LA CAVERNA

Racconto in concorso

LA CAVERNA

Di Laura Simonazzi

Arrivarono alla fine della stretta gola poche ore prima del tramonto. Davanti a loro si apriva uno spiazzo dominato da un’ampia caverna.
«Restate qui, vado a controllare che non ci abbiano seguito».
Enki guardò la ambrots allontanarsi, la sua pelle bruna e ruvida, in netto contrasto con i capelli verdi, lo affascinava.
Rimasti soli tra le ombre che si allungavano lentamente, i due ragazzi erano inquieti. «Questo posto mi dà i brividi. Non ho intenzione di aspettare qui fuori. Io entro».
«Adimar, no! Halia ha detto di restare qui» e facendo qualche timoroso passo in direzione della caverna aggiunse «Cosa fai? Aspetta!». I suoi richiami erano inutili, Adimar era già scomparso, inghiottito dal buio profondo. Enki si sedette rassegnato su di una roccia al limitare dell’ingresso e portò istintivamente una mano al petto. Era solo. Non sapeva cosa fare. Si mise a giocherellare con il sigillo reale tra le dita. Una parte di lui gli suggeriva di correre all’inseguimento di Halia per avvertirla ma, del resto, non poteva andarsene via senza avvisare il fratello, o quanto meno senza sapere se fosse in pericolo. Sospirando, si curvò su se stesso coprendosi il volto con le mani. Rimase così, immobile, per lunghi istanti. Poi un grido lo riscosse. Veniva dalla caverna. Era la voce di Adimar. Il suo senso di lealtà prevalse su quello di sopravvivenza e così si precipitò nel buio per dargli soccorso. Entrò correndo ma si fermò subito. Non riusciva a distinguere nulla. La sua vista era inutile, le tenebre erano troppo fitte. Si spostò lateralmente per raggiungere la parete di sinistra e, con la pallida mano su di essa, procedette verso le viscere della montagna. La temperatura non era quella che si aspettava. C’era un insolito caldo umido, sembrava di essere in una foresta tropicale nella giornata più calda dell’anno. Eppure, sotto le sue dita, la parete di roccia era fredda e asciutta. Come poteva essere possibile? Iniziò a sudare per il caldo e per l’inquietudine che cresceva in lui ad ogni passo. A un tratto la galleria curvò a destra ed Enki poté nuovamente udire la voce di Adimar. Urlava terrorizzato e non era solo. Si poteva distinguere un altro lamento di sottofondo, una specie di basso brontolio costante. Non poté fare a meno di rallentare, le sue gambe si rifiutavano di procedere oltre. Ogni passo gli costava uno sforzo enorme. L’istinto di sopravvivenza stava disperatamente tentando di prendere il controllo del suo corpo. Voleva fuggire. Doveva fuggire, ma non poteva. Almeno non prima di aver tentato di salvare il fratello. O di aver capito in che guaio si fosse cacciato. Deglutì e, con uno sforzo enorme, si costrinse a proseguire attraverso l’oscurità.
A un tratto, inspiegabilmente, iniziò a distinguere il terreno su cui metteva i piedi. Riusciva ad avere un’idea vaga delle dimensioni della caverna, anche se la luce non era sufficiente a illuminarne il soffitto. Ma da dove veniva quella luce? Pareva un bagliore diffuso. Tenue, eppure sufficiente per l’oscurità cui si erano abituati i suoi occhi. Sembrava provenire da una massa voluminosa nel fondo della galleria. Enki si avvicinò, cautamente. Quella cosa si muoveva, ma non riusciva a distinguerne i contorni. Era enorme. Aveva una pelle fosforescente che irradiava luce nello spazio circostante. Un rumore orrendo lacerò l’aria. Enki trasalì. Era il suono più terrificante che avesse mai sentito e proveniva dal quel mostro ripugnante. Proprio in quel momento, l’essere si voltò verso il giovane, ergendosi in tutta la sua altezza, ed Enki lo vide. Un piccolo brandello giallo pendeva dalle fauci della creatura. Somigliava alla fascia reale di Adimar. Quella era la fascia di Adimar! Il suo cuore si accartocciò, poi perse la lucidità e l’istinto prese il sopravvento. Quando tornò in sé, si ritrovò a correre a perdifiato oltre l’imboccatura della caverna e poi giù, oltre lo spiazzo, verso valle, verso Halia. Cominciò a urlare, come un pazzo, pregando che lei fosse lì vicino e che lo portasse in salvo, lontano da quelle orribili fauci assetate di carne. Eccola, veniva verso di lui. Sentì il cuore riempirsi di speranza: era salvo.
Quando Halia lo vide correre all’impazzata urlando, rimase allibita. Il primo istinto fu di voltarsi e abbandonarlo al suo destino, ma non poteva, aveva giurato. Chiuse gli occhi e sospirò. Poi si diresse verso di lui velocemente, facendogli cenno di tacere. Quando lo raggiunse, gli rivolse uno sguardo severo e accusatorio. «Sei impazzito? Non ti ricordi che siamo inseguiti? Che voi due siete ricercati da ogni cacciatore di taglie nel raggio di quattro galassie? Ma che ti è preso a urlare in quel modo?! Potresti averci appena condannati tutti. Come…» ma Enki la interruppe sull’orlo delle lacrime «Adimar è già morto».
«Cosa?» Halia sentì dentro di sé crescere l’esasperazione «Cos’è successo?».
«È entrato nella grotta».
«Cosa ha fatto?» ribatté lei con un tono di voce troppo alto di cui si pentì immediatamente. Guardandosi alle spalle aggiunse piano «Spostiamoci di qui. Vieni, e cerca di non fare troppo rumore. Torniamo allo spiazzo e intanto raccontami bene cos’è successo».
