani. Le orbite, lì dove dovevano esserci degli occhi, ospitavano solo vuote cavità. Gli parve di impazzire. Com’era possibile? Chi erano quelle tre figure, dove si trovava, come ci era finito? Cercò di indietreggiare, di guadagnare metri, di sottrarsi a quelle donne e ai loro demoniaci destrieri. Quelle sollevarono il braccio destro, contemporaneamente, come se fossero una cosa sola. Tenevano nella mano una lunga frusta infuocata. Gridò terrorizzato.
Si svegliò nel suo letto, in un bagno di sudore, al buio. Gli ci volle un po’ per riprendersi, per prendere coscienza di dove fosse. Respirò a pieni polmoni, affannosamente. Quello era stato decisamente l’incubo più strano e realistico che avesse fatto. D’istinto girò la testa verso il comodino, lì dove teneva la foto di sua moglie, prematuramente scomparsa. Non poteva vederla al buio, ma distingueva i contorni della cornice. La memoria fece il resto, restituendogli l’immagine di lei, sorridente, girata verso l’obiettivo. L’indomani sarebbe ricorso l’anniversario della sua morte. Un anno esatto. Trecentosessantacinque giorni. Quante condoglianze aveva ricevuto, quanti volti addolorati o fintamente addolorati aveva visto e quante mani aveva stretto, ringraziando. Nessuno, però, davvero nessuno sapeva la verità.
Nessuno eccetto lui e la donna del ritratto. Era stato lui ad ucciderla, lentamente, avvelenandola giorno dopo giorno. Impossibile sospettare di omicidio, impossibile incriminarlo. Il delitto perfetto. Il suo respiro si era fatto più regolare. D’improvviso ebbe l’impulso di sollevarsi, di lasciare quel letto. Non sapeva perché, ma doveva alzarsi. Lo fece e una fitta dolorosa, seguita da molte altre, lo paralizzò. Rimase così, immobile. L’idea che quelle fitte altro non fossero che sferzate di fruste si fece sempre più concreta man mano che il dolore si manifestava in tutta la sua violenza. Non sapeva cosa fare, doveva chiamare un medico, chiedere aiuto. Il suo cervello gli impose di fare qualcosa, ma proprio mentre stava per allungare la mano nel tentativo di prendere il telefono, un lugubre nitrito, seguito da altri due gli bloccò la mano. Si girò verso la direzione da cui provenivano quei suoni ed ecco, proprio lì, a rischiarare il volto nella cornice sei puntini rossi.

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