ESSERE UMANA

Racconto in concorso

ESSERE UMANA

Di Sabrina Tatò

Keldris scrutò l’orizzonte attentamente, con quella insolita tranquillità che lo caratterizzava.
Fece un rapido cenno col capo ai suoi uomini che, pian piano, si schierarono uno accanto all’altro a formare una fitta linea di confine invalicabile. Un raggio di sole illuminò la radura e una carovana di corpi, carri e animali camminare lentamente verso di loro.
Keldris inspirò profondamente e spronò il suo cavallo.
Ciò che quelle creature ammirarono da lontano fu qualcosa di straordinariamente bello e al tempo stesso minaccioso: armature nere come la pece, scudi rotondi e lunghe lance impugnate da possenti creature, le chiome argentate sugli elmi mosse dal vento, il tutto in sella ad agili destrieri. I vessilli della fenice dorata su sfondo nero erano inconfondibili, la Legione Makarrn, discendenti degli Alandir, secoli di valorosi guerrieri a metà fra gli Elfi dell’Est per portamento, eleganza e velocità e i Krught, signori delle Montagne, per forza e coraggio.
Addestrati a combattere, a non avere paura. La loro fama li precedeva ovunque andassero.
«Quali prove abbiamo che si nasconda tra di loro?» Keldris si rivolse a un soldato alla sua destra.
«È stato visto oltre il fiume, la carovana si è accampata lì per la notte. Un’occasione da non farsi sfuggire!» riferì.
La carovana li raggiunse e Keldris parlò ad alta voce affinché tutti potessero sentirlo.
«Per ordine del Re dobbiamo perquisire ogni carro diretto verso Sud. Collaborate e tutto finirà presto.» Scese da cavallo e si tolse l’elmo seguito da altri soldati. Iniziarono a muoversi tra la gente impaurita, salirono sui carri, aprirono bauli, cercarono tra i sacchi e tra i fagotti di tessuto. Ovunque.
«Comandante!» la voce di un soldato si levò dal fondo del gruppo. «Questa donna è un’umana!»
«Soldato, gli umani sono estinti!» rispose Keldris continuando a perquisire un carro pieno di barili.
«Signore, non mi sbaglio: è umana!» il soldato tolse il mantello alla donna e lo gettò a terra.
Niente occhi viola, niente capelli argentati. Prese il polso con forza e sollevò parte della manica, niente pelle grigia o azzurra.
«Assolutamente umana!» Parlò sottovoce, poi fece qualche passo indietro e si grattò il mento sotto l’ispida barba.
Keldris continuò a interrogare l’anziano proprietario del carro senza dar peso alle parole del soldato. Sapeva benissimo che gli umani si erano estinti molti anni prima a causa di un terribile morbo che, a detta del Gran Maestro di corte, era praticamente innocuo per gli altri ma tremendamente mortale per quella specie. Non era sopravvissuto nessuno. Ciò che il suo soldato aveva visto era sicuramente il frutto della stanchezza dei giorni passati ad inseguire un fantasma.
«Spogliati! Voglio vedere il Marchio!» ordinò il soldato.
La donna si guardò intorno disorientata. Non si mosse. Il soldato s’innervosì vedendo ignorato il suo ordine e sguainò la spada ripetendo in tono minaccioso «Ho detto spogliati!»
Calò il silenzio, tutti gli occhi si concentrarono su quella figura esile. La donna, visibilmente imbarazzata ed impaurita, con mani tremanti iniziò a slacciarsi la casacca.
«Soldato!» l’ordine di Kaldris arrivò perentorio, mentre si avvicinava a passo deciso. Per un attimo gettò un’occhiata alla figura davanti a sé. Sembrò che il tempo si dilatasse e tutto intorno a lui fosse bloccato. Una sensazione che non aveva mai provato, nemmeno nel mezzo di una battaglia. I capelli castani dai riflessi rossi furono la prima irregolarità. Da un punto scoperto dalla casacca intravide la pelle candida. Cercò il suo volto: aveva lineamenti delicati che non aveva mai visto in creature che non fossero Elfi. Poi, ad un tratto, vide uno strano rossore colorarle le guance. Tremava per il freddo e la paura. Distolse lo sguardo non appena i loro occhi s’incrociarono.
«Lasciala andare!» riuscì a parlare riprendendosi come da un sogno. «Che sia un’umana o meno non sono affari nostri!» si voltò prendendo fiato. Tornò in capo al convoglio e montò a cavallo.
«Vi scorteremo fino ad Hann, queste terre non sono sicure.»
Ennesimo buco nell’acqua, il traditore non era tra quella gente.
Al calare della sera la carovana si accampò, avrebbero ripreso il cammino l’indomani, al sorgere del sole. Keldris, nella sua tenda, non riusciva a chiudere occhio e non a causa della sfiancante caccia al traditore che ormai conduceva da giorni o dell’infruttuosa riunione con i ricognitori tenutasi qualche ora prima, ma a causa di ciò che aveva ribaltato tutte le sue certezze: l’umana.
Quel rossore sulle guance della donna… quei capelli… quella pelle… non riusciva a dimenticare…
Si mise a sedere, inspirò profondamente cercando di riprendere il controllo.
Nulla, anzi, la situazione peggiorò, così afferrò il pesante mantello e uscì dalla tenda. Lasciò che l’aria fredda della notte riempisse i suoi polmoni stemperando i pensieri.
Un innaturale silenzio aleggiava nel campo, quasi tutti dormivano. Ad un tratto dei rumori lontani attirarono la sua attenzione. Luci si muovevano a nord dell’accampamento, oltre le ultime tende. Raggiunse rapidamente la cima della collinetta, scrutò oltre un gruppo di alberi alla sua destra e ringraziò il dono della vista degli Elfi, eredità della sua famiglia, che gli permise di vedere nell’oscurità senza difficoltà.
Due soldati della sua legione trascinavano con forza una figura scura legata per i polsi. Altri tre sopraggiunsero e la luce delle loro torce svelò la natura del prigioniero.

