PENNE MAGICHE

Racconto in concorso

PENNE MAGICHE

Di Chiara Di Sarro

Nel dormiveglia c’ero io, il tuo mago, e vedevo con la coda dell’occhio il gatto che camminava sui tasti del pianoforte, furtivo e flessuoso, creando una piacevole melodia di crome e biscrome… per risvegliarti.
Scacciavo dalla mente quella vecchia storia di fuga da alti fuochi guerreschi in cui Nahi, samurai, perse la vita… Ricordo di lui che riparava balocchi di legno o casette di bambole: grandi, piccole, in miniatura, con le porte fatte di piccoli stuzzicadenti, con le torri di castelli fatte di sughero e bambù, intagliate come pifferi di una orchestra solenne. Maestro della sua preziosa lama, Nahi, riparava, aggiustava e incollava pezzi mancanti, o difettosi, sui mobili. Quelli mignon dello stupendo rifacimento di casa sua li aveva creati lui. Io rivedevo la sua dimora, così ombrosa; comprata nell’antica brughiera quasi straniera; poggiata su quelle scogliere di vasti prati fioriti, pieni di petali e corolle di ogni colore e profumo. E su quell’orizzonte si scorgeva il mare, fatto di acqua turchese e cristallina che si agitava in tante onde; si sbattevano infrangendosi fragorose sugli scogli e sulla sabbia bianca granulosa, più in basso.
Nahi e l’adorata sua Nagashi, con gli occhi a mandorla. Li vedo ancora. Là, nelle brughiere perdute e selvagge, tra i merli del castello di lui… e ripenso all’incubo di lei da sola in quel torrione al buio della notte.
Lo sento ancora oggi il giovane Nahi, in meditazione, mentre suggerisce alla sua Nagashi dei pensieri sottili: “Se trovi le scale segui la luce, esci dall’incubo e vai all’aperto, sul giardino dei fiori di campo nella mattina presto. Farà caldo… vedrai, ci sarà un’aria di tiepidume… un’aria calda. Seguila”. E come lui anche io ti suggerisco ancora… “Ti fermerai a giocare con le viole nello spazio erboso sotto un salice, vicino ad uno stagno limpido…”. Nagashi, guarda lì! Ora il tuo Nahi non c’è più. È sparito insieme alla sua katana… Non cercarlo ancora! Guarda lì! C’è una sediola fatta di un tronco cavo che ho intagliato per te… Torna al giardino, accomodati e stendi le gambe vicino alla sponda dello specchio di acqua dove passano ignare barcollanti delle oche dal becco arancione, con al collo un collarino rosso. Sono lì che girano in tondo e ascoltano i tuoi pensieri mentre scrivi e imbratti il tuo foglio con una penna antica. Nagashi… Nahi non c’è più! Nagashi, ti rimane il suo pennino antico, la tua penna… or ora l’ho intagliata io, come allora… basta che la giri e compare chiara una guida celeste: un cigno bianco reale… “Buongiorno Nagashi! – ti dice – E che le tue energie siano sempre forti! Letture ne avremo da fare, Nagashi, e ne comporremo spesso delle altre con tutte le mie piume. Comporremo altre musiche su spartiti, per girotondi, e altre crome, e biscrome! Un altro do minore”.
Più tardi, Nagashi, ci rivedremo al tuo risveglio. Io ora sono il tuo cigno. Riposa Nagashi!
Mi piace pensare ad un tuo momento fatto di burrasche di cavalli indomiti, pezzati marroni, con una goccia color crema sulla fronte ed il crine bruno scuro. Ti vedo correre, correre, Nagashi, con loro, e il manto del tuo destriero diventa nero, mentre il crine si trasforma in una grossa treccia grande dove infili le tue dita, aggrappandoti… e ti fidi di lui che corre dritto verso il tuo nuovo sole. Nahi è lontano, Nagashi, è perso ormai. Ti son rimasto io come cigno reale. Tu hai me che ti parlo e che ti guido… e torna ancora riflesso nei miei occhi quel lato oscuro del gatto furtivo, mentre tu risplendi sotto quella cinerea luna. Sei a fianco a me e sei sotto quella folle manciata di diamanti verdi degli occhi di lui che brillano attraverso due cucchiaini, alle tazze vuote poggiati, riflettendosi nel loro concavo metallo. Cosa ti auguro Nagashi? Degli anni infiniti, io con te… Nahi al tuo fianco che ti difende ancora dagli incubi. Io con te, l’uno per l’altra, io con te insieme, ritrovandoti sempre vicino a quel suono di pianoforte qui da me, sulle note di una musica antica: il suo urlo roco nel cuore della notte rompe le barriere del sonno.
Conosco il bisogno di cuore ad ogni età che è un grido di amore… è un grido netto e io lo accetto per te. Cosa ti auguro Nagashi? Auguri! Auguri… Prima che scada il giorno sul tuo mare e torni il buio, e che ti guidi, sempre, da me il tuo cigno reale! E come lui, dall’alto, vedo narcisi bianchi riflettersi in un’onda schiumosa e vedo un legno di mare alla deriva… il destino. Attraverso un tuo passo ascolto il tuo sorriso e trovo un’àncora a cuore, lucida e nuova, agganciata ad un asse di legno d’ebano tra la sabbia. Corri Nagashi! Perché sai correre, oggi, tra rovi e rugiade… Corri! Perché l’ora non ti disidrati e perché roccia non ti ferisca con un taglio sul cuore… lì dove amore non tocchi viso, se non di acqua e sapone. Il tuo cigno ti guida, Nagashi, e ti porta alla luce del sole. Io sono di fronte a te e tu non sai più dove girare il tuo sguardo: hai salda roccia e mare trasparente, davanti a te. Torna da me; dal sogno, breve col buio, è sempre il cammino; fuori al sole io e te insieme. E luci brillanti, per te, le vedo ancora in una notte scura e tempestosa… come fari sicuri ci illuminano il sentiero… c’è una porta di legno; una casa fatata nel cuore della foresta, su cui vi sono intagliati il sole, la luna, e le stelle. Sentili! Tutto intorno ci sono aromi floreali, sprigionati da infiniti bastoncini di incenso; ci sono candele rosse; statue di giada avvolgono un tempio di Buddha nascosto fra le fronde. La mia casa è lì, e tu ora sei con me qui, vicino al tuo cigno, fra un fumo etereo e celestiale.
