L’ULTIMO BUIO

Racconto in concorso

L’ULTIMO BUIO

Di Pietro Giovani

Infine, giunse l’era dell’oscurità e del gelo eterno.
Le stelle si erano estinte o erano esplose, dando vita a nuove stelle che si erano a loro volta spente, lentamente, inesorabilmente. L’umanità, sopravvivendo contro ogni previsione ai più estremi degli eventi universali, si era spostata di sistema in sistema, di galassia in galassia, rincorrendo la luce e il calore come una falena testarda, non ancora rassegnatasi all’estinzione. E quando le nane rosse erano diventate le stelle più brillanti, i pianeti più vicini si erano popolati, tendendosi verso il tepore di quelle ultime braci cosmiche. Fino a che anche l’ultimo lume si era spento e l’universo era diventato un luogo infinitamente buio e infinitamente freddo.
Allora, nel nero abissale della fine di ogni cosa, pallidi punti di luce bianca erano diventati d’improvviso estremamente fulgidi, attirando quei pochi sopravvissuti da ogni angolo del cadavere congelato della volta nera del cielo. Le nane bianche, ultima speranza per la vita, erano stelle capricciose, piccole, fredde e pericolose, ma longeve. Incredibilmente longeve. Ancora brillavano, seppur fiocamente, e scaldavano, anche se debolmente, e gli eredi degli uomini dovettero adeguarsi a creare corone verdi sul limitare tra la faccia sempre illuminata e quella in ombra perenne di pianeti tanto vicini da avere come cielo l’astro bianco, minaccioso dio di vita e di morte.
Caratteristico dell’umanità, tra le altre cose, è il conflitto. Fu così che secolo dopo secolo, millennio dopo millennio, due importanti fazioni nacquero sull’ultimo pianeta orbitante attorno all’ultima nana bianca. Da una parte i survivalisti, che generazione dopo generazione, si erano impegnati in una paziente e faticosa opera di smantellamento di ogni altro corpo celeste del sistema, allo scopo di creare una megastruttura che potesse catturare e utilizzare al meglio la radiazione stellare. Dall’altra, gli avventisti dell’ultimo buio, convinti che l’umanità fosse infine giunta all’ultimo viaggio, all’ultima attesa, e dovesse vivere gli ultimi momenti della propria storia in attesa della morte dell’ultima luce.
«L’universo non morirà con noi!» esclamò l’anziano avventista, picchiando in terra l’asta di metallo lunare. «Dio, quale sia il nome che volete conferirgli, perché Egli ha creato ogni cosa ed è ogni cosa, creerà nuovi cieli e nuove terre, e noi torneremo. E gli uomini saranno nuovamente numerosi come un tempo lo erano le stelle in cielo!»
Molti, nel cerchio di persone che lo attorniavano, batterono le mani contro le cosce, in un applauso che esprimeva fede nelle sue parole. Occhi grandi, crani importanti, arti lunghi e sottili, alta statura; tali erano diventati gli uomini e le donne, dopo tanto tempo da che avevano lasciato il proprio pianeta natale, il cui nome era ormai dimenticato, semplice leggenda. Miliardi di anni erano trascorsi, da quando ciò era accaduto, e la memoria non poteva spingersi tanto indietro. Accanto all’anziano avventista, un survivalista tentava di darsi un contegno, ben sapendo di non essere campione di retorica quanto lo era nella scienza.
«È molto facile, per Ikkibìl, rassicurarvi con teorie che non possono essere provate. Con la fede, che è solo un’idea.» cominciò e subito si pentì delle sue parole, che ricevettero un mormorio ostile in risposta. «Non sono qui per dirvi che Dio non esiste, perché non ho l’autorità né la saggezza per dimostrarlo,» provò a recuperare «così come Ikkibìl non la ha. Così come nessuno la ha. Quale uomo può penetrare i misteri della divinità? È facile dire: “Dio parla con me”, ma la verità è che non v’è prova che non sia una menzogna. Io e i miei compagni, invece, vi offriamo qualcosa di concreto. Vi offriamo una Sfera di Vita.»
«La Sfera di Vita è solo una favola per bambini!» urlò qualcuno nel cerchio e l’anziano avventista sorrise, non vedendo ragione di difendersi dalle accuse del survivalista. Ci avrebbe pensato la folla, al posto suo.
«I nostri padri, i nostri nonni e i loro padri prima di loro hanno lavorato instancabilmente per estrarre ogni oncia di minerale presente in questo sistema solare, al solo scopo di lavorarlo e di creare un’opera che garantirà la nostra sopravvivenza anche quando Turl il Bianco si raffredderà e affievolirà a tal punto da far cadere il nostro piccolo mondo in un freddo crepuscolo. Pensate che io e tutte le altre centinaia di persone, che si impegnano senza tregua in questo lavoro, lo facciamo per qualche ragione recondita? O forse è perché ci crediamo veramente?»
«La Sfera di Vita è una menzogna!» urlò un’altra voce.
«Voi survivalisti state complottando contro di noi!»
«A che pro?» li implorò, disperato, Ēmeamea, facendo passare gli occhi su quelli che lo circondavano. «Cosa mai potremmo guadagnarci? Lavoriamo senza sosta per la salvezza della nostra specie. Che vantaggi ne avremmo, sugli altri?»