Tutti sapevano che la strada verso Sud era pericolosa. Ladri, ribelli e gente della peggior specie si aggirava tra quei boschi, così, quando si presentò l’opportunità di viaggiare in compagnia di altri, Elinor non esitò neanche un momento.
Mai avrebbe previsto, o solo pensato, di incontrare sul suo cammino la Legione del Re.
Come immaginò, cappuccio e mantello non servirono a nulla. La sua vera identità fu svelata fin troppo velocemente e quando il Comandante aveva ordinato di lasciarla andare, aveva sperato che tutto fosse finito lì. Invece, qualcuno quella notte entrò nella sua tenda, la imbavagliò così bene da impedirle di gridare e a tratti di respirare. Intravide, lo stesso soldato di quella mattina, chino su di lei ridere per poi legarle i polsi con una fune. Fu trascinata fuori dalla tenda dove altri tre soldati, con le loro fiaccole, li attendevano. Elinor frastornata non riuscì a stare in piedi, perse l’equilibrio e inciampò diverse volte cadendo malamente. Sentì che stava sanguinando, ma la paura regnava sovrana nella sua testa e in ogni fibra del suo essere e ciò le impedì di provare dolore.
Finalmente si fermarono.
I quattro soldati si disposero intorno a lei. Elinor cercò di essere forte, guardò tra i lunghi capelli che ora gli ricadevano scompigliati, prima a destra e poi a sinistra.
Nessuna via di fuga.
Si avvicinò il primo soldato e iniziò a toccarle i capelli, subito dopo un altro l’annusò come fosse una preda. Ognuno di loro era attratto da quella strana creatura.
«La porteremo al castello di Normur, il Re ci ricompenserà!» parlò il primo soldato afferrando il volto di Elinor con la sua enorme mano. Elinor non riuscì a trattenersi e più di una lacrima rotolò giù. Il soldato lasciò la presa ed Elinor cadde in ginocchio singhiozzando.
L’ altro soldato le afferrò la chioma e tirandole la testa in dietro disse: «Ci ricorderanno per anni!» rise e lasciò la presa spingendo Elinor in avanti, che finì col viso sulla fredda terra.
Per un attimo le mancò l’aria e la vista le si offuscò.
Alle sue spalle tutto avvenne con impressionante velocità. Dapprima le urla, poi un rumore metallico di spade, infine il silenzio.
Prima di svenire Elinor sentì scivolare via il bavaglio, il tocco leggero di una mano asciugarle le lacrime e braccia forti sollevarla dal terreno con delicatezza.

