CIVILTÀ A CONFRONTO

Racconto in concorso

CIVILTÀ A CONFRONTO

Di Silvio Nizza

«Certo che è una gran bella civiltà la nostra» esordì Bobby emettendo un sospiro di compiacimento.
«Eh sì, proprio grandiosa» confermò Elvis assentendo col capo in segno di approvazione.
«Ne abbiamo fatti di passi avanti da quando scorrazzavamo allo stato brado per i campi sterminati» continuò Bobby «certo eravamo più liberi e spensierati, ma anche più selvaggi ed arretrati».
«Proprio così» rispose l’altro «io non farei mai cambio per ritornare indietro nel tempo a come eravamo una volta. No, certo».
«C’è da dire che l’incontro con la razza umana ha cambiato completamente il nostro modo di vivere e di rapportarci col mondo che ci circonda» riprese Bobby «in un certo senso il loro contatto ci ha migliorati. Ci ha cambiati, certo. Siamo diventati meno irruenti, meno aggressivi, più accomodanti a volte, ma non rimpiango come eravamo».
«Si può dire che ci siamo fusi, la nostra e la loro civiltà» interloquì Elvis «prendendo il meglio sia della nostra che della loro, smussando gli angoli».
«Il mio umano è proprio adorabile» riprese il primo «si può dire che viva per me. Non mi lascia mai solo e fa di tutto per esaudire ogni mio desiderio. L’ho scelto a prima vista. L’ho guardato negli occhi e mi sono detto: tu sarai il mio umano. Aveva un’espressione viva, intelligente, dolce. Ero certo già dal primo momento che mi sarei trovato bene con lui».
«Proprio così» annuì l’altro «anche il mio umano mi riempie di coccole e di attenzioni. Basta che io abbia un mal di pancia o mi svegli di cattivo umore, che lui va subito in crisi. Si dispera, mi riempie di attenzioni, non sa cosa fare per vedermi tranquillo e spensierato».
«Siamo stati proprio fortunati ad avvicinare gli umani» sentenziò Bobby «e dire che potevamo ignorarli per il resto della nostra esistenza, senza che le nostre razze venissero mai in contatto, ma non sarebbe stata la stessa vita».
«Ci pensi…? Dover ogni giorno pensare al cibo, ai pericoli della vita, agli imprevisti pronti in agguato dietro ogni angolo, quando con gli umani siamo preservati da tutti i guai, da tutte le intemperie, da tutte le contrarietà.»
«È proprio vero, sono adorabili» confermò Elvis. «Il mio umano basta che mi guardi negli occhi e capisce subito ogni mio desiderio, ogni mia esigenza. Non occorre che io faccia presente di cosa ho bisogno, lui la intuisce e la realizza in men che non si dica.»
«Per non dire di quando abbiamo qualche scontro con qualche nostro simile un po’ aggressivo o esaltato del tutto» continuò quello «prendono subito le nostre difese anche a rischio della loro stessa incolumità».
«Sì, bisogna ammetterlo» confermò Bobby. «Certo che fra di noi c’è anche qualcuno che è proprio fuori di testa. Ci sono di quelli pronti ad aggredirti senza che tu ti renda conto del perché e del per come. A volte basta uno sguardo mal interpretato per scatenare un attacco bello e buono. E che sarà? Non ti posso neanche guardare che già mi salti addosso. Neanche ti avessi ingiuriato a morte.»
«Beh, se è per questo anche alcuni umani fanno paura quando litigano fra loro. Non è da dire che siano tutti tranquilli e mansueti» osservò Elvis. «Ce n’è di quelli che se gli salta la mosca al naso, meglio stare alla larga.»
«No. Io non posso chiedere di meglio alla vita. Servito, riverito ed amato come non si può di più al mondo» riprese il primo. «Certo che sono proprio servizievoli questi umani, e poi si affezionano in modo incredibile. Certe volte diventano addirittura eccessivi ed opprimenti con le loro continue attenzioni e le loro affettuosità esagerate.»
«Sì, e poi sono dei giocherelloni instancabili» riprese Elvis «starebbero tutto il giorno a trastullarsi in modo inconcludente ma veramente adorabile.»
«Figurati che ieri il mio umano ha passato un pomeriggio intero a giochicchiare con una palla di pezza. Dovevi vedere come si divertiva a lanciarla e poi riprenderla. Entusiasta come chissà cosa. Certo poi dopo mezz’ora di quel gioco inconcludente un po’ d’entusiasmo gli è passato.»
«E vorrei vedere!» interloquì l’altro. «A volte sembrano proprio degli stupidotti. Non riescono a far a meno di giocare, anche nei momenti meno adatti ed opportuni.»
«Meno male che ci siamo noi a governare un po’ la situazione ed a troncare i loro giochi un poco troppo insistenti ed a volte, diciamocelo pure, un po’ demenziali» assentì l’altro.
«Sì, non è da dire che siano stupidi, però il troppo è troppo. E non ti rendi conti che quella palla l’hai lanciata e poi ripresa almeno una ventina di volte? E non ti stanchi a fare sempre lo stesso gioco idiota all’infinito?»
«Certo, i piccoli degli umani a volte sono insopportabili, non riesci proprio a toglierteli di dosso» aggiunse Bobby. «Appiccicaticci da morire. Verrebbe voglia di passare alle maniere forti pur di farli smettere, ma in fondo lo fanno solo per dimostrare tutto l’affetto che nutrono per noi. Qualche piccolo fastidio si può pur sopportare. Fra il dare e l’avere il vantaggio è indiscutibilmente dalla nostra parte.»
«Vabbè, mi tocca andare. Ecco il mio umano che mi aspetta fremente» disse Elvis, allontanandosi col suo passo dinoccolato.
«A domani, allora» rispose Bobby. «Io aspetto il mio umano per andare via. Se quello non mi trova è capace di dar di matto dalla disperazione.»
I due si separarono certi di ritrovarsi l’indomani ai giardinetti a passare un po’ di tempo insieme, spensieratamente in pieno relax come ogni giorno.
Come ogni volta, esaurita la discussione, a volte un po’ monotona, fra uno sbadiglio e l’altro, si lasciavano col tacito accordo di ritrovarsi il giorno successivo.
Vita da cani!

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