Io mi ritrovo sdraiato, ancora incredulo di ciò che ho visto con l’occhio della mente, su di un tatami nella penombra fra quattro fogli di riso; scorgo sul soffitto, fatto di stoffa, le sagome e l’ombra di una lanterna di carta: origami giapponesi raccontano le nostre storie fatte di sogni. Mi immagino, io, come un burattinaio a mani alzate, dritto in piedi, di fronte alla sua tenda del perdono dei bambini… Loro ascoltano con i dentini appesi quell’illustre carillon di visi pezzati di blu e di rosa, di stoffe e di suoni, di legni ed argenti… e ad ogni suo scatto, un rivolo di risate più bianco di un latte caldo della sera.
Ora, io sul tatami, mi volto curioso e mi giro. Guardo ombre intorno a me. Sul pomello del vecchio scure dipinto a mano, più distante, rivedo un ritratto in miniatura che avevo dimenticato. È quasi un quadro. Lì su, a piccoli tratti, c’è il ricordo di un paesaggio montano. Il colore mi dice che è avvolto da una nebbia sottile. In lontananza draghi nani e fenici, ritratti, volano fra le cascate che si gettano a precipizio in gole di schiuma senza fine. Giù in basso, da sfondo, una coppia di amanti in kimono… un flash di un eterno legame indissolubile: due anatre mandarine guidate da un cigno bianco dai riflessi rosati. Davanti a loro, in primo piano, un grande rotolo di seta rossa, intrecciato alla loro destra come un nido, e raccolto in una cornice di legno pregiato, come una culla.
Mentre ammiro il disegno appare un leone turchese che lentamente viene verso di me, pronto a sbranarmi a fauci aperte e baffoni ritorti, con il suo pelo cinereo ritto. È lui, lo so, è Nahi, col suo spirito indomito, e trasformato ancora… Lo scorgo felino e accorto, a saltare nel mucchio dei miei ricordi… è il nostro gatto suonatore, Nagashi! È il gatto dei tasti solleticati e dolci del do minore… quello di un pianoforte ormai perso fra le corde strette da una morsa di amore.
Finalmente mi alzo di un poco, e dalla finestra scorgo sciami di farfalle variopinte; volano leggiadre verso di me; entrano vicine; e tu dormi al mio fianco. Si crea subito una coltre colorata e ci nasconde dal mondo.
Tra le mie mani ancora un segno di te, Nagashi. La lettera. La nascondo di nuovo mentre mi scivola il segno… E spirali di fuoco e lacrime scorrono al ricordo di quella carta di avorio che, bagnata di cognac, ha lasciato le firme sbiadite e mezze addormentate dal fumo… da cui ho salvato solo te. Ogni lacrima è un cuore che va oltre le nuvole dell’ira che tanto cambiò quella mano incantata che scriveva d’amore quelle frasi… ‘Un sogno fu di noi che ci vide e ci divise, passando a piedi nudi tra quel bosco di desideri. Noi ormai separati, Nahi! E in quel tempo non ci fu più quel destriero che ci riportò al nostro fienile’. Ora, io, esco fuori dalle quattro pareti di carta di riso; vedo passare di fretta branchi di animali selvatici che corrono nella vallata erbosa; li distinguo a tratti, arrivando con lo sguardo ai piedi dei monti innevati in lontananza. Gli animali più veloci paiono capeggiati da un lupo dal manto grigio fumo e poco più in là un’orsa, con il pelo irto e nero, come una pietra scura di opale, che blocca il passaggio ai suoi cuccioli, carponi, che rotolano ingenui davanti ai lupi sfrontati. Ancora più in là vedo le rupi… pietre e rocce sbiadite tra la neve, e ancora di marmo ghiaccio sono diventate le mie dita brunite, fuori al freddo… Oh Nagashi! Giallo è di nuovo quel fiume sul cui letto dormimmo abbracciati sulle zattere di fortuna gettate e raccolte tra riso e mondine… verdi fili d’erba tra le strette gole spietate che ci accolsero uniti in fuga. Finimmo i nostri giorni a cantare di cigni reali e di vecchi reami, e altrove non ci furono più muri schiantati da fuoco e da fumo… l’acqua limpida dello stagno del fiume li fece crollare, come la bocca arrossata e sorridente di un giullare. Alla fine, raggi di luce trapassarono le nostre membra; stanchi e imbrattati ma con te vivente, ogni altro essere, per me e per te, allora in fuga, era ormai assente. La vita è lunga oggi con te, Nagashi, ed ad ogni nostra notte libera segue il giorno che, adesso, è già presente. Anche questa notte coloro con un sogno il tuo kimono con la delicatezza piumata del cigno bianco, e ti racconto in un battito tutto ciò che mi è venuto in mente, con un tratto ampio.

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