Quando Elinor riaprì gli occhi era giorno, il sole entrava da una piccola fessura lontana riscaldando l’ambiente. Per un attimo pensò di essere morta e forse lì, ovunque fosse, sarebbe stata in pace, poi girò la testa verso sinistra e si accorse della presenza di qualcuno che la osservava. Il Comandante della Legione, lo ricordava benissimo, era seduto accanto al letto e non le toglieva gli occhi di dosso, come sicuramente aveva fatto per tutta la notte.
«Bene, sei sveglia!» si alzò e andò verso il tavolino.
Elinor lo osservò, era alto e dal fisico atletico, frutto sicuramente di anni di duro addestramento. I lunghi capelli bianchi, ordinatamente legati dietro la nuca, denotavano disciplina e precisione. Le allungò una ciotola di legno colma di un liquido trasparente, e per un attimo rimase ammaliata da quella strana luce che animava i suoi profondi occhi verdi.
«È acqua!» disse cercando di rassicurarla.
Elinor si riprese scuotendo leggermente la testa, sollevò le mani e notò delle bende che le avvolgevano i polsi. Non l’aveva soltanto salvata, ma si era anche preso cura di lei curando le sue ferite.
«Grazie… Comandante.» parlò tra un sorso e l’altro.
«Keldris, chiamami Keldris.»
«Elinor…» rispose. «Ancora grazie, per tutto. Non so cosa mi avrebbero fatto se…» non riuscì a finire la frase.
Keldris le si avvicinò, le scostò i capelli cercando di tranquillizzarla, poi, la tentazione fu tanta e non riuscì a trattenersi: la baciò.

Seguirono giorni, nella lunga strada verso Hann, che difficilmente entrambi avrebbero dimenticato.
Keldris affidò, nuovamente, Elinor alla carovana. Avrebbe raggiunto il Sud sperando di trovare altri suoi simili, nascosti agli occhi del Re.
Per quanto trovare il traditore fosse la sua missione, per Keldris ora tutto era cambiato, lui era cambiato. Elinor aveva sovvertito tutte le sue più ferree convinzioni. Sì, avrebbe portato avanti la sua missione ma con animo diverso, con l’intenzione di ritornare da lei il prima possibile.
Si fecero una promessa, di non dimenticarsi e ritrovarsi ad Hann per riprendere da dove avevano interrotto, poi Keldris montò a cavallo e si allontanò. Elinor continuò a guardarlo finché non scomparve all’orizzonte.

25 risposte

  1. Sabino carbone ha detto:

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  2. Martina ha detto:

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  3. Palma Todisco ha detto:

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  4. Lisa Lafaenza ha detto:

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  5. Antonio ha detto:

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  6. Antonio ha detto:

    Un racconto entusiasmante. Bravissima l’autrice.

  7. Nunzio ha detto:

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  8. Giacomo ha detto:

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  9. Rossella di gioia ha detto:

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  10. Miriam ha detto:

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  13. Sabino boccaforno ha detto:

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  15. Ezio Ranaldi ha detto:

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  16. Donato Destino ha detto:

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  17. Chiara Tató ha detto:

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  18. Grazia ha detto:

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  19. Lucia metta ha detto:

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  20. Caterina Marchetti ha detto:

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  21. Mery Leone ha detto:

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  22. Andrea malcangio ha detto:

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  23. Tina lenoci ha detto:

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