LA CHIAVE DI VIOLINO INCANTATA

Racconto in concorso

LA CHIAVE DI VIOLINO INCANTATA

Di Angela Maria Grazia Sordi

Questa è la storia di una ragazzina giapponese, figlia di un diplomatico, senza la mamma, morta di parto e con un padre assente, il suo nome è Miki Shizuka.
Miki era una ragazzina molto sola e di aspetto piuttosto comune, aveva capelli lisci come gli spaghetti della zuppa di ramen, lunghi fino alle spalle e corvini come l’inchiostro scuro, aveva due grandi occhi a mandorla, contornati da spessi occhiali da vista, tondi come cerchi di vetro che le occupavano gran parte del piccolo viso paffuto come una luna piena. Miki si sentiva spesso inadeguata con le persone, soprattutto con quelle della sua età, ma c’era una cosa che amava fare più di ogni altra: suonare il pianoforte. Miki davanti ai tasti bianchi e neri si sentiva capita e amata ed esprimeva tutto il suo talento di straordinaria pianista, pur avendo solo quattordici anni. Un giorno di autunno piovoso, Miki, tornata da scuola in lacrime dopo essere stata bullizzata, come ogni giorno, dai figli delle più influenti famiglie della città, si rifugiò nella stanza da musica, si avvicinò al pianoforte e, specchiandosi nel legno nero dello strumento, sorrise al suo riflesso, spostò lo sgabello, si sedette davanti al mare di tasti d’avorio e d’ebano e, con dita agili e sottili, iniziò a produrre una bellissima melodia. L’intera stanza da musica venne pervasa da suoni meravigliosi, dalla finestra entrò un raggio di sole che illuminò Miki. La ragazzina suonava ad occhi chiusi, come se fosse in una magica estasi, e non ebbe più percezione di nulla. Appena la musica si fece più incalzante, il parquet di legno di tek della stanza da musica lasciò il posto ad acqua color cobalto. Quando Miki riaprì gli occhi a mandorla, poiché aveva sentito le suole delle ballerine marrone scuro, che completavano la divisa della scuola, bagnate, vide una distesa d’acqua sconfinata. Miki si arrampicò sullo sgabello del pianoforte che, come lo strumento, non era sprofondato nell’acqua fresca ma galleggiava su di essa, sospinto dolcemente da una calda brezza estiva. Miki, guardando bene intorno a sé, si rese conto che la distesa d’acqua era un enorme lago sulle cui sponde, c’era una foresta rigogliosa di alberi verdissimi. Sulle acque c’erano tantissimi fiori di loto, dalle larghe foglie e dai fiori color pastello. Le piante acquatiche ospitavano un villaggio di elfi dai tratti occidentali con occhi di ghiaccio e con capelli lunghi e lisci color miele. Indossavano abiti coloratissimi e avevano ali trasparenti e molto grandi come quelle delle libellule. Miki vedeva gli elfi indaffarati in mille attività, ma non sentiva alcun suono provenire da loro; neanche i pesci di cristallo, che guizzavano fuori dalle acque con balzi colossali, producevano rumori; neppure i cigni, dalle piume morbide e candide come la neve perenne sulle montagne, erano rumorosi. Era come se Miki fosse diventata all’improvviso sorda e muta. La ragazzina, con questo timore, premette un tasto del pianoforte di fronte a lei e subito il “La” prodotto sprigionò un bellissimo suono. Gli elfi, udito il suono, si avvicinarono a Miki, posandosi sul suo pianoforte, sulle spalle e sulle piccole mani della ragazzina; quando le minuscole creature magiche parlavano non producevano suoni ma si facevano capire molto bene, da Miki, con i gesti. Gli elfi spiegarono a Miki che, a causa di un sortilegio, nella terra in cui vivevano, Rainstars, per volere del perfido stregone Dragart, erano spariti i suoni, poiché lui li detestava da quando la sua bella sposa Muriel, che aveva una voce bellissima ed amava moltissimo cantare le ballate celtiche, era morta prematuramente. Ad un tratto, sulla riva in direzione di Miki, comparve un maestoso unicorno nero con gli zoccoli e il lungo corno al centro della fronte liscia, di oro fino e con la criniera e la coda, entrambe folte, color arcobaleno. Gli elfi del lago volarono sui giunchi, che crescevano numerosi nel loro bel villaggio e ne ricavarono, in tutta fretta delle corde lunghe e resistenti. I cigni presero tra i loro becchi forti ed arancioni le corde di giunchi e trainarono il pianoforte e lo sgabello, su cui c’era Miki, fino alla sponda che ospitava l’unicorno nero, di nome Iride, che scalciava impetuosa. Una volta sulla riva erbosa del lago, Miki si trovò faccia a faccia con il magnifico destriero e timidamente allungò una mano, accarezzandolo sul collo flessuoso. Iride, molto vicina a Miki, si fece pettinare con le dita sottili della ragazzina anche la criniera luminosa, poi si inchinò e così facendo le permise di salire sulla sua groppa vellutata. Una volta che Miki fu salita sopra Iride, questa iniziò a correre freneticamente nella foresta incantata, appena in tempo per sfuggire alle guardie oscure di Dragart, arrivate al lago per catturare Miki.