«Io sono convinto,» intervenne Ikkibìl «che il nostro amico Ēmeamea sia in buona fede. Alcuni di loro lavorano veramente duramente e senza sosta, anche se altri lo fanno per fuggire il duro lavoro dei campi. Non è forse vero?»
«Questo è del tutto falso!» esclamò il survivalista, la voce resa acuta dallo sdegno.
L’anziano avventista sorrise con indulgenza, senza tuttavia ribattere.
«La questione,» continuò «è ben altra. Se ogni cosa, in ogni dove, è fredda, morta e buia, dove si trova Dio? Noi crediamo che il suo spirito dimori nell’ultima luce dell’universo, ovvero in Turl il Bianco.»
«Questa è pura e semplice superstizione!» ribatté Ēmeamea, rendendosi conto di quanto le sue parole fossero deboli. Le persone, attorno a lui, erano quasi tutte dalla parte degli avventisti dell’ultimo buio. Non volevano ascoltare, non volevano pensare e non volevano capire. Avrebbero sentito solo ciò che già corrispondeva a quel che avevano nella mente e a nulla sarebbe valso protestare o mostrare prove.
«Voi credete,» continuò Ikkibìl «che a Dio farebbe piacere essere ingabbiato? Che la Sua luce venga offuscata da una creazione umana? Sempre ammesso che, ovviamente, la Sfera di Vita sia effettivamente realizzabile. Cosa che non credo. Una gigantesca sfera, formata da miliardi e miliardi di piastre, così grande da avvolgere l’intera stella? E per cosa, poi? Per cavarne l’energia che già riceviamo direttamente per benevolenza del Signore!»
Uno scroscio di applausi accolse quelle ultime parole ed Ēmeamea non riuscì nemmeno a replicare, da tale era il frastuono accompagnato da esclamazioni di adorazione. Eppure, doveva fare un tentativo. Se Ikkibìl avesse vinto anche quel confronto, era probabile che il capovillaggio avrebbe negato ai survivalisti la forza lavoro extra e le razioni di cibo di cui necessitavano per continuare l’opera. Se così fosse stato, lui e i suoi compagni avrebbero dovuto abbandonare la loro opera per sopravvivere, coltivando come tutti gli altri, dedicandosi alla Sfera di Vita solo saltuariamente. E questo avrebbe significato, nel corso degli anni, un progressivo abbandono del progetto da parte dei più deboli e dei meno motivati e, in definitiva, al probabile fallimento dell’impresa.
«La sfera di vita è un complesso ciclopico di pannelli in grado di catturare la radiazione solare e convertirla in energia. Questo servirà, in futuro, ad avere luce e calore diffusi su tutto il pianeta, e non solamente lungo la corona verde. Come ho già detto, arriverà un giorno in cui Turl il Bianco si raffredderà e la sua luce si affievolirà. Sta già accadendo adesso, da migliaia di anni, forse di più, ma ancora non ce ne rendiamo conto, perché è un processo incredibilmente lento. Non saremo né noi, né i nostri figli, né molte altre generazioni ad aver bisogno della Sfera, ma prima o poi accadrà. E siccome è un’opera tanto immane, tutto il tempo restante è necessario per portarla a compimento. Volete veramente condannare i vostri discendenti al freddo e alla penombra? Con la Sfera della Vita potranno avere più luce e più calore di noi, secondo necessità!»
Mormorii dubbiosi. Qualcosa, nelle sue parole, aveva scalfito la granitica convinzione degli ascoltatori. Ikkibìl se ne rese immediatamente conto e intervenne, per riportare tutti dalla sua parte. Aveva raggiunto un’età e una posizione sociale tali per cui non era più aperto a nuove idee o a cambiamenti; l’unica cosa che gli interessasse era confermare ciò che sapeva e convincere gli altri che le sue convinzioni fossero quelle corrette.
«Blasfemia!» urlò quindi, facendo tacere tutti. «Blasfemia! Pretendere di sapere cosa Dio farà nel remoto futuro dell’umanità. Blasfemia, ritenere di poterne usare la luce a proprio piacimento, imbrigliandola come si farebbe con la forza di un torrente! Blasfemia, tentare di dare alla nostra decadente specie milioni e milioni di anni di inutile esistenza in più! Quando Egli deciderà che il nostro tempo è giunto, così sarà!»
E così fu. Nell’arco di due secoli, la Sfera di Vita venne abbandonata, incompleta. Generazione dopo generazione, la sua esistenza venne dimenticata, così come l’arte di viaggiare al di fuori dell’ultimo pianeta. Il tempo passò, inesorabile, impietoso, e la stella bianca divenne sempre più fredda e fioca, finché tutte le piante non morirono di stenti e, con loro, gli ultimi esseri umani.
L’universo precipitò nell’oscurità definitiva e gli eoni trascorsero, lunghissimi eppure brevissimi, perché non vi era nessuno a contarli. E infine, quando anche i buchi neri evaporarono negli ultimi lampi di energia conosciuti dal cosmo, l’ultimo protone decadde e ogni cosa fu solamente uno sterile brulichio di possibile realtà, non più concreta di quanto non lo siano i sogni.
Così, fu l’ultimo buio.

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