IL VIAGGIO

Racconto in concorso

IL VIAGGIO

Di Giuseppe Bruno

Sento un calore spalmato sopra il mio corpo. Mi parte dalla fronte fino ad arrivare ai piedi. A stento percepisco le braccia come parte di me. Provo a muovere le dita delle mani. Sì, si muovono. C’è dell’acqua che mi bagna i piedi. Arriva e se ne va; e poi di nuovo, e poi ancora. Devo provare ad aprire gli occhi. Vedo una luce dietro le palpebre, la sento tanta, forte, intensa. Non ho la forza di muovermi. Dov’è Michele con la sua barca? Però adesso non mi sento più affondare giù in picchiata mentre tutto è buio. Non prendo acqua dal naso, anche perché l’ho subito chiuso con le dita. Ma è stato grazie lei. Vidi la sua luce. Sembrava come quella dei lampi. Mi abbracciò, mi si avvicinò alla bocca e ci appiccicò la sua. Da quel momento aprii gli occhi e riuscii a vederla e ricominciai a respirare, anche se ero avvolto dalle acque. Mentre la guardavo fissa nei suoi occhi azzurri, mi sorrise strizzandomi l’occhio e, spiegando le ali, iniziammo a correre in fondo al mare. Una spinta così potente che dovetti chiudere gli occhi. I capelli sembravano staccarsi dalla mia testa. Non riuscii a comprendere bene, ma solcammo le acque del mare ad una velocità simile a quella di una stella che quando cade non fai in tempo nemmeno a vederla. Poi ebbi un vuoto, credo di aver perso i sensi. Però ricordo dove mi sono ritrovato. Non era la mia terra! Mi risvegliai sdraiato su una brandina dentro una tenda. Sentivo tante voci fuori e rumore di ferri che sbattevano l’uno contro l’altro. Mi accorsi di avere una fasciatura alla testa, dovevo essermela rotta durante l’impatto con la barca di Michele mentre al buio, a manetta, andavamo a pescare di notte. Chissà su cosa abbiamo sbattuto? Vidi muoversi la tenda ed entrò un uomo. Aveva un elmo in mano, era vestito come vestivano i soldati antichi e vedendomi sveglio si avvicinò fissandomi. Mi fece timore e attesi che facesse qualcosa. Sguainò la spada dal fodero e la ripose lì accanto, poi nella sua strana lingua mi disse: “Ti sei svegliato finalmente”.
Era sui trent’anni, un bell’uomo, moro, alto, con un fisico possente. “Chi sei?” gli dissi.
“Mi chiamo Arram”. Allora mi sedetti sulla branda, mi sentivo la testa stordita ma stavo bene. “Arram, dove siamo?” Si mise a preparare qualcosa da mangiare, aveva un pentolino con dentro quattro uova che oscillava sopra un piccolo fuoco dentro la tenda a piramide.
“Sei nella mia tenda” mi rispose.
“Sei un soldato?” Tolse il pentolino dal fuoco prese due ciotole di argilla e, sedendosi di fronte a me, ci dividemmo le uova.
“Sì, sono un soldato. Ti trovi nel nostro accampamento”. Iniziai a togliere la buccia dall’uovo. Non si era indurito.
“Quindi siete in guerra?”
Annuì mentre sorseggiava il suo uovo. “Tra qualche giorno attaccheremo”. Mi scottai la lingua, era troppo caldo.
“Chi attaccate?”
Mi guardò dicendomi: “Quei fanatici. Pensano che il loro Dio li protegga. Non possono farcela con noi, nessuno può farcela”.
Presi l’altro uovo, avevo fame ed ero confuso. Quello non era il mio tempo.
“Come ti chiami?” mi chiese.
Ci dovetti pensare un momento e poi risposi: “Gabriele”.
“Che ci facevi sotto quell’albero a un chilometro da qui?”
Non sapendo nemmeno di cosa stesse parlando risposi: “Non ricordo nulla”.
Entrò un altro soldato: “Arram, domani una delegazione andrà a parlare col re di quei conigli: se non si arrendono attaccheremo. Rabsache dice di prepararci”. Poi volgendo l’attenzione su di me gli disse ancora: “Chi è?”.
Arram rispose: “L’ho trovato svenuto fuori dall’accampamento”.
L’altro, irritato, ribatté: “Sei pazzo? E se fosse una spia?”.
Arram la prese a ridere e poi disse: “No non può esserlo. Guarda come è vestito? Da nessuna parte ho visto questo tipo di vestiario. Non ha nemmeno la barba. Quanti anni hai Gabriele?”
Preso temporaneamente da piccolo timore risposi: “Trentanove”.
“Un altro al posto mio ti avrebbe ucciso, sai? Qui siamo in guerra e difficilmente si aiutano gli stranieri. Ma quella donna aveva qualcosa di particolare. A parte l’azzurro dei suoi occhi, il suono della sua voce incantava. Quando mi disse di prendermi cura di te ho messo subito mano alla spada. Poi afferrò il mio braccio e sentii un senso di rilassatezza, di pace. Riposi la spada e con calma le chiesi chi fosse. Lei puntò il dito in alto, verso il cielo e mi disse: ‘Hai visto le stelle in cielo?’. Alzai gli occhi in alto anche se era giorno e le risposi di sì. ‘Ecco, io faccio parte di quel grande esercito’, mi disse. ‘Aiutalo, lui non fa parte della vostra guerra. Se lo farai e lo ascolterai, quando ti avvertirà potrebbe essere, per te e per tutti i tuoi compagni, l’occasione della vostra vita.’ Le chiesi: ‘Che vuoi dire?’ Mi tenne le mani: ‘Tu ascoltalo, e non dovrai temere’. Poi raccolse una pietra e la lanciò alle mie spalle. Mi girai a guardare e di colpo non la vidi più. E ora eccoti qua nella mia tenda”.
