EPIFANEIA

Racconto in concorso

EPIFANEIA

Di Gabriele Masaro

Darius si tolse il visore, gettandolo stizzito sul divano. Era stata una giornata pesante e la notizia appena proiettatagli davanti agli occhi da quell’aggeggio non faceva che incupire il suo umore già burrascoso. “Un altro attacco di quelle ripugnanti creature, provenienti da chissà quale sistema planetario!” pensò inquieto.
Si avvicinò al vetro infrangibile, finestra su un mondo morente. Il vento sferzava i radi arbusti, i granelli di sabbia delle dune ticchettavano sull’abitazione circolare, mentre in lontananza si intravedeva il furore delle onde, bianchi cavalli su una immensa distesa blu zaffiro.  Si lasciò cullare dalla malinconia: quanto affascinanti dovevano essere stati quei luoghi cinque secoli prima, agli albori del Terzo Millennio! Ma ormai la Terra era quasi del tutto desertica, le calotte di ghiaccio sciolte da tempo e intere città erano state abbandonate prima di essere sommerse per sempre. Almeno fino al quarantaquattresimo parallelo le temperature erano proibitive e dopo le violente Guerre di Migrazione del XXII secolo, quasi tutti i sopravvissuti abitavano nelle aree temperate più a Nord. Le coste di Stati Uniti, Canada ed Europa erano flagellate da frequenti uragani, mentre nelle zone interne dell’Asia, l’aria quasi irrespirabile aveva costretto la popolazione a vivere indossando speciali maschere antigas.
Stava per entrare nel suo studio dove, nell’intento di vendicare l’amato fratello ucciso anni addietro durante un’incursione aliena, si dedicava, animato da una feroce ossessione, al progetto di un disintegratore di particelle subatomiche, quando un forte boato e una luce abbagliante lo costrinsero a coprirsi gli occhi. Appena riuscì a riaprirli, impugnò l’arma laser, indossò l’apparecchio poco prima scaraventato sul divano e uscì nella penombra. Il sole era da poco tramontato e poteva a malapena distinguere uno strano oggetto di forma ellittica.
Si avvicinò con circospezione, i sensi all’erta per captare il più lieve movimento. Il visore indicava presenza di vita all’interno della piccola astronave; doveva trattarsi di un velivolo alieno abbattuto dalla Difesa Spaziale. Si fermò a pochi metri di distanza con il dito sul grilletto e, dopo qualche istante, il portellone si aprì. Un’espressione di stupore si disegnò sul volto di Darius. Protetto da quella che sembrava un’uniforme militare, un uomo si trascinò avanti a fatica, sanguinando copiosamente dalla spalla sinistra. “Non sparare!” riuscì a dire prima di accasciarsi a terra, senza tuttavia perdere i sensi. Darius si avvicinò e quando constatò che si trattava proprio di un soldato ferito e disarmato rinfoderò la pistola, lo aiutò a rialzarsi e lo condusse in casa sostenendolo. Tamponò la ferita come meglio poté e adagiò l’uomo su un letto, deciso a contattare l’unità medica, ma il misterioso ospite lo pregò di non farlo:
“Non preoccuparti, hai bloccato l’emorragia, ora però bisogna che tu ascolti il mio messaggio, perché è davvero importante, Darius!”
“Come conosci il mio nome?”
“Calmati e siediti; ciò che apprenderai non ti piacerà.”
Il giovane obbedì, tenne tuttavia la mano sulla fondina per precauzione. L’altro sorrise con sarcasmo e iniziò a narrare nonostante il dolore al braccio: “Mi chiamo Alexis e vengo dal futuro. Quella là fuori è una macchina del tempo, so che può sembrare incredibile, ma ti sto raccontando la verità: gli umani saranno capaci di viaggiare nello spazio-tempo alla velocità della luce, avranno armi devastanti e colonizzeranno altri mondi. Io sono giunto dal pianeta Kadmos, che ruota attorno a Ross 248, nella costellazione di Andromeda.”
Darius aveva sempre sospettato che in quell’area potessero esistere pianeti adatti alla vita, ma non avrebbe mai immaginato che sarebbero stati raggiunti dall’uomo in così breve tempo.
“L’ambiente lì è molto ospitale,” continuò Alexis “vaste foreste racchiudono una ricchissima varietà biologica, ossigeno e acqua in abbondanza garantiscono un’esistenza serena a noi come a innumerevoli organismi animali e vegetali. La tecnologia non rappresenterà più una minaccia per l’equilibrio degli ecosistemi e si raggiungerà un alto livello di civiltà grazie al ridotto numero di abitanti, ma anche perché dopo la distruzione del nostro pianeta d’origine impareremo dai nostri errori.”
Darius non riuscì più a trattenersi: “Vuoi dire che non potremo più restare sulla Terra, ma troveremo la salvezza altrove?”
“È così.”
“Ma se quanto dici è vero, non dovrebbero più scoppiare guerre! Per quale ragione indossi una tuta militare? Perché sei ferito e qual è il motivo del tuo viaggio? Non capisco.”
“Dammi il tempo di spiegarti! Spinti dal bisogno, come ho detto, colonizzeremo altri mondi e vivremo in pace per diversi anni, ma alla fine Kadmos sarà invaso da una specie aliena implacabile, dotata di una tecnologia superiore perfino alla nostra.”
“Ora comprendo” annuì Darius stringendo il pugno con rabbia “e non serve che tu mi riveli l’identità degli invasori! Gli attacchi sono iniziati già qui sulla Terra.”
