LA LISTA

Racconto in concorso

LA LISTA

Di Floriana Alfieri

1.

Ci sono delle volte che ho ancora i tremori, ma il peggio è passato.
Sono tutti morti quelli intorno a me perché quelli che sono rimasti vivi sono mutati. Niente è più come prima.
Questo virus ha ucciso da dentro ed io per poco non ho fatto parte della lista.
S’insinua attraverso i pori della pelle e, come un ospite nei giorni festa, nel corpo che non è in grado di riconoscerlo, si siede a capotavola per poter pretendere e avere un posto d’onore.
Da quando cinque anni fa, nel non troppo lontano 2020 una pandemia spaventosa ha inghiottito la popolazione mondiale, non c’è più niente che appartiene al mondo che c’era prima.
Sembra passato un secolo da allora, sì, ma al contrario.
I centocinquanta anni che sono serviti al genere umano per emanciparsi si sono sgretolati come si sgretola una casa fatta di tufo. Piccoli mucchietti di polvere siamo quelli che sono sopravvissuti alla mutazione, al momento incapaci di contrastare quelli che sono i guariti dal virus perché il virus sono loro.
La minaccia sono loro e anche se il virus ha smesso di circolare, si vede da lontano che gli è rimasto dentro.
Come faccio a sapere tutte queste cose?
Il dottor Schiavone me le ha raccontate.
Chi è il dottor Schiavone vi starete chiedendo?
Mi chiamo Gina e questa è la mia storia.

2.

Sono stata una delle ultime ad ammalarmi.
Sembravo fatta di una consistenza che non reagiva, almeno all’apparenza, e invece proprio alla fine, un attimo prima del caos più totale, ho abbracciato il virus con tutta me stessa e gli ho fatto da casa per più di diciassette mesi.
Un tempo lunghissimo potrebbe sembrare, ma non è niente rispetto al tempo che è passato da quando tutto è iniziato e che a oggi non ha un ritorno.
Un leggero affanno fu tutto quello che avevo avvertito in prima battuta e fare finta di niente mi portò allo svenimento.
Così, una mattina qualunque di uno degli ultimi giorni di novembre di quell’anno funesto, le gambe cominciarono a tremare e senza nemmeno accorgermene mi ritrovai accartocciata su me stessa, incapace di muovermi perché bloccata nel petto.
Poi il silenzio e il buio e la morte apparente.
Morte apparente, la diagnosi che mi fu affibbiata nel giro di poco tempo.
Il mio corpo si era indebolito così tanto dall’inizio della pandemia che quando il virus trovò un varco per entrare ci mise pochissimo a impadronirsi di me.
Fui trasferita in un centro riadattato ad hoc per i casi come il mio e il mio nome fu spesso ad un passo dalla lista.
Il dottor Schiavone racconta di aver dovuto combattere più di una volta per regalarmi i giorni di riposo necessari alla mia salvezza. Ero un caso perso, di quelli in cui nessuno credeva più, di quelli in cui le energie impiegate e i macchinari utilizzati erano sprecati o, quel che è peggio, sottratti a chissà quale anima più fortunata della mia.
I giorni passarono senza che io me ne accorgessi e la mutazione era tutto quello che si aspettavano i medici, a quel punto loro avrebbero perso.
Quello che succedeva ai pazienti privi di coscienza era una inspiegabile trasformazione interna che modificava la composizione dei tessuti e il funzionamento degli organi, rendendo le cure fino a quel momento messe a punto inutili.
Uno sforzo di costole che rompendosi lasciavano spazio a tutto un tumulto che mescolava e raggrovigliava le budella per poi risarcirsi in autonomia. Quello che ne risultava era un corpo con un’anatomia nuova, mutata e quindi diversa da quelle di prima.

3.

Le persone mutate oggi sono la maggioranza e la lista ormai è un elenco di nomi di persone che fondamentalmente sono incapaci di riprodursi.
Siamo tutti schedati e divisi in due categorie, mutati e non mutati.
I mutati sono persone apparentemente uguali e quelle non mutate, ma sono quelle che hanno preso il sopravvento, perché mentre noi ci guardavamo intorno, loro si sono riorganizzati e, in pochissimo tempo, hanno costituito una rete di stati autonomi che fondamentalmente hanno come obiettivo la preservazione della specie.
Nei mesi in cui il mio corpo era spento e si opponeva con tutte le sue forze alla mutazione, gli equilibri già precari che in qualche maniera stabilivano le regole del vivere civile andarono in frantumi.
Le spese che dovettero sostenere i singoli stati per far fronte alle cure mediche e alle norme di chiusura per evitare il contagio portarono al collasso di tutte le riserve economiche e come in un effetto domino i capi di stato si dimisero lasciando le poltrone libere ai mutati.
Sono persone fragili, loro, incapaci di ricevere cure e per questo rischiano di morire anche con un raffreddore.
Hanno i polmoni invertiti, il respiro affannato e il sangue pieno di sostanze che rendono il loro corpo un posto ostile alla vita nuova.
Crollano a ogni ostacolo e muoiono più in fretta di quanto si possa immaginare. La vita media dei mutati si è abbassata a quarantacinque anni per gli uomini e quaranta per donne, quindi la popolazione mondiale è stata decimata e continuerà a calare fino forse a terminare.
Me la ricordo ancora la voce del dottor Schiavone mentre ero immobilizzata nel letto.
“Andrà tutto bene.”
Mi diceva.
Quante volte me l’avrà ripetuto nemmeno so dirlo, quel che è certo è che non è andato tutto bene.
Poi una sera, senza preavviso, quando il mio corpo mi permetteva nuovamente di toccare terra con i miei piedi e senza l’aiuto di un deambulatore mi disse:
“Sei una ragazza fortunata.”
Aveva uno sguardo sollevato, come se il suo dovere nei miei confronti fosse giunto al termine di una chissà quale promessa. Dal vetro della finestra della mia stanza un cielo stellato continuava a proiettare lo spettacolo del solstizio d’estate non curante di questo pezzo di universo stanco.
Sembrava una coperta con una fantasia unica e sembrava brillare solo per noi.
“Cosa vuoi dire?”
Gli chiesi con una confidenza che pareva fuori luogo. I giorni erano passati lenti e il dottor Schiavone è l’unico volto che ricordo da quando ricordo. È stato come se tutto quello che c’era prima avesse smesso di essere reale. Niente abbracci, niente dimostrazioni d’affetto, niente sorrisi. La sua sagoma l’unica più familiare che avevo.

