FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI

Racconto in concorso

FINCHÉ MORTE NON CI SEPARI

Di Cristina Pagano

Tutto ha inizio dagli odori.
Ci sono odori, quelli delle città, delle piccole trattorie di paese, l’odore di fritto, ad esempio, che ti invogliano a fermarti e fare una pausa dalla frenesia quotidiana, per poi sentirti in colpa l’ora dopo per aver trasgredito quell’assurda dieta ferrea.
O le innumerevole fragranze che riesci a percepire in campagna, in un prato fiorito, o in qualunque luogo in cui la presenza umana non abbia ancora interferito.
Poi ci sono altri odori.
Quelli identificati come negativi.
Quelli che presagiscono un disastro.
Il profumo di una donna sulla camicia del tuo ragazzo che stavi per lavare, ad esempio, ti induce ad avere qualche sospetto sulla sua tanto affermata fedeltà.
O ancora l’odore di mancanza.
Ho ben in mente questo odore.
È quello che senti quando qualcuno o qualcosa non è dove vorresti. Non è con te.
Ma non è questo il tanfo che ho percepito e percepisco ancora adesso.
Questo è odore di morte.
Me lo porto dietro da giorni, da quando lui si è permesso di decidere per me, per la mia vita, che adesso non potrò vivere più, non come prima.
Me lo porto dietro questo odore.
Sembra che lasci una scia ovunque io passi, per ricordarmi tutto ciò che ho perso.
Ho perso la mia vita.
I miei bambini, mia madre, le mie amiche, la mia casa, l’uomo che ho sposato.
Sono morta. E la colpa è solo sua.
Dal giardino di casa mia riesco a vedere tutto ciò che ho perso.
C’è una piccola finestra in sala da pranzo che mi permette di vedere i miei bambini, mio marito e lei.
Colei per cui io, adesso, non ci sono più.
Come ha potuto farlo? Come ha potuto mentire ai nostri figli riguardo la mia morte? Quando lui è l’unico responsabile.
Lui che mi ha ingannata, dicendo di volermi fare una sorpresa.
E la sorpresa me l’ha fatta, puntandomi una pistola alla tempia.
Mi sforzo di capire perché lui abbia preferito lei a me.
Io che ci sono sempre stata, da quando eravamo bambini.
Ma non c’è tempo per la nostalgia adesso.
A quanto pare non ero la sola ad avere dei segreti con lui.
Lui mi teneva nascosta una donna, io, invece, la mia identità.
Mia madre non è una vedova con la passione per i dolci.
Mia madre, così come mia nonna, tutte le mie antenate ed io, siamo diverse.
Milioni di anni fa, durante la creazione del mondo e delle leggi che lo regolano, dalla Notte nacquero dei figli, tra cui Tanato e Àtropo, i miei antenati.
Tanato, personificazione della morte, e sua sorella Àtropo, una delle moire e rappresentazione dell’inevitabile, si innamorarono e diedero vita a milioni e milioni di figli.
Con gli anni Zeus, preoccupato che una volta cresciuti quegli esseri avrebbero potuto trasformare tutta la vita in morte, decise di mandarli sulla terra.
Zeus negò loro la possibilità di riprodursi e con il passare delle generazioni i loro poteri si affievolirono, o addirittura scomparvero.
La mia stirpe è l’unica sopravvissuta.
Questo perché Zeus lasciò sull’Olimpo una sola figlia di Tanato e Àtropo, per consolare i due consorti per la perdita degli altri.
Questa, però, si innamorò di un umano e in segreto vissero momenti di intimità.
Quando lì, sull’Olimpo, si venne a sapere, l’umano fu ucciso per punire la ragazza.
Ma ormai la vita e la morte si erano intrecciate, e diedero alla luce una semidea.
Era bellissima, con un’eterocromia agli occhi, i capelli scuri come il carbone e la pelle bianca come il latte.
Queste sono le caratteristiche che, da lei in poi, tutte le sue discendenti ebbero, compresa me.
È questa la verità che ho sempre nascosto a tutte le persone che conosco.
Vivere sulla terra con questo segreto non è stato facile, ma era necessario.
Ora però, è arrivato il momento di mostrare a chi mi ha fatto del male di cosa è capace una semidea della morte.
Mi avvicino sempre di più a quella che era la mia casa, consapevole del fatto che chi c’è all’interno non possa vedermi ma, all’improvviso, una forza invisibile mi blocca.
Non c’è niente che mi trattiene, eppure non riesco a muovermi.
“Non dovresti essere qui” esclama una voce rauca ma sicura.
Mi volto, confusa, fino a quando non riconosco la proprietaria di quella voce.
“Nonna! Che ci fai qui?” le chiedo stupita.
Anche lei è morta tempo fa, ecco perché riesce a vedermi, ma non capisco perché presentarsi proprio ora.
“Lo sai perché sono qui. Sei per metà una divinità, ma ciò non ti permette di decidere per la vita di un altro essere. Lascia questo compito agli Dei, sono loro che decidono il Fato” mi risponde lei, con la sua solita calma, come se niente la potesse scalfire.
“Ma lui lo ha fatto!” ribatto io, innervosita dal suo non riuscire a capirmi. “Ha deciso per me, per la mia vita, togliendomi ciò che più amavo.”
Adesso le lacrime mi rigano il viso, ma sono stanca di trattenerle, di tutta questa rabbia che non mi è mai appartenuta.
Così le lascio scorrere, lentamente, senza asciugarle.
Mia nonna si addolcisce e rilassa il viso. “Tesoro, gli uomini sono uomini. Non sanno che, seppur ci provino, non possono sfuggire al Fato. Che in un modo o nell’altro le cose andranno come è già stato deciso.”
Fa una breve pausa e poi riprende: “Gli uomini sbagliano, sono deboli ed egoisti, pensano solo alla loro felicità, a soddisfare i loro bisogni. Per questo la tua vendetta non è necessaria: non è il tuo compito. Il destino, per lui, è già stato deciso”.
E non appena conclude il suo discorso capisco che ha ragione.
Non sono nata per questo, per interferire con la vita sulla terra.
Quello è compito di altri.
Perciò rivolgo un ultimo sguardo alla mia casa, ai miei figli, al mio ormai ex marito e anche alla sua nuova compagna, e con mia nonna mi allontano da quel posto, per raggiungerne uno più tranquillo.
Dove la gente non commette omicidi per amore o soldi, dove la gente non agisce ai danni degli altri, e dove nessuno preferisce la propria felicità a quella degli altri.

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