COMPOSIZIONE VETTORIALE

Racconto in concorso

COMPOSIZIONE VETTORIALE

Di Alessandro Mazelli

Lo chiamavano Vettore 37. All’anagrafe era Colin, un nome tanto simpatico da rispecchiarsi in una simpatia del tutto inesistente, ma almeno bilaterale. Lui non piaceva agli altri, e gli altri non piacevano a lui.
Per il Vettore 37 esisteva solo il lavoro per la Compagnia, un incarico che lo assorbiva ogni giorno della sua vita, per tutto l’anno.
Colin guardò la valigetta nera sul sedile alla sua sinistra. Conteneva il pezzo di ricambio per il computer centrale di Antharian, la città di controllo. Quale componente si celasse in quella ventiquattrore, il Vettore non lo sapeva. E non gli interessava.
Gettò un’occhiata agli altri viaggiatori sul treno: nessuno pareva concentrarsi su di lui. Bene.
Fuori dal finestrino, le metropoli dell’Anello sfilavano rapide ancora avvolte nel grigiore di quell’alba malata. La densa foschia annegava le strutture in una nebbia opprimente e pesante, una coltre plumbea e stagnante da cui intrecci di acciaio e calcestruzzo emergevano come a voler riprendere fiato.
«Posso?»
Colin, che aveva già udito i passi avvicinarsi, piantò i suoi occhietti scuri sul viaggiatore. Solitamente, la faccia truce e lugubre del Vettore era sufficiente a scoraggiare la gran parte dei temerari. Il colpo di grazia era offerto dal suo sorriso nefasto. Quando osava distendersi sulle labbra secche e sottili incuteva solo un timore reverenziale. E il desiderio di darsi alla fuga.
Purtroppo, non si trattava di un pendolare qualsiasi.
«Buongiorno, Vettore 58.» disse Colin con voce monotona.
Il 58 sedette scomposto sul sedile di fronte e contemplò per un breve attimo la valigetta nera.
«Dove consegni oggi?» Da Colin uscì solo il sibilo del respiro. «Sempre di tante parole, tu. Io vado a Shell. Devo portare il ricambio per una gru a sollevamento magnetico.» spiegò dando dei colpetti con il palmo sulla sua ventiquattrore di pelle. «Nessuno, nelle alte sfere, vuole che il cantiere del nuovo snodo commerciale rimanga fermo.»
Colin ne fu rincuorato. Shell sarebbe stata la fermata successiva. La contentezza, ovviamente, non trasparì dal suo viso scialbo e inespressivo.
«Dei Vettori che conosco», continuò 58, «tu sei l’unico così. Si capisce che ambisci alla promozione.»
Il fastidioso collega aveva centrato il punto. I Vettori erano scelti tra uomini e donne straordinari per intelligenza e prestanza fisica. Un QI di almeno duecento legato ad un’agilità al limite dell’umanamente possibile. Solo gli androidi potevano rendere di più, ma avevano la brutta abitudine di farsi violare dagli hacker in continuazione. Dopo anni trascorsi a consegnare preziose parti di ricambio – preziose non solo per chi le richiedeva… – la maggior parte dei Vettori ambiva alla promozione, alla Composizione Vettoriale, il vertice della catena di comando della Compagnia. Tutti i trentasei Vettori che avevano preceduto Colin erano già stati elevati al rango superiore. Lui era il prossimo, doveva essere il prossimo.
Il treno a levitazione frenò improvvisamente, sussultò un paio di volte. Le luci blu e fredde lampeggiarono. Poi, come nulla fosse, lo scenario dietro il finestrino riprese a scorrere triste e malinconico come prima.
«Dannazione. Che ha quel computer?» esclamò stizzito 58. «Sono un paio di giorni che tutto funziona a singhiozzo. A casa sono rimasto chiuso in bagno per ore prima che tornasse l’alimentazione alle porte.»
«Mi dispiace molto.» mentì Colin, la bocca dritta e indifferente.
Il computer di Antharian controllava tutto nelle città dell’Anello. Shell, Torre, Salaria, Oxida, Windia e Macchina erano metropoli integralmente governate dal cervellone centrale, in ogni singolo aspetto: dalle porte del bagno alle centrali nucleari.
Il panorama iniziò a decelerare. Una voce metallica annunciò la stazione di Shell.
«È la mia fermata. Vado.» Il Vettore salutò con un cenno e si sistemò al centro della carrozza, davanti alla doppia porta. Colin lo seguì con lo sguardo, senza muovere la testa. Non gli riuscì di comprendere come una persona addestrata ed intelligente quale un Vettore della Compagnia non fosse in grado di percepire una situazione di pericolo.
Alle spalle di 58 si era accostato un uomo con un lungo soprabito nero ed una cuffia calata sino agli occhi. Si era avvicinato anche troppo. Nel momento in cui le porte si spalancarono, le gambe del Vettore 58 parvero perdere consistenza; tutto il resto del corpo fu sostenuto dall’individuo vestito di nero. Uscirono.
