LA SOLITUDINE DELL’ASTRONAUTA

Racconto in concorso

LA SOLITUDINE DELL’ASTRONAUTA

Di Andrea Martina

Si svegliò all’improvviso, con la sensazione che qualcosa non andasse per il verso giusto. Impiegò alcuni minuti per superare il torpore indotto chimicamente dall’iniezione che era costretto a praticarsi tutti i giorni per poter dormire.
Dopo essersi slacciato le cinture che lo tenevano ancorato al lettino, Derek fluttuò nella propria stanza, poi attraverso il corridoio di congiunzione con la sala comando e in breve si ritrovò di fronte allo schermo che raccoglieva le informazioni di cui aveva bisogno.
Scrutò i vari indicatori e verificò la correttezza di ogni valore eseguendo alcuni test standard. Nessuna avaria, niente che lasciasse intuire un malfunzionamento capace di allertarlo nonostante la sedazione.
Eppure, il pensiero che ci fosse qualcosa di sbagliato non lo abbandonò, non del tutto. Derek si guardò attorno, con l’ostinazione che lo aveva tenuto in vita fino a quel momento. Venire a capo di ogni problema era stato il suo modo di tenere duro, di lottare contro le avversità.
Si diede una spinta verso la cupola, l’unico punto da cui poteva osservare lo spazio esterno. Da tempo aveva interrotto il meccanismo che regolava la gravità artificiale, trovando più semplice spostarsi per tutta l’astronave, progettata per ospitare un equipaggio di almeno venti astronauti.
A Derek la vista dello spazio era sempre piaciuta, anche se gli mancava poter osservare il cielo trapuntato di stelle durante le notti terrestri. Fin da bambino aveva imparato a riconoscere le varie costellazioni e a distinguere i pianeti intrappolati nelle loro orbite. Passava le giornate a studiare le mappe, imparando i nomi delle stelle. A pensarci ora, si rendeva conto di aver passato il tempo con la testa china sui libri solo per avere l’opportunità, un giorno, di sollevarla più in alto di tutti.
Adesso in lontananza poteva vedere la Terra, silenziosa e indifferente al destino di quel figlio perduto nello Spazio. Spesso Derek si chiedeva se il mondo c’era ancora o se semplicemente non si interessava più a lui.
Provò a mettere in funzione la radio, sapendo già che in cambio avrebbe ricevuto solo un fruscio, un eco privo di significato, la voce stessa della sua condizione. Derek si sentiva intrappolato all’interno di una bolla invisibile, nella quale l’accesso alle risposte che lo tormentavano gli era precluso, come se una forza invisibile lo tenesse separato dalla realtà. Le domande che lo tormentavano erano sempre le stesse: cosa gli stava accadendo? E dov’erano tutti gli altri?
All’inizio l’equipaggio era composto da tecnici e astronauti addetti al pilotaggio. Si considerava in buoni rapporti con tutti, ma ciò che davvero gli importava era di essere un po’ più vicino alle stelle di quanto gli fosse concesso stando sulla Terra.
Poi accadde, all’improvviso.
Quel giorno, ormai di tanto tempo prima, Derek si era svegliato e aveva capito subito di essere rimasto solo. Ad accoglierlo, invece delle voci dei suoi compagni di viaggio, il silenzio, duro come l’acciaio di cui era fatta l’astronave, interrotto brevemente dai bip automatici delle apparecchiature per il sostentamento.
Incredulo, Derek aveva attraversato tutti i settori dell’astronave, illudendosi di essere protagonista di uno scherzo o di una qualche alterazione delle proprie percezioni. Dopo tre giorni di incubi e disperazione, si era infine convinto che nessun gioco crudele era in atto e che fisicamente era in perfetta forma.
Semplicemente tutti gli altri erano spariti.
L’accettazione di quella nuova condizione, anche se inspiegabile, generò in lui una nuova e inaspettata forza. All’angoscia iniziale era subentrata la voglia di sopravvivere, un istinto che quasi faceva male e al quale si era aggrappato per non lasciarsi sopraffare dal desiderio della resa. Teneva il conto dei giorni, e vederli crescere di numero lo faceva sentire forte e allo stesso tempo sempre più solo.
Con la mente ancora anestetizzata dal sonno, Derek si allontanò dalla postazione di osservazione e raggiunse la sezione comunicazioni del ponte di comando.
L’astronave disponeva di una vera e propria biblioteca da cui poteva attingere ad ogni genere di intrattenimento. Pensò che guardare un vecchio film lo avrebbe aiutato a dissipare la sensazione che lo aveva assalito al risveglio, lasciandogli addosso un peso che aveva finito per renderlo più triste.
Scorse la lista suddivisa per generi che ormai conosceva a memoria, quando sullo schermo comparve qualcosa che non aveva mai visto prima. Era un semplice punto di domanda, che lampeggiava privo di altre indicazioni. Derek pensò che fosse un guasto del sistema videoludico, un file che nel tempo si era alterato e che adesso non funzionava correttamente.
Passò comunque le dita sul comando che consentiva di avviare la riproduzione, convinto di ricevere in cambio un messaggio di errore, un modo come un altro per interrompere seppure brevemente la rigida routine della sua vita da astronauta solitario.
Restò invece senza fiato quando, dopo pochi istanti, sullo schermo comparvero delle immagini.
