IL PREZZO DELL’ETERNITÀ

Racconto in concorso

IL PREZZO DELL’ETERNITÀ

Di Giada Barone

Mi manca la persona che non sei mai stata.
Ogni battesimo di nuova vita era popolato dal tuo fantasma.
Tutto era svanito nel corso dei secoli: il luccichio nei tuoi occhi, il riecheggiare caldo della tua risata, i momenti trascorsi insieme.
Quando avevo visto la luce diretta per l’ultima volta? Non mascherata dall’ombra dei faggi che erano diventati la mia famiglia?
Potevano essere stati due anni come due decenni.
Chiusi gli occhi e mi godetti il tepore del sole sulla pelle. Mi scaldava l’epidermide, le ossa, l’anima. Piccole gocce di vita che cercavano di fertilizzare un terreno inaridito.
I piedi scalzi ballavano una danza di morte nell’aria. La vista sotto di me unica e prospera. La tentazione di spingermi oltre il limite rendeva le mani pruriginose.
Sapevo, però, che qualcuno mi avrebbe interrotto, arrivava sempre qualcuno.
“Salva una vita, vinci una vita”.
Chissà se fosse necessario ricordare ancora il vecchio slogan governativo.
Sedevo sul muretto, sempre lo stesso, eterno quanto me, i palmi sudati delle mani e lo sguardo rivolto verso il basso. La voragine di felci ed erba tenera mi chiamava. Una voragine di vita.
Vita. Vita che non mi apparteneva.
Infinite volte mi sono ritrovata lì, mio malgrado, sullo stesso muretto, a invocare la morte. Una morte bramata, da quando tu avevi smesso di esserci.
Inspirai l’infinito, pronta all’ultima spinta.
«Si fermi!»
Qualcuno mi interrompeva sempre, quasi la vita mi si fosse appiccicata addosso.
Una voce femminile mi trattenne. Avrei voluto dirle che poteva tranquillizzarsi, che nulla avrebbe potuto uccidermi, nemmeno la mia sconfinata voglia di provarci.
Le mie parole però le avrebbero portato via la sua vittoria. Salva una vita, vinci una vita.
«Si fermi!» ripeté. «Non pensa a tutti coloro che soffriranno per il suo gesto? È amata, tutti noi lo siamo».
Parole note, che si aggrappavano al senso di colpa. Quasi tutti quelli che l’avevano preceduta avevano fatto lo stesso. Come se vivere per gli altri, più che per sé stessi, fosse un dovere.
Non era rimasto più nessuno ad amarmi, avrei voluto dirle, il mio mondo era iniziato e finito con te.
Alzai le mani in segno di resa e scavalcai il muretto voltandomi. La voce apparteneva a una donna dalla folta criniera argentea e occhi pungenti come spilli. Le fattezze consumate dall’età erano appesantite dagli agi di un’intera vita. Era agghindata con abiti bizzarri, perfetti per una passeggiata in vetta.
Con il trascorrere degli anni, i miei salvatori sembravano squarciare la membrana del tempo: erano cittadini di un futuro a me estraneo.
La donna allungò una mano verso di me con un sorriso incerto. Cosa sarebbe accaduto se in quel momento fossi scivolata per precipitare centinaia di metri più in basso?
Non solo non avrebbe vinto una nuova vita, ma avrebbe perso anche la sua?
Non osai scoprirlo. Agguantai la mano, e lei mi tirò prontamente a sé.
Sospirò, e mi sembrò quasi di vedere il suo futuro mutare. Lo avevo visto accadere innumerevoli volte ma era sempre uno spettacolo difficilmente descrivibile. Freschi anni si inanellarono nella collana del tempo che poteva essere grezza corda da soffocamento o un collier di diamanti da ostentare.
«Ha salvato una vita. La mia. Una vita lunga secoli, che non accenna a terminare. Tutti coloro che l’hanno preceduta hanno avuto lo stesso trattamento di favore che il caso sembra aver donato a me, quindi ora può andare a godersi l’eternità. E no, non mi ringrazi» dissi, con una voce che stentavo a riconoscere, rude e aspra, disabituata alla parola.
«L’eternità?» chiese lei. «Nessuno può vivere per sempre: anche a coloro che salvano innumerevoli vite è proibito».
La tentazione di lasciarmi andare a risate amare quasi mi tradì.
«Mi guardi, mi guardi attentamente» le ordinai.
«Lei è… Antica» mormorò la donna, con un rispetto ritrovato nella voce.
Un sorriso scavò le mie labbra. «Antica… L’ultima anima venuta a salvarmi, in una giornata uggiosa, ha usato termini meno gentili. Antica, sì, è quello che sono, da prima di diventare eterna».
La donna era a una manciata di centimetri da me, così vicina da non permettermi di ignorare la somiglianza con mia madre. Non avevano nulla in comune, nulla, ma la sottile ruga tra le sopracciglia era la stessa, il profumo di melograno era quello che mia madre si spruzzava ogni mattina dietro le orecchie, e la dolcezza nello sguardo era innegabilmente la sua.
Vivevo in un passato di cui non riuscivo a definire i contorni.
«Venga, passeggiamo» le proposi dopo qualche momento di silenzio.
Ci addentrammo nella foresta, e bastò questo a rilassarmi. I nostri passi attutiti dal tappeto di foglie secche si accompagnarono al flebile cinguettio dei pettirossi. Abbandonare il sole diretto fu balsamico, l’umidità nell’aria mi rinfrescò il viso.