4.

Qui sono tutti seri e i mutati lo sono più di tutti.
Come ho già detto il virus uccide da dentro, il virus sono loro.
Vivo in una specie di specie di residenza estiva, di quelle che hanno un bel giardino e una rimessa per cavalli, peccato che i cavalli siano una specie estinta.
“Li hanno mangiati tutti.”
Mi spiegò il dottor Schiavone una volta che gli feci notare che non aveva senso avere una rimessa vuota ma completamente attrezzata. Come se da un momento all’altro decine di cavalli dovessero arrivare da chissà quale posto.
Il mio disgusto fu tale che non ebbi bisogno di aggiungere nessun tipo di parola.
“A un certo punto le provviste hanno cominciato a scarseggiare. Il numero altissimo di contagiati e malati e morti ha ridotto il personale delle aziende fino alla chiusura totale di tantissimi comparti.”
Nella voce del dottor Schiavone c’era sempre un filo di nostalgia. La sentivi perché parlava piano e curava molto l’utilizzo delle parole da utilizzare come a voler salvare almeno quelle.
“Quando i mutati hanno deciso che la razza umana doveva essere salvata ad ogni costo fu la fine e l’inizio tutto insieme.”
Non risposi niente ma con tutta certezza la mia faccia disse più di quanto le parole potevano dire.
La mano del dottor Schiavone mi carezzò il capo, come farebbe un padre con una figlia che vorrebbe difendere dalle difficoltà della vita.
Un padre, pensai, io nemmeno me lo ricordavo in quel momento. Ero sicura di averne avuto uno, ma del suo volto nemmeno l’ombra nei cassetti della mia memoria.

6.

Il tempo con il tempo smise di essere tempo. E questa specie di tempo si portò via anche il dottor Schiavone.
Una donna si presentò davanti alla porta della mia stanza un giorno qualunque. Non l’avevo mai vista prima, almeno così mi parve in prima battuta.
Si avvicinò al mio letto senza dire niente e con passi lenti ma decisi.
Avrà avuto qualche anno più di me forse, e lunghi capelli legati una treccia da un nastro rosa.
Accennò a un lieve sorriso.
Mi guardò con nostalgia e se a un certo punto mi sembrò di sentire il suo battito del cuore, come a voler scappare dal suo corpo, fu solo perché quello che avevo davanti era una donna mutata. Non ne avevo mai vista una in vita mia e non sapevo se scappare o urlare.  Cominciai a respirare affannosamente, così mi tese la mano in segno di pace.
Per qualche strano motivo non mi ribellai e la sua voce si fece reale.
“Sono Lisa.”
Mi disse con un filo di voce tanta era la sua emozione.
A me quel nome non disse niente fino a quando non mi raccontò tutto.
Era la figlia del dottor Schiavone.
Non era riuscito a salvarla e per questo si era accanito sulla mia di salvezza.
Mi raccontò di quanto le nostre famiglie fossero legate e di come io e lei, un tempo, durante l’infanzia, fossimo state amiche.
Nella mia testa un gran vuoto.
Mi lasciò una lettera in una busta bianca e anonima che conteneva tutto il senso della mia vita.

7.

Cara Gina,
ti scrivo queste ultime parole perché ho la quasi certezza che non ti rivedrò mai più. Il mio stato di salute non mi permette di portare a compimento la promessa che ho fatto a tuo padre prima che morisse. È stato colpito dal virus qualche giorno dopo di te ma non ha avuto la tua stessa forza.
Ho promesso a lui, mio grande amico, che ti avrei salvato ad ogni costo e che mi sarei battuto per tenerti nella struttura dove sei ora fino a quando la situazione non sarà tornata alla normalità, ammesso che ce ne sia ancora una.
Ti chiedo quindi di farmi un favore personale, per poter tenere fede alle parole che ho detto a tuo padre.
Resta lì finché puoi. Qualcuno si occuperà di te, lo capirai dal suo fare.
Sei sempre stata testarda, Gina.
Addio.

Lessi quelle parole tutte d’un fiato e mi accorsi di quanto ero fortunata: il dottor Schiavone aveva ragione.
Fuori cominciava ad imbrunire e guardando la mia sagoma riflessa nel vetro della mia stanza realizzai la consapevolezza di cosa volesse dire non essere nella lista.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: