L’INGANNO DELL’ONDINA

Racconto in concorso

L’INGANNO DELL’ONDINA

Di Camilla Accornero

Negli ultimi bagliori del crepuscolo, le ore umide e brumose del giorno lasciavano il passo ad una notte inquieta, adombrata da una luna assente e accompagnata da un canto lieve che ricordava lo sciabordio dei flutti.
Nel fuligginoso chiarore di una lanterna, un cavaliere, richiamato dal candore della mirabile voce, vi si avvicinò con cautela, levò in alto la luce e cercò di scorgere nella penombra la creatura misteriosa di cui andava in cerca. La intravide tra le ombre intrecciate dei giunchi, il viso diafano, le gote appena rosate, accarezzate dalla brezza notturna che le scompigliava i capelli color dell’oro e le sollevava appena il lembo della sottile veste di seta. Si soffermò a studiarne lo sguardo, opaco e spento nella sua fissità. Quegli occhi, come piccoli lapislazzuli, brillavano di una lucentezza vitrea, tanto da spaventare il giovane e indurlo a ritrarsi involontariamente da quell’apparente mancanza di umanità. Quand’ella si mosse, emergendo poco a poco dalle placide acque del lago, sembrava fluttuare tra le lievi increspature della superficie, con un rumore simile ad un sbattere d’ali.
“Oh, naiade tra le acque!” sussurrò meravigliato, mentre ella con passo lento e sinuoso gli si avvicinava; le pallide ed esili mani tese verso di lui. La linea sottile delle labbra piegata in una muta richiesta di aiuto. La sua pelle perlacea riluceva persino nel debole bagliore soffuso dalla lanterna, e conferiva all’atmosfera un lieve scintillio che andava via via sbiadendosi nella bruma della sera depositata sulla placidità del lago. Sicché fu il sinistro sibilo del vento, serpeggiante tra l’intrico dei rami della foresta, dalle fogge spettrali e malinconiche, alle spalle del cavaliere, a scuoterlo e far ridestare il suo animo sgomento da quel sogno ad occhi aperti.
Il giovane avanzò verso la soave creatura e l’avvolse con le braccia un attimo prima ch’ella cadesse riversa sul rivo del lago. Sorresse l’esile corpo caduto in deliquio, scoprendo con sommo stupore la freddezza delle membra e la fragilità del suo essere. La bellezza straziante di quel corpo senz’anima faceva ardere nel petto del cavaliere un desiderio animoso, una brama smaniosa di possederlo. Una cupidigia vergognosa. Erubescente in volto, condannò se stesso per aver avuto di quei pensieri e subitamente si adoperò per prestare soccorso alla fanciulla. Le avvolse con garbo attorno alle spalle il proprio mantello, la issò in sella al cavallo e montò dietro di lei.
Uno strattone alle briglie e il destriero partì al galoppo; gli zoccoli che scavavano il terreno umido e battevano ritmici al suolo scandendo i minuti. La giovane vita di quella onirica creatura andava declinando lieve come le ombre che, sul far della sera, si allungano sino a fondersi con l’oscurità. Giunto nei presi del castello, il cavaliere rallentò l’andatura, poi chiamò a gran voce i palafrenieri affinché accorressero con una lettiga, ove adagiare la graziosa creatura. Ammutoliti dinnanzi a cotale bellezza, i servitori si ritrassero, timorosi di poter incautamente procurar danno a quel fragile essere. Allorché il cavaliere dovette adagiarla sulla lettiga e ordinare di far disporre per lei la più sontuosa delle stanze del castello. Tant’è che negli intarsi in madreperla, negli affreschi sulle volte, nel suo stemma araldico, nei sontuosi arazzi si sarebbe potuta ritrovare la tracotante opulenza di cui faceva gran vanto.
Passavano i giorni, e le forze della bella naiade venivano meno. Il viso era emaciato, pallidissimo, le guance incavate e gli occhi cisposi contornati da profondi aloni lividi; i capelli un tempo dorati andavano via via sfumando in un bianco scialbo e malaticcio e le labbra sottili appena dischiuse imbrigliavano dolenti sospiri. La mestizia che l’aveva ammantata risuonava come una nota discordante dalla serenità disarmante che trapelava dal suo sguardo. Com’ella potesse provare un tale sentimento, era probabilmente da imputare al male che l’affliggeva.
Ogni qualvolta si svegliasse da un sonno agitato, ella chiedeva del bel cavaliere che l’aveva soccorsa, ed egli subitamente accorreva al suo capezzale, sedendo sul ciglio del letto e tenendole stretta una mano.
“Oh, naiade, dimmi, ti prego, come posso porre fine al tuo male?”
Un tremito agitò le labbra della fanciulla; un lieve sussurro ne uscì e si depositò nell’aria viziata della camera da letto. “Fammi dono di un’anima”.
Lo stupore del cavaliere fu tale da lasciarlo sgomento. Come avrebbe potuto accondiscendere a una siffatta richiesta? Quale mostro avrebbe negato a una tale misteriosa creatura un simile dono? Ma stando alle leggende, solamente facendo di lei sua moglie avrebbe potuto darle ciò che più desiderava.