Probabilmente, Colin non avrebbe più rivisto 58. Dovevano esserci altre sfere, forse anche più in alto delle prime, che non gradivano la ripresa dei lavori. Uno di meno che ambisce alla promozione, pensò cinicamente 37. Un elemento che comunque non giovava al buon nome della Compagnia.
Quando il treno riprese a scivolare silenzioso, la mente del Vettore 37 volò alla promozione. I malfunzionamenti continui ben si accordavano con la necessità del pezzo di ricambio e, all’interno della confederazione dell’Anello di città, nulla era più importante del computer di Antharian. Un incarico di tale prestigio era, per Colin, un segnale inequivocabile.
La forza centrifuga spinse 37 ad inclinarsi leggermente. Il convoglio aveva imboccato i binari che uscivano dall’anello esterno diretti al centro. In breve, infatti, le cupole in calcestruzzo armato precompresso di Shell sparirono dal finestrino, lasciando lo spazio ad un’immensità di terra piatta, bruna e fessurata, la cui unica vegetazione era costituita da esili fili d’erba nati tra acque di scarico iridescenti. Al confronto, la stazione bianca e asettica di Antharian era un piacevole luogo per scampagnate.
La parte del viaggio più rischiosa era giunta al termine. Al polo intermodale, il Vettore 37 fu prelevato da una navetta blindata e scortato sino al palazzo del computer centrale.
Dopo un controllo lungo e approfondito, Colin fu accompagnato proprio nel cuore dell’immane calcolatore, dove fu accolto da una donna alta e completamente avvolta nel bianco: camice lungo sino a terra, guanti in lattice e mascherina.
«Buongiorno Vettore 37. Mi scusi, ma lavoravo sino ad un attimo fa nel laboratorio, e anche un granello di polvere può compromettere un circuito.» disse la donna; era riuscita a cogliere la leggera aria interrogativa lampeggiata sul viso di Colin. Dall’assottigliarsi degli occhi e dal movimento dei muscoli, la scienziata stava sorridendo. «Sono la dottoressa Agatha Anvil, responsabile della manutenzione del computer.»
La sala del supercalcolatore era circolare e avvolta nella penombra. Quando la porta alle spalle di Colin si sigillò ed il trapezio di luce a terra scomparve, l’ambiente piombò nell’oscurità più profonda.
«Ops!» esclamò la dottoressa. «Aspetti, ora attivo l’illuminazione.»
Il centro della stanza era occupato da un’alta struttura metallica, sulle cui componenti lucine multicolore giocavano impazzite. Schermi, led, circuiti, nulla di strano per un computer, non fosse stato per la moltitudine di persone sedute composte attorno al calcolatore, le teste tappezzate di elettrodi, gli occhi vuoti puntati nel nulla.
«Mi segua, Vettore 37.»
Girarono attorno alla colonna cibernetica per quasi centottanta gradi, sino ad un banco di lavoro incassato nella parete perimetrale.
«Lei è il primo che non si è scandalizzato a questa vista.» spiegò Agatha Anvil, prendendo in consegna la valigetta nera. «Di solito nessuno capisce.»
«Il computer di Antharian gestisce tutta la vita nell’Anello di città.» rispose con il suo tipico sussurro il Vettore 37. «Sono felice che ogni decisione non sia il frutto del calcolo di una fredda intelligenza artificiale, che dell’uomo non può saper tutto.»
La dottoressa sorrise sotto la mascherina. Quindi si girò, fece alcuni passi e adagiò la ventiquattrore sul tavolo. Le serrature scattarono.
«È una chiave di lettura molto interessante.» disse. «Sono lieta che sia stato scelto per la Composizione Vettoriale. Una simile intelligenza merita la promozione. Mi permetta però di fornirle un’ulteriore chiave interpretativa, Colin. Sebbene la scienza abbia fatto miracoli, è rimasto qualcosa che non riusciamo proprio a riprodurre. Nonostante i millenni che hanno visto il nostro mondo crollare e rinascere, mai siamo stati in grado di superare la complessità del cervello umano.»
La dottoressa Agatha Anvil si voltò. Nella mano destra impugnava una pistola narcotizzante. Riprese subito a parlare.
«Usiamo solo i migliori, li svuotiamo e li impieghiamo come processori collegati ai normali core ad elevata frequenza.»
Forse per la prima volta in vita sua, il Vettore 37 sudò. Il lieve ghigno apparso alla parola promozione era svanito; al suo posto, dal viso pallido traspariva un sentimento che Colin non riteneva di essere in grado di provare: la paura.
Gli occhi di Agatha Anvil ruotarono riducendosi a due fessure. Zampette di gallina incresparono la pelle.
«Se non l’ha ancora capito, Vettore 37, è lei il pezzo di ricambio.»

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