«Ci sono delle leggende su di lei, sa?» cominciò la donna, titubante. «Leggende su un’eremita che spezzetta la propria eternità per donarla al prossimo… È diventata una storia per mettere in riga i bambini: mia madre l’ha raccontata a me e io l’ho raccontata ai miei figli. Eppure… lei è qui, lei esiste, quando le regole governative sono precise: nessuno può vivere per sempre» disse.
Mi fermai in un lago di luce tra le fronde dei faggi. Presi le mani della donna con la delicatezza che, se avessi potuto, avrei donato solo a te.
«Il prezzo dell’eternità è scuro e vischioso. È sangue versato, è dolore mai taciuto».
«Le regole sono chiare: salva una vita, vinci una vita. Solo salvando un’infinità di vite avrebbe potuto godere di vita eterna» obiettò la donna.
«E se invece ne avessi spezzata una?»
La donna cercò la menzogna nelle parole che ancora aleggiavano nell’aria. «Lei non può essere un’assassina. Non esistono assassini, non ne esistono da secoli!»
Improvvisamente tornò la paura nel suo sguardo, e non potei fargliene una colpa.
Lei doveva aver studiato quegli anni sui libri di storia. Io li avevo vissuti. Ricordavo il prima e il dopo. Ricordavo come fosse il mondo prima quell’annuncio, fanalino di coda dell’edizione mattutina del telegiornale.
“Gruppo di scienziati europei scopre come definire l’esatta durata della vita di ogni essere vivente”.
Novità interessante, certo, come se ne sentivano ogni giorno: quotidianamente qualche scoperta prodigiosa cambiava, nel suo piccolo, la vita dell’essere umano.
Poi l’Unione Europea registrò tutti i propri cittadini, e a ruota seguirono le altre nazioni. Tempo un paio d’anni ogni singolo essere umano conosceva la data della propria morte. Diventò obbligatorio esporla sui propri documenti allo stesso modo della data di nascita.
Il tempo però non era sazio.
Con piccole modifiche si riuscì a comprendere come allungare e accorciare vite altrimenti scolpite nella pietra. All’inizio si trattò di piccole modifiche: una manciata di secondi più longevi o, al contrario, si riuscì ad avvicinare la morte di qualche minuto.
La propria sorte iniziò a diventare una questione personale: sarebbe stato il singolo a scegliere quando morire in base alle buone azioni che avrebbe compiuto.
Mors tua vita mea, eterno motto dell’uomo, divenne presto vita tua vita mea. O, per molti di noi, salva una vita, vinci una vita.
Gli omicidi si ridussero drasticamente: ogni istante di vita che si strappava a qualcuno veniva sottratto anche a sé stesso. E così uccidere un bambino diventava una condanna a morte. Uccidere un vecchio poteva accorciare una vita sempre troppo corta. Uccidere, direttamente o indirettamente, cadde in disuso. Solo una ferrea motivazione poteva spingere a sacrificare il proprio futuro pur di togliere una vita.
Questo non mise fine alla violenza e al male che l’uomo era così avvezzo a scambiarsi, ma cambiò senz’altro l’idea che si aveva dell’esistenza.
Quando la donna sosteneva che non esistessero assassini da secoli, non stentavo a crederci.
Probabilmente ero l’ultima rimasta, l’unica sull’intero pianeta.
Salva una vita, vinci una vita. Spezzane una, vinci l’eternità.
Di te ormai non c’era più nulla. Non del tuo corpo, né della tua memoria. Tutti coloro che ti avevano conosciuto e avrebbero potuto ricordarti erano morti da tempo, e l’unica che continuava a pensare a te era la tua assassina.
Le mie fattezze erano fossilizzate nell’ambra, un corpo da ragazzina che intrappolava un’anima antica. Un corpo che non era invecchiato un giorno da quando avevo scelto di ucciderti.
«Si possono salvare molte vite, stroncando quella giusta» sussurrai.
La donna ora era una bambina, attenta come la figlia che avevo desiderato per noi.
«Continuo a non capire» disse lei.
Cercai attentamente le parole, poi fissando gli occhi sbalorditi, dello stesso colore della faggeta, mormorai: «Per tanto, tantissimo tempo ho mentito a me stessa. “È stato un incidente. Non volevo che accadesse” ho ripetuto mentre seppellivo il suo corpo nella terra umida di ottobre. E ho continuato a ripeterlo mentre scappavo dalla città che ci ha visti nascere. Non ho smesso di dirlo nemmeno quando ho controllato il tempo che mi era rimasto. Ho cominciato a dubitare solo quando il tempo passava e passava e io non morivo. Lui era il mio piccolo scorcio di universo, lui era il motivo per cui ero innamorata della vita, lui e solo lui. Pensavo di aver immaginato ogni singolo futuro insieme, avevo scritto ogni giorno del mio domani, e improvvisamente mi ritrovavo a vivere l’eternità da sola.
Chi mi manca, ogni singolo, dannatissimo giorno, non è lui, non più. Chi mi manca è la persona che lui non è mai stata. Mi manca il ragazzo che mi avrebbe atteso all’altare, che mi avrebbe stretto la mano durante il parto, che mi avrebbe tranquillizzato dopo un incubo. Il ragazzo che amavo non avrebbe mai commesso gli omicidi che progettava, di notte, mentre io dormivo. Il ragazzo che amavo non avrebbe mai commesso uno sterminio. Eppure, mi chiedo tutt’oggi, come abbia io raggiunto l’eternità se non sventando uno sterminio».
Ma il valore di un’azione esiste se non è compiuta?

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