NUOVA EDEN

Racconto in concorso

NUOVA EDEN

Di Simona Sergio

Le porte di vetro si chiudono, mentre il soldato digita il codice per Paradise Island. Pavel stringe forte la mia mano, mentre premo la fronte contro la superficie fredda dell’abitacolo, scrutando l’orizzonte. Stiamo salendo. Me ne accorgo dalle farfalle nello stomaco e da una leggera pressione alle tempie, ma non riesco a vedere oltre il mio naso. L’oscurità ci avvolge completamente. È difficile credere che un tempo qui ci fosse il mare, che le persone avessero libero accesso a tutta l’area e che ci fossero cinema, ristoranti, persino una pista di pattinaggio e il più grande acquario d’Europa. Tutto spazzato via, come un colpo di spugna.
Insieme a noi c’è un’altra coppia, padre e figlia. Sembrano tranquilli, felici. Quando l’uomo incrocia il mio sguardo, scorgo un velo di compassione nei suoi occhi.
La Repubblica rilascia un pass giornaliero per Paradise Island come regalo per il compimento dei diciotto anni o come premio in caso di sterilizzazione o eutanasia volontarie.
Un sorriso di circostanza mi brucia le labbra, mentre vorrei solo vomitare.
Conficco le unghie nel taccuino che porto sempre con me. Apparteneva a mia madre, a mia nonna e prima ancora alla mia bisnonna. È una raccolta di ricette, quelle realizzate con il cibo vero, prima dell’avvento dei buds. Un’unghia mi si spezza, ma i battiti del mio cuore tornano regolari. Prego affinché le porte dell’ascensore si riaprano presto.
Al piano ci accolgono tre uomini armati di AK-24 e un elegante maître di sala.
La ragazza tocca il braccio del padre per capire se si tratti di un sogno. Ai suoi grandi occhi grigi tutto sembra immenso e scintillante, proprio come lo era stato per me a diciotto anni. I ricordi sono ancora vividi, anche se adesso l’ambiente mi sembra piccolo e claustrofobico.
Radunate più avanti troviamo una decina di persone intente a guardare un video sulla storia delle Paradise Industries. “… fondate dopo l’impatto dell’Hallelujah, il meteorite che ha distrutto gran parte del nostro pianeta, si sono trasformate in pochi anni da semplice catena di ristorazione solidale a laboratori di ricerca all’avanguardia per nuove forme di alimentazione di massa…” Si guardano bene dal dire che quando le scorte di cibo divennero scarse o pressoché inesistenti, le Paradise Industries assunsero il monopolio assoluto su di esse.
Una volta riuniti agli altri ospiti, inizia la nostra visita guidata. Il maître si ferma davanti ad ogni isola ristorante presentando le diverse specialità. Passiamo in rassegna la postazione delle zuppe e delle verdure, quella della pasta, quella della carne e del pesce e persino una lunga vetrina di dolci. Possiamo mangiare e bere senza limiti tutto quello che vogliamo. Qualunque pietanza sembra un pezzetto di paradiso per chi, fin dalla nascita, ha conosciuto solo i buds, pillole insapori da ingoiare tre volte al giorno per avere l’apporto necessario di proteine e vitamine per sopravvivere.
Quando ero piccola, nonna mi raccontava come venivano cucinati e consumati i pasti fino ad un secolo prima. Per molti anni ho pensato si trattasse di una favola della buonanotte.
Quando passiamo davanti ad un enorme Gate presidiato da altri militari, io e Pavel ci scambiamo uno sguardo fugace. Da lì si accede ai laboratori di ricerca. Sono finanziati dai più ricchi uomini d’affari, quelli che sanno ancora che sapore ha il cibo vero.
Alla fine del tour i camerieri ci fanno prendere posto ai tavoli davanti ai quali ampi finestroni si affacciano sul nulla. L’unica luce visibile è quella della cabina rotante di una vecchia attrazione turistica diventata postazione di vedetta. Cinque dei suoi otto pennoni sono abbattuti al suolo a causa dei continui tornado.
Io e Pavel ordiniamo un impasto schiacciato condito con pomodoro e formaggio. Si chiama pizza. Era uno dei cibi più famosi nel vecchio mondo. Il servizio è efficiente e veloce. Il silenzio avvolge la sala. Nessuno ha voglia di parlare ma solo godersi la sensazione di poter finalmente masticare e assaporare qualcosa.
Mentre sono quasi a metà della mia cena, la bianca scia di un bengala disegna un profondo arco nella notte. La segue una violenta deflagrazione. È il segnale. Se la prima parte del piano ha avuto successo, le alte cancellate delle Paradise Industries sono state abbattute e una folla inferocita sta reclamando un po’ di giustizia.
Sicuri per troppo tempo di essere al centro di un’area inviolabile, i soldati sono colti di sorpresa come ci aspettavamo. Due dei quattro uomini che presidiano gli ascensori convergono al centro in cerca del loro capitano. Il padre della ragazza dagli occhi grigi si alza per chiedere spiegazioni. Uno dei militari, puntandogli l’arma contro, gli intima di rimettersi seduto e tacere, poi prova un contatto via radio con gli uomini all’esterno. Un lungo silenzio passa attraverso la ricetrasmittente. Il panico tende i loro volti secondo dopo secondo. La linea è molto disturbata, ma infine arriva una risposta. Problema risolto. Gli ascensori saliranno per un controllo di routine. Siamo pronti, non c’è spazio per ripensamenti o paure dell’ultimo minuto. Porto la mano sotto la camicetta e sfioro la profonda cicatrice sul ventre. Non ho nulla da perdere ora che mi è stato negato ogni futuro. Altre tre coppie si sono sacrificate prima di noi, per ottenere un invito ed arrivare preparati a questo giorno. Penso anche a loro, ai nostri figli mai nati.