Halia non riuscì a trattenere un sospiro d’irritazione. Quel racconto era la cosa più stupida che avesse mai sentito. Come potevano due esseri senzienti comportarsi in un modo così insensato, così nocivo per se stessi? Dover badare a loro era di gran lunga peggio di essere di turno per le esercitazioni di sopravvivenza dei piccoli ambrots. Questi due umani erano peggiori di qualunque cucciolo con cui avesse avuto a che fare nella sua lunga vita. Possibile che non avessero un minimo di buon senso? Un po’ d’istinto di sopravvivenza? Perché l’eredità dell’intero pianeta era finita nelle mani di due esseri tanto incapaci? Come poteva essere possibile?
«Halia, non sei almeno un po’ dispiaciuta per lui? Voglio dire, Adimar è morto. Morto! Non lo rivedremo più».
«Sono esasperata dalla vostra incapacità a cavarvela. È snervante».
«Come puoi essere così indifferente? Così cattiva?».
Lei lo fulminò con lo sguardo, poi si addentrò nella caverna «Ora smetti di parlare, resta dietro di me e vedi di non fare cose stupide». Solo in quel momento, vedendola, Enki si ricordò che anche Halia riluceva al buio. Esattamente come quell’orribile creatura. Come aveva fatto a dimenticarsene? Eppure erano settimane che viaggiavano insieme. Il giovane la guardò con occhi nuovi e per la prima volta ebbe paura. Una paura assurda e insensata, considerando che lei era l’unica che avesse acconsentito ad accompagnarli e proteggerli in quel lungo viaggio. Inconsciamente rallentò il passo, come se volesse lasciare tra loro una ragionevole distanza di sicurezza. Poi un suono lo distolse dai suoi pensieri. Era Halia. Produceva una sorta di fischio acuto, attentamente modulato e ripetuto. Sembrava un richiamo. Lo era sicuramente. Poco dopo, dal fondo della caverna, arrivò una risposta. Perfettamente identica ma più bassa di diverse ottave. Enki fu preso da un profondo terrore viscerale. L’unico pensiero fu di scappare, fuggire il più lontano possibile. Halia però fu più svelta, lo afferrò per un braccio. La presa era solida, irremovibile. «Sta calmo. Non è il momento di fare passi falsi». Il ragazzo la guardò negli occhi e lei si lasciò sfuggire un sorriso. «Ho giurato di proteggervi, ricordi? Lasciami fare il mio lavoro». Con un cenno d’intesa lo liberò e continuò ad avanzare con decisione. Pochi metri dopo, videro la creatura che li osservava immobile.
«Gisal» esclamò la ambrots affettuosamente «eccoti qui. Cucciola, come stai?». Enki, immobilizzato dal terrore, la vide avvicinarsi sempre di più a quel mostro orrendo. Da un momento all’altro si aspettava che divorasse anche lei, invece Halia si mise ad accarezzarlo sulla pancia. L’essere luminoso pareva felicissimo di vederla e di lasciarsi coccolare da lei. Incredulo, Enki si sforzò di osservarlo meglio. Apparentemente poteva sembrare un drago, ma aveva qualcosa di sbagliato. Era grosso, anzi era grasso. Un’enorme palla rotonda ricoperta di scaglie brune. Aveva quattro tozze e corte zampe, una coda che somigliava più a un quinto arto e un collo poderoso che sorreggeva la testa irta di corna. Grandi e piccole, erano innumerevoli e correvano come spine dalla fronte verso la schiena. La parte più luminescente era la pancia, che adesso si poteva scorgere molto bene. Non aveva squame e sembrava alquanto morbida. Il resto del corpo pareva ricoperto da un reticolo luminoso per via della fluorescenza che s’insinuava tra scaglia e scaglia.
«Enki vieni, avvicinati. Non devi avere paura, vedi, non ti fa niente».
Il giovane si avvicinò incerto, pensando che quella non poteva essere la stessa creatura che l’aveva terrorizzato divorando suo fratello. Poi vide a terra la fascia e si bloccò.
«Quel coso ha divorato Adimar! Non ho nessuna intenzione di avvicinarmi! Dovremmo andarcene, scappare lontano. Anzi dovremmo ucciderlo, per vendicarlo! Era mio fratello…» le lacrime gli mozzarono il fiato e lui si accasciò sulle ginocchia. La disperazione prese il sopravvento e si abbandonò senza freni al suo dolore. Halia si avvicinò, intenerita. «Enki… ehi ascoltami, va tutto bene. Non siamo in pericolo. Sei al sicuro e anche Adimar lo è». Lui alzò lo sguardo e scrutò in quegli occhi alla ricerca della verità. «Vieni, ti faccio vedere». Halia lo aiutò ad alzarsi e lo guidò verso la creatura. Questa spalancò le fauci e Enki pensò che fosse finita. Chiuse gli occhi mentre la bava lo avvolgeva e la lingua viscida lo spingeva giù nella guancia profonda. Dopo attimi interminabili si rese conto di essere ancora in grado di respirare. Guardandosi attorno vide un’enorme caverna luminescente. Il terreno era molliccio e appiccicoso come una delle pareti. L’altra era formata da una strana roccia bianca e ondulata, pareva ossea. Adimar era accanto a lui e sorrideva. Gli indicò il soffitto ed Enki, incredulo, vide i grandi occhi gialli di Halia che lo osservavano sorridendo.
«Con voi lì dentro viaggeremo più sicuri».

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