Derek quasi urlò per la sorpresa. La scena gli era troppo familiare perché non la riconoscesse subito. Il prato era esattamente come lo ricordava, leggermente declinato verso il basso perché si trovava sul fianco di una collina. Vide, con lo sguardo febbrile mentre cercava di cogliere tutti i dettagli, anche il gruppo di alberi sopravvissuti alla deforestazione, con le radici nodose e contorte che emergevano dal terreno grigio. Soprattutto, sullo sfondo, c’era la sua casa, con la facciata bianca, le finestre ai lati della porta di ingresso e il dondolo che suo padre aveva costruito l’anno in cui era rimasto senza lavoro.
Al centro della scena un movimento lo spinse ad avvicinarsi allo schermo, quasi fino a toccarne la superfice con la punta tremante del naso.
Si portò una mano alla bocca per trattenere l’ennesimo urlo quando capii a chi appartenevano le due figure stese l’una accanto all’altra, mentre la leggera brezza della sera increspava l’erba come un mare di alghe scure e crepitanti. Da una parte c’era lui, gli occhi fissi verso le stelle. Dall’altra lei, i lunghi capelli corvini illuminati dall’opalescenza della Luna, le labbra piegate in un sorriso appena accennato.
Quel momento Derek lo ricordava perfettamente. Si erano ritrovati lì dopo la morte dei suoi genitori, dopo mesi trascorsi a rimettere ordine nella propria vita per capire quale fosse la direzione da prendere.
Istintivamente, senza nemmeno più chiedersi il senso di quello che stava guardando e come fosse possibile che ciò stesse accadendo, Derek aumentò il volume. Sapeva che quella volta avevano parlato, si erano detti qualcosa di importante che alla fine gli aveva fatto capire cosa dovesse fare della propria vita.
Fu lei a parlare per prima, lo faceva sempre quando non sopportava più i lunghi silenzi a cui lui talvolta la obbligava.
“Mi spieghi perché ti metti a fissare il cielo tutte le volte che qualcosa non va?”
“Cerco solo di guardare la vita dalla giusta prospettiva” gli rispose lui.
“E quale sarebbe?” insistette lei.
“Quella dell’astronauta, ovviamente.”
“Che vuol dire?” Adesso si era sollevata per guardarlo meglio in viso.
“Che in fondo siamo tutti astronauti in bilico sull’ultimo passo, quello che ci tiene ancora agganciati alla gravità.”
“Capisco cosa intendi…” disse lei. E poi aggiunse: “Siamo tutti eroi obbligati a lanciarci nel vuoto”.
“No, non eroi. Solo esseri umani.”
Poi le immagini svanirono e lo schermo tornò ad essere bianco e silenzioso.
Derek provò a richiamarle, ma senza successo. Pensò di aver sognato tutto, di essere preda di un’allucinazione, di una forma di delirio che aveva fatto riemergere dai recessi più profondi della sua coscienza i brandelli del suo passato, relitti ormai sepolti tornati alla luce solo per un breve istante.
Si rivide, steso su quel prato a sognare di stelle e mondi lontani, mentre lei gli si faceva sempre più vicino, fino a sfiorargli il viso con i capelli che sapevano di limone. Si erano amati quella volta, intrecciando le proprie esistenze con la furia tipica di chi sa di essere prossimo ad un addio. Lui aveva scelto di raggiungere il proprio sogno e adesso era lì, da solo, perduto, incapace di comprenderne la ragione, pieno solo del desiderio di tornare da lei.
Lasciò la postazione video e si diresse nel settore dell’astronave che conteneva le tute pressurizzate. Indossò il pesante scafandro aiutato dai bracci meccanici automatici. Poi comandò al computer di bordo l’apertura del portello, che scivolò via con un ronzio, fino a spalancarsi sull’infinita distesa nera, la stessa che aveva sempre desiderato raggiungere.
Allora Derek trattenne il respiro e fece un passo in avanti, lungo la pedana metallica. Poi un altro e un altro ancora, fino a ritrovarsi in bilico, sospeso nel vuoto assoluto.
Fu allora che comprese.
Si trattò di una rivelazione talmente improvvisa da farlo tremare. Non era la Terra ad essere in silenzio. Non erano i suoi compagni di viaggio ad essere spariti. Era lui a non esserci più. Derek si era perso, da qualche parte in se stesso.
Forte di quella nuova consapevolezza, finalmente libero di poter guardare nelle profondità siderali che si portava dentro, Derek fece l’ultimo passo.
E fu finalmente tra le stelle.

10 risposte

  1. Paola Mazzotta ha detto:

    Voto questo racconto

  2. Laura ha detto:

    Voto questo racconto emozionante e surreale

  3. Sonia ha detto:

    Voto questo racconto.

  4. Chiara ha detto:

    Voto questo racconto

  5. Anna Maria ha detto:

    Voto questo racconto
    Profondo e terribilmente attuale.
    Ci perdiamo continuamente non riuscendo a vedere che quello di cui abbiamo bisogno è a un passo da noi.

  6. Annì ha detto:

    Voto questo racconto

  7. Roberta ha detto:

    Voto questo racconto. Molto profondo e struggente.

  8. Daniela ha detto:

    Voto questo racconto perché mi ha emozionato dall’inizio alla fine, mi ha comunicato una sottile angoscia ed alla fine mi ha liberato…. questa solitudine appartiene a ciascuno di noi se dedichiamo un istante ad ascoltare la nostra anima. Ecco, leggerlo è fare un selfie del nostro inconscio

  9. Maria Pia ha detto:

    Voto questo racconto

  10. antonio pellegrini ha detto:

    Voto questo racconto perché mi è piaciuto!

I commenti sono chiusi.

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