Io mi alzai per vedere se mi reggevo in piedi. L’altro soldato parlò: “Arram, questa storiella è carina, ma non vorrai dirmi che credi a quella donna? Non lo vedi che stanno giocando le loro ultime carte? E tu, Gabriele, che cosa avresti da dirci, sentiamo?”
Perplesso risposi: “Signore, mi spiace, non ho nulla da dirvi, non ricordo nemmeno ciò che mi è successo”.
Si girò verso Arram e vistosamente arrabbiato disse: “Lo vedi? Il tuo amico non ha nulla da dire”. E uscì dalla tenda. Arram mi tolse la ciotola dalle mani e la conservò insieme alla sua: “Credo che puoi togliere la benda, non era una ferita profonda”.
Incominciai a togliere la benda domandandogli: “È vero ciò che ti ha detto quella donna?”. Con molta sicurezza rispose di sì e avvicinandosi per guardare la ferita vide che era asciutta. Provai ad uscire e Arram mi bloccò: “I soldati non ti conoscono e vestito come sei potrebbero ucciderti. Rimani qui che è meglio”.
“Accompagnami tu, vorrei vedere il posto dove mi hai trovato”. Mi porse una casacca dicendomi di indossarla. Uscimmo dalla tenda. Mi trovavo in un mondo surreale. C’erano tante tende e tanti soldati, ma così tanti che non se ne vedeva la fine. Quella grande pianura dava posto a migliaia di uomini in armatura. Sembrava di essere sul set di un film storico. Continuai come se facessi parte di quel tempo, e attraversammo, con addosso gli occhi di molti, tutto l’accampamento. Arram si fermò e mi indicò un albero sopra una collina, qualche centinaio di metri più in là.
“Sotto quell’albero. Cerca di ritornare prima che faccia buio, io ti aspetto qui”. Mi misi a camminare fino alla collina. C’era un albero di ulivo e dall’altro lato giaceva una grande città con delle mura altissime. Ne rimasi affascinato. Dal vivo era imponente. Il sole a est la faceva splendere.
“È d’oro”. Mi girai di scatto col cuore palpitante. “Al suo interno quella città è piena d’oro”.
Una donna era lì accanto a me.
“Chi sei?” le chiesi.
“Sono Rachele”. Anche lei faceva parte di quel tempo. “Vedi quella città? Gli assiri vogliono invaderla”.
Provai a ragionarci su e le dissi: “Gli assiri sono i soldati accampati laggiù?”.
Lei annuì dicendo: “Dì al tuo amico Arram di convincere i suoi compagni a lasciare subito l’accampamento e a tornarsene alle loro case. Se si ostineranno ad attaccare la grande città moriranno tutti”.
“Come fai a conoscere Arram?”.
Mi sorrise e rispose: “È stato lui a portarti nella sua tenda, Gabriele”.
Quella donna sapeva troppe cose e io avevo paura.
“Non so se i suoi compagni lo ascolteranno”.
“Tu provaci e avrai fatto la tua parte”.
Era tutto molto strano. Prima di andarmene le chiesi: “Come mai io capisco la lingua assira senza conoscerla e perché Arram mi capisce quando parlo?”.
La donna prese un pugno di terra, la buttò in aria e rispose: “Vedi il vento? È una forza potentissima e soffia dove Egli vuole che soffi”. La donna, con gli occhi azzurri, strizzò l’occhio e sparì, e io ritornai da Arram comunicandogli tutto.
Disse: “Devo raccontare tutto al re”. Mi lasciò nella sua tenda e lui andò dal re. Finita la sua esposizione lo supplicò di abbandonare l’idea di attaccare. Il re si turbò ma rispose con ancora più cattiveria dicendo: “Domani moriranno tutti”. Arram si inchinò e uscì dalla sua presenza. Quando lo vidi entrare capii come fossero andate le cose. Ci sedemmo accanto e mi disse: “Non so cosa fare adesso”. Quella notte una creatura alata scese dal cielo uccidendo 185000 soldati assiri, come ci conferma la storia biblica. Quando al mattino mi svegliai, atterrito, presi coscienza di tutto e cercai Arram. Non lo trovai. L’accampamento era distrutto. Mentre confuso mi guardavo intorno, sentii un forte dolore al petto. Mi accasciai a terra, una freccia stava conficcata nel mio cuore. Prima che tutto si oscurasse vidi quella donna di fronte a me. Mi strizzò l’occhio e io persi i sensi.

Sentivo ancora l’acqua ai piedi e il calore spalmato addosso. Incominciavo a sentire le braccia, riuscivo a muoverle e aprii gli occhi. Ero a terra, in spiaggia e sentivo arrivare persone, sono tante e si affollarono intorno a me. Michele mi sollevò la testa e io lo salutai. Mi abbracciò e, col suo cellulare, chiamò i soccorsi. Mi aiutarono a rialzarmi, ci riuscii. Avevo solo un piccolo dolore al petto e la testa confusa. “Ti abbiamo cercato ovunque, ma sono contento di vederti amico” mi disse Michele con le lacrime agli occhi. Tutti felici di vedermi, anche chi non conoscevo.
Venne l’ambulanza, mi posero sulla barella e, facendosi strada tra quella folla, mi portarono via. Mentre guardavo le persone vidi una donna che mi sorrise e mi salutò strizzandomi ancora il suo azzurro occhio. Presi forte a ridere e ricambiai il saluto.

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