Nel silenzio irreale sentiamo il sobbalzo delle cabine di vetro che giungono al piano e delle porte che si aprono, poi distinti colpi di mitraglia. I nostri compagni sono riusciti a prendere il controllo. Io e Pavel ci facciamo un impercettibile cenno con la testa.
Approfittando della distrazione dei nemici e delle urla degli ospiti, lanciamo i pesanti piatti di portata dritti alla gola dei due soldati, centrandoli. Ci siamo allenati a lungo nelle varie simulazioni. Questo era uno degli scenari più probabili. Due militari stanno correndo dal Gate verso di noi, ma è troppo tardi. Pavel si è già impossessato di un’arma e inizia a sparare su di loro all’impazzata. Io termino i due a terra. È stato come in allenamento, solo più intenso. Con l’adrenalina che ti pompa nelle vene, è tutto più semplice. Non c’è tempo per pensare, altri quattro uomini ci hanno individuato da lontano. Strisciamo sotto i tavoli ed è in quel momento che la vedo. La ragazza dagli occhi grigi è distesa a terra, lo sguardo vitreo e un rivolo di sangue che le cola da un angolo della bocca. Poco più in là, riverso su un fianco, suo padre.
Non appena i soldati vedono i commilitoni a terra, ci sparano addosso per stanarci, ma dal lato opposto stanno arrivando i nostri. Le due parti aprono il fuoco quasi contemporaneamente. I cuochi e i camerieri sono rannicchiati, atterriti, evitano persino di incrociare il nostro sguardo. Raffiche furiose di mitra vengono scaricate per un tempo che sembra infinito, finché regna di nuovo il silenzio. Pavel emette un fischio lungo e acuto. Qualcuno risponde con lo stesso segnale. La battaglia è nostra, ma siamo troppo in alto per capire se la guerra di sotto è vinta. Ci giungono solo gli echi distorti della rivolta.
Corriamo fiduciosi verso i nostri compagni che stanno già riempiendo zaini e sacche con tutti i viveri che riescono a trovare. La gioia, se così si può chiamare, è breve. Mi guardo intorno, c’è sangue ovunque. Uno dei nostri è a terra. Mentre gli altri continuano a fare incetta di tutto il cibo che trovano e a scaricarlo negli ascensori, io e Pavel procediamo spediti verso il Gate, dove è custodito il nostro obiettivo: le mappe per raggiungere Nuova Eden, l’unico luogo del pianeta sopravvissuto alla desertificazione. Col tesserino magnetico trafugato a uno dei soldati sblocco le porte. Dopo due rampe di scale siamo di sotto, nei laboratori. Pavel armeggia con l’interruttore generale, io con la torcia vado in perlustrazione. C’è un forte odore di muschio; il motivo è che siamo circondati da enormi serre.
In fondo alla sala, avvolta da una densa foschia, mi sembra di intravvedere una strana sagoma. Mi torna alla mente il disegno visto da bambina in un vecchio libro consumato. Mentre mi avvicino, le luci si accendono all’improvviso e tutto avviene così rapidamente che non ho neanche il tempo di realizzare. Pavel grida di buttarsi a terra, mi fa scudo con il suo corpo. Gli spari. Uno dei militari era nascosto nel laboratorio. Ora è steso sul pavimento. Corro tra le braccia del mio uomo, ma prima che possa raggiungerle, anche Pavel cade a terra. Mi accarezza il viso, mi sorride. Così muore. La mia bocca si muove chiamando il suo nome. Vado in apnea, tanto che mi sembra di non riuscire più né a respirare né a gridare. Quando sollevo lo sguardo offuscato dalle lacrime, finalmente la nebbia si è diradata e vedo la cosa che mi ha attirato incautamente. Non mi sono sbagliata. Si tratta di un albero. Non credevo ne esistessero ancora. Ipnotizzata dalla disperazione, mi dirigo verso le sfere rosse che pendono dai suoi rami. Nell’istante in cui chiudo gli occhi per toccare una di quelle perfette meraviglie, sento un nuovo sparo. È un buon modo per morire, penso. Il proiettile trapassa il mio cuore, ma non sento nulla, se non il contatto con la superficie liscia del frutto e il suo invitante profumo…
Apro gli occhi. Come è possibile? Sono ancora viva. Mi sento viva, più viva che mai. C’è ancora l’albero, ma non il laboratorio. Un giardino immenso si estende tutto intorno a perdita d’occhio. Infiniti alberi e piante. La vita cresce intorno a me. Mi accorgo di essere nuda, i lunghi capelli mi coprono i seni gonfi. Una dolce inaspettata fitta istintivamente mi porta la mano al ventre. Non c’è più la cicatrice. C’è una vita dentro di me.
Con un respiro profondo, lascio andare la mela. Mentre mi allontano, il frutto cade spontaneamente ai piedi dell’albero e si spacca rilasciando i semi nella terra fertile.
Il silenzio irreale è interrotto da una voce metallica e vibrante: “Benvenuta a Nuova Eden, cittadina.”

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