Iride, in un batter d’occhio, arrivò nel cuore della foresta incantata, dove ai piedi di una cascata c’era la dimora di Ronan, un saggio e potente mago. Miki, una volta scesa dalla groppa di Iride, si avvicinò alla casa del mago, un albero di acero dalle foglie rosse ed arancioni come le fiamme di un fuoco vivace, ed aprì la porta, intagliata con motivi di cervi, lupi ed orsi. Una volta entrata all’interno dell’albero, Miki si ritrovò in un ambiente accogliente e molto confortevole, al centro del quale c’era un tavolino basso di legno chiaro e lì c’era seduta una figura che dava le spalle alla porta e quindi anche a Miki, che non si era mossa da lì. La misteriosa figura di spalle indossava un mantello azzurro con un grande cappuccio che gli copriva la testa, sollevata la mano sinistra, con un anello di opale sul dito indice e l’avanbraccio tatuato con rune celtiche, fece cenno a Miki di avvicinarsi al tavolino. Miki si fece coraggio e si sedette sulla sedia, con un enorme schienale e con un cuscino ceruleo sulla seduta, di fronte alla figura incappucciata, che versò in due tazzine di porcellana cinese bianca e blu del tè da una terra fumante con il manico di bambù poi, con mano sicura, si tolse l’enorme cappuccio dalla testa, mostrando il suo volto. Era un uomo giovane, con occhi chiari come una fonte d’acqua pura, con un tatuaggio sulla parte sinistra del volto, uguale a quello che aveva sull’avanbraccio sinistro, aveva capelli lisci e bianchi, rasati sulla parte destra della testa, lunghi e raccolti in un codino. L’uomo disse a Miki, con il pensiero, di chiamarsi Ronan e che era un potente mago, ma aveva bisogno del suo aiuto per sconfiggere lo stregone Dragart. Una volta finito di bere il delizioso tè, accompagnato da squisiti dolcetti di riso con la marmellata di fragole, Ronan portò Miki nei pressi della cascata, dietro la quale c’era una grotta che ospitava l’antro di Ronan, sorvegliato da due enormi lupi con il manto grigio fumo. Nella grotta, Ronan donò a Miki una spada speciale con la lama d’argento, affilatissima e decorata con motivi di draghi e unicorni e con l’elsa a forma di chiave di violino, nera come la notte senza stelle, che si chiamava Violin Key. Miki, una volta impugnata la spada, si tramutò in un cavaliere; sulla divisa verde e gialla della scuola comparve un’armatura scintillante d’argento, con un unicorno sul pettorale e un elmo decorato con delle delicate piume di cigno. Usciti dalla grotta, Ronan e Miki si salutarono, poi arrivò al galoppo Iride che portò via Miki dalla Radura baciata dalla cascata. Lasciata la foresta incantata, Miki e Iride arrivarono ad un luogo privo di vegetazione in cui regnavano buio e silenzio come nel resto di Rainstars. Iride percorse la valle oscura, fino ad arrivare ad un castello di pietra color carbone, sorvegliato da guardie incappucciate che indossavano sul viso maschere a forma di teschio. Miki scese dalla groppa di Iride e, impugnata la spada Violin Key, si diresse verso la sala del trono, dove avrebbe trovato Dragart. Le guardie oscure cercarono di impedire a Miki di raggiungere il loro signore, ma ogni volta che scoccavano un fendente alla ragazzina, lei rispondeva coraggiosa con Violin Key, da cui scaturivano lupi e orsi di fumo colorato che infliggevano colpi mortali alle guardie che cadevano al suolo dissolvendosi, lasciando solo le maschere spettrali. Miki, con molta fatica, riuscì a raggiungere la sala principale, dove seduto su un grande trono, realizzato con teschi d’avorio, appartenuti sia ad esseri umani che ad animali, c’era lo stregone Dragart. Lo stregone indossava un lungo mantello di velluto nero e una veste di seta, anch’essa nera; sulla parte destra del volto pallido, con gli occhi color rubino, aveva una maschera di ebano per coprire una brutta cicatrice che lo aveva lasciato sfigurato dopo uno scontro con il mago Ronan. Aveva lunghi capelli mogano, ondulati e raccolti in una treccia morbida, con una barba ispida dello stesso colore. Nella mano sinistra impugnava un bastone di legno scuro con una pietra di fuoco sulla punta. Accanto al trono c’era uno scrigno di ossidiana, decorato con motivi di cuori e di rose, i fiori preferiti dalla bella sposa di Dragart, Muriel, raffigurata sul coperchio dello scrigno. Lei aveva capelli ricci, bianchi e soffici come i fiocchi di neve, e grandi occhi color turchese, dolci e amorevoli, e stava giocando con Gladys, il suo cigno nero. Lo scrigno aveva una serratura a forma di chiave di violino.
Dopo un’epica battaglia in cui Dragart e Miki si sferrarono colpi a non finire, Miki, approfittando di un momento di stanchezza dello stregone, si avvicinò allo scrigno, inserì l’elsa della spada Violin Key nella serratura e con un colpo secco dischiuse il magico contenitore, da cui fuoriuscì una luce bellissima che illuminò ogni cosa. Il magico bagliore disintegrò Dragart in un fumo scuro e denso: di lui rimasero sul pavimento di alabastro solo la maschera e il bastone. Miki uscì dal castello, che non era più così oscuro, e una volta nella valle, che non era più così silenziosa, trovò Iride che la portò sulle sponde del lago. Qui Miki raggiunse il suo pianoforte e, grazie a una magia di Ronan, lasciò il regno di Rainstars in un’armonia di suoni e rumori degli abitanti del magico mondo, ritrovandosi nella stanza da musica con il parquet di legno di tek. Miki si alzò dallo sgabello del pianoforte, si avvicinò alla finestra, da cui entrava adesso la luce del sole, e vide il suo riflesso; non indossava più l’armatura, ma la solita divisa verde e gialla della scuola. Poi qualcosa attirò la sua attenzione: sul polso della sua mano sinistra c’era tatuato un piccolo unicorno nero, con la criniera arcobaleno e avvolto in una bellissima chiave di violino.

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