IL LIBRO

Racconto in concorso

IL LIBRO

Di Valentina Schiaffini

Questa storia la racconto a voi, così come è stata raccontata a me da mio nonno, il padre di mia madre, quando, io bambina e lui ormai con i baffi grigi, stavamo seduti su una sdraio nell’orto della casa di campagna, molti anni or sono. Il nonno non c’è più, così come tutti gli altri protagonisti di questa storia; è rimasta, però, l’eco di quel racconto, che torna alla mia mente di donna adulta come un sogno sfocato. Cerco di fermare su carta i brandelli di una memoria perduta. Vogliano perdonarmi i miei lettori se non sarò precisa, ma la memoria, come la favola, non ha confini netti, non riporta la verità esatta dei fatti, ma si intreccia, si dirama, si spezza e poi si ritrova sotto un’altra forma, un’altra prospettiva.

Siamo negli anni ‘30 del secolo scorso, Mussolini sta per marciare su Roma, o forse lo ha già fatto, certi grandi avvenimenti della Storia arrivavano tardi in quei paesini arroccati sulle pendici meridionali dei Monti Aurunci, lì dove il Garigliano ha diviso per secoli il regno borbonico dai domini di San Pietro; il tempo è fermo in un’epoca indeterminata, scandito dai lavori nei campi e dal passaggio delle stagioni.
Il nonno, all’epoca, aveva una quindicina di anni, era il secondo di quattro fratelli, era alto, moro, con dei begli occhi azzurri intelligenti, non vedeva l’ora di andarsene per cercare la sua strada, che a casa le bocche erano tante e il cibo poco.
Antonio, il fratello maggiore, si era ammalato: una febbre alta che non scendeva da giorni, il medico condotto non sarebbe salito al paese prima di un’altra settimana e i soldi per le medicine non c’erano. La bisnonna decise allora d’inviare il figlio mezzano da Don Pasquale, che aveva fama di essere un guaritore, conosceva certe formule segrete e possedeva un gran librone.
Silvio, che non era, e non sarebbe mai stato, un cuor di leone, si fece coraggio e prese il calesse; pioveva ed era già buio, procedeva spedito, guidato più dall’istinto che dalla vista, per la strada che dal paese scendeva verso Scauri, per prelevare l’illustre ospite e portarlo presso il fratello morente.
Silvio guidava il carretto e Don Pasquale si reggeva il cappellaccio sulla testa mezza calva, stringendo sotto il pastrano un grosso tomo, così da proteggerlo dalla pioggia. Era un uomo di mezza età, corpulento, rubizzo; quando il ragazzetto aveva bussato alla sua porta, nonostante l’ora, aveva aperto senza timore e, senza chiedere troppe spiegazioni, aveva accettato di seguirlo al capezzale del malato: doveva essere per lui ordinaria amministrazione. Il somaro arrancava sullo sterrato che portava al podere di famiglia e la strada sembrava non finire mai.
Arrivati a casa, bagnati e infreddoliti, la bisnonna fece accomodare Don Pasquale con tutti gli ossequi. Il resto della famiglia osservava il forestiero ferma intorno al tavolo nella grande stanza, che faceva da cucina, salotto e camera da letto. Antonio stava a letto, dietro una tenda tirata, gemendo e vaneggiando per la febbre.
L’uomo andò dal moribondo, gli tastò il polso, toccò la fronte calda, mugugnò qualcosa.
La padrona di casa cercava di agevolare le attività del guaritore rispondendo tempestivamente a ogni richiesta; presa da angoscia com’era, liberò così alla svelta il piano del settimino, dove Don Pasquale appoggiò il grande libro.
Era un volume di dimensioni notevoli, una pesante copertina di pelle tutta graffiata e consunta, con gli angoli rinforzati in metallo, le pagine erano ingiallite, scritte fitte fitte con un inchiostro bluastro, mezzo sbiadito dal tempo.
Il nonno aveva frequentato fino alla quinta elementare, ma quelle parole non le seppe leggere né capì il loro significato mentre Don Pasquale le pronunciava.
L’uomo sfogliò il tomo e si fermò su una pagina precisa, iniziò allora, stringendo un crocifisso di legno al petto, a recitare una litania e le parole uscivano dalla sua bocca come un canto stonato, senza senso, dal ritmo incalzante, tanto che il nonno, che non smetteva di fissare ora l’uomo ora il libro, si sentì come ipnotizzato dal quel mormorio incalzante.
E poi successe.
Le parole del libro presero a muoversi: danzavano sulla carta, libere e reali. Le lettere si sollevarono di pochi centimetri sopra la pagina, lasciandola pulita e vuota. Erano qualcosa di reale, di vivo. Nessuno avrebbe mai osato interrompere il rito, ma il nonno ebbe la sensazione che se avesse allungato la mano avrebbe potuto toccarle, sentirne la consistenza sulla punta delle dita. Esse erano irreali e reali al tempo stesso.

«Non è possibile» dicevo io, incredula.
«Le parole si muovevano sul libro» ripeteva il nonno serissimo, come quando parlava della guerra.
Era convinto di ciò che aveva visto: era come se, nel raccontarlo a me, le vedesse di nuovo le A, le B, le Z che svolazzano sopra il libro eteree nell’aria.

Don Pasquale terminò il suo rito, chiuse il librone di botto e si accomiatò, senza dire altro. Tutti rimasero muti e spaventati, il malato non dava nessun segno di miglioramento, ma l’uomo non si degnò di dare spiegazioni e non diede raccomandazioni su come comportarsi nelle ore successive. La nonna gli strinse più volte la mano, rugosa e callosa, tra le sue, chiedendo supplice di darle una speranza, ma quello rimise il cappellaccio in testa e fece cenno al nonno di riportarlo a casa. Questi ubbidì e, nonostante la pioggia e la notte ormai inoltrata, ripercorse la strada che scendeva verso valle. Guardava di sottecchi, di tanto in tanto, tra l’incredulo e lo spaventato, il passeggero muto. Avrebbe voluto chiedergli molte cose, ma l’uomo era chiuso in un ostinato silenzio, così come il libro che stringeva forte in petto sotto al pastrano. Il nonno lo lasciò sull’uscio di casa che mezzanotte era passata. Non lo rivide più.
La mattina seguente, Antonio si alzò dal letto, senza un solo sintomo, fresco e riposato e, come se nulla fosse, chiese alla madre cosa ci fosse da mangiare, si sedette a tavola e divorò un tegame di spaghetti. Era perfettamente guarito.

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