“Voglio che tu sappia cosa accadrà,” riprese Alexis “sono giunto ad avvertirvi! La conquista sarà rapida e cruenta. I nostri scudi difensivi terranno testa alle loro armi, eccetto una, un potentissimo cannone montato sulle loro astronavi in grado di polverizzare all’istante qualunque materiale nel raggio di centinaia di chilometri. Nessuna esplosione, né onda d’urto, nessun fragore, ma immagina soltanto che il nulla divori all’improvviso ogni cosa. In pochi giorni le nostre basi e le principali città saranno annichilite, ogni resistenza si rivelerà vana e, dopo atroci sofferenze, i pochi rimasti in vita saranno costretti a trattare la resa, ma quella razza aliena tanto ostile decreterà la nostra estinzione. Ci disperderemo, ci nasconderemo nel sottosuolo, io riuscirò a stento a fuggire con un piccolo drappello sul nostro satellite Titanius con la speranza di passare inosservato e di sopravvivere, ma non servirà a nulla perché ci daranno la caccia fino all’ultimo.” Darius restava in silenzio, gli occhi fissi a terra, paralizzato dalla rabbia; si sentiva frustrato, braccato dai fantasmi del passato e del futuro, così tragicamente simili.
“Ora lascia che ti racconti i miei ultimi momenti sul satellite. È un futuro già scritto o soltanto probabile? Per te la risposta è incerta, ma dal mio punto di vista si tratta di un recentissimo, irrevocabile passato; ecco come è andata.”
Mentre lo ascoltava, Darius colse una smorfia di dolore e notò l’altro impallidire.
“Mi trovavo nella più remota base di Titanius, ma gli invasori stavano ormai penetrando nei cunicoli sotterranei. Ero braccato nel labirinto delle gallerie con il capitano della mia guarnigione, intorno a noi riecheggiavano i passi lesti del nemico e gli spari. Non so per quanto tempo siamo fuggiti prima di raggiungere la nostra unica speranza di salvezza. Erano stati compiuti ancora pochi viaggi, ma non avevamo altra scelta: avremmo viaggiato nel tempo. Stavamo per aprire la porta d’ingresso della sala in cui si trovava la navetta, quando all’improvviso una scarica elettrica ci ha investiti e paralizzati a terra, procurandomi la ferita che vedi.”
Alexis appariva sempre più esangue, stretto dalla morsa del dolore, ma continuò: “Ci avevano ormai raggiunti e non sarei qui se il mio compagno, con un grido disperato, non avesse scagliato una bomba. Prima di essere abbagliato dall’esplosione, sono riuscito a scorgere uno di loro estrarre l’arma letale. Quando ho riaperto gli occhi ero solo. Gli inseguitori dilaniati, il capitano smaterializzato. Ho raggiunto il veicolo con le poche forze rimaste, il seguito lo conosci già.”
Un terribile sospetto balenò nella mente di Darius: possibile che tanta distruzione, tanto dolore, sarebbero stati causati dal suo disintegratore di particelle? Come poteva essere finito nelle mani degli alieni?
Alexis intuì i suoi pensieri: “Vedo che inizi a comprendere la verità: hai inventato tu il disintegratore di particelle, tu sei il primo responsabile della strage, ma non è tutto!”
“Cosa intendi?”
Come un serpente, Alexis iniziò a perdere la pelle, che cadde al suolo disfacendosi così da rivelare il suo vero aspetto; quattro lunghi tentacoli emersero dal dorso, su un corpo snello di un colore bianco avorio che metteva in risalto tre grandi occhi, due scuri e allungati, un altro tondo, violaceo, posto al centro della fronte; la bocca una linea sottile su cui si rivelò uno strano apparecchio, quasi trasparente, che doveva fungere da sintetizzatore vocale e traduttore. Dalla spalla ferita colava un fluido del medesimo colore del terzo occhio.
“Sì, Darius,” riuscì ancora a dire l’alieno “non ti ho nascosto la verità, ma gli invasori del nostro pianeta siete voi umani! Ho assunto questo aspetto e ti ho raccontato la storia in questo modo perché non mi uccidessi. Nel mio passato, epoca che corrisponde al tuo presente, vi abbiamo attaccato perché vagavamo alla ricerca di una nuova casa, dopo aver consumato le risorse del nostro pianeta d’origine. Tuttavia in seguito trovammo quel pianeta su Ross 248 e vi ci stabilimmo, sviluppando una civiltà più pacifica e intenta a preservare il nuovo mondo. Anche voi terrestri iniziaste ad esplorare lo spazio, incalzati da condizioni ambientali sempre più ostili, finché non ci trovaste. Vi avremmo respinti o forse saremmo giunti a un accordo, ma non è andata così perché tu hai messo a punto quell’arma. Nel mio futuro sarete noti in tutta la galassia come i divoratori di mondi e provocherete l’estinzione della mia specie.” Alexis era ormai agonizzante “Ma tu… tu potresti creare un universo parallelo del tutto differente, se solo… decidessi di…”  Non riuscì a completare la frase, emise un verso simile a un sibilo, prima di spirare. Darius comprese e restò impietrito, fu colto da una straziante fitta allo stomaco, ma poi si riscosse e finalmente si abbandonò al pianto: non accadeva da quando aveva salutato suo fratello per l’ultima volta.

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