Ben presto sui suoi pensieri calarono nubi di afflizione, e nel suo animo incalzò una lotta feroce tra gli istinti tragicamente umani che spingevano la sua volontà e una più conservativa tendenza alla sopravvivenza. Quale sarebbe stato lo scotto da pagare per l’unione con un essere immortale? I suoi sensi smarriti lo disorientavano, al punto da indurlo a non voler rimanere da solo con i suoi stessi pensieri. Un’eccitazione frenetica, divorante, lo dilaniava alla sola idea di poter consumare una vita di passione accanto all’ondina; quasi al pari della paura struggente, paralizzante, per il prezzo del suo tradimento. Quel doloroso desiderio carnale che vibrava in ogni fibra del suo essere, valeva una vita intera accanto ad una creatura di cui non conosceva nulla?
Perso nel dedalo delle proprie elucubrazioni, il cavaliere osservava cauto la ninfa, ne studiava i delicati lineamenti nel grigiore del primo mattino, nel caldo sole del mezzogiorno, negli incerti bagliori dorati del tramonto, nel soffuso chiarore del lume sul comò. Non conservava memoria, in tutta la sua vita, di aver mai provato una così ardente curiosità e attrazione verso un altro essere e al contempo un tale reverenziale timore. Dilaniato da pensieri dicotomi, trascorreva le sue tetre giornate a misurare con passi febbrili i lunghi corridoi del castello, per poi accorrere al capezzale dell’ondina quand’ella, con voce simile ad una soave melodia, lo chiamava con apprensione. In quei fugaci istanti, il cavaliere aveva la fastidiosa sensazione ch’ella avesse il potere di irretirlo con il solo sguardo e attrarlo nella sua trappola. Sicché, nei rari momenti di lucidità, ancora riusciva ad aggrapparsi all’idea di scacciare quell’essere immortale, quell’onirica e surreale creatura, dalla propria vita.
“Povera la mia anima!” lamentava il giovane cavaliere, “vittima di una disperata follia, di un lussureggiante desiderio carnale, schiava del più basso degli umani istinti. Povero pazzo, sciocco avventato, con quale coraggio portasti nella tua vita una siffatta disgrazia?”
Si prese il capo tra le mani, in un gesto carico di drammaticità, perso in meditazioni quantomai spiacevoli. In quell’intima lotta che combatteva contro se stesso, il cavaliere alla fine ne uscì sconfitto. Complici l’ineguagliata bellezza della naiade, il mistero della sua esistenza, il richiamo affabulatorio del suo canto, la leggiadria delle movenze e il lancinante desiderio di accontentare ogni sua richiesta, la sua volontà venne piegata, inginocchiata dinnanzi alla ninfa, che ancora rimirava come oggetto d’amore e rifuggiva quale essere portatore di sventure. Giacque con lei, inebriandosi del suo profumo, possedendola con ardore, amandola come si amano le cose in segreto, tra l’anima e l’ombra. Affamato, bramoso di lei, si mosse con audacia scostandole le vesti e assaporandone lievi carezze a baci spregiudicati. Travolto dalla passione, il cavaliere smise di domandarsi s’ella discendesse come un angelo dal cielo o emergesse dagli abissi della terra. Sarebbe rimasto senza indugi a perdersi per notti intere nel suo sguardo appena accarezzato dal timido fulgore di un lume, a contemplarne la rara bellezza e a sognare per ore e ore il suo corpo senz’anima.
“Farai di me la tua sposa?” La domanda si acquattò greve tra loro, i corpi ancora tumidi e caldi dopo una notte di audace passione. Il cavaliere smise di cingere la creatura tra le braccia, si mise seduto tra le coperte di seta e lasciò cadere uno sguardo interrogativo sul profilo dolce e sinuoso dell’ondina.
“Oh, giovane e sventurata creatura” esclamò privo di garbo, e del tutto sprovvisto di eleganza. “Non posso darti quello di cui vai in cerca. Non mi sottrarrò ai piaceri della vita per fare di te un essere mortale”.
“Oh, giovane incosciente, sciocco mortale!” lo redarguì la bianca naiade con voce funerea. Nella penombra della camera da letto, si mosse rapida, e con gesti frenetici e nervosi prese tra le pallide mani il viso del cavaliere, costringendolo a guardarla. Nei suoi occhi vibrava ancora quella lucentezza vitrea, una vellutata opacità. “Ti pieghi in ginocchio dinnanzi ai tuoi istinti, e poi ti sottrai ai tuoi doveri! Per tua cagione, il tormento si anniderà negli abissi più reconditi della tua anima”.
Trascorrevano le lune, e l’ossessione del cavaliere verso le minacce della naiade si acuivano, divenendo intense e dolorose. Sicché presto il suo corpo sviluppò una specie di malattia, un malanno che intrudeva a forza i pensieri, vi instillava il dubbio, l’angoscia, la confusione, finanche un genuino terrore. Terrore per ciò che aveva fatto e per cui ancora doveva pagare. Essendosi sottratto alle proprie responsabilità, e caduto vittima della maledizione della naiade, egli sarebbe stato condannato a districarsi nella tensione tormentata tra bene e male, tra eros e thanatos, tra vita e morte. E così l’oscurità si abbatté su di lui; nera e plumbea la notte lo avvolse, lo attrasse a sé e lo abbandonò in balia delle ombre e dei fantasmi che l’ondina aveva lasciato dietro di sé.

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