MOSTRI

Racconto in concorso

MOSTRI

Di Licia Fiorentini

La terra è nera, friabile di foglie marcite e legno morto.
Keira ci affonda le unghie, mescolando tracce vermiglie alla strage di creature troppo fragili per affrontarne la disperata ferocia di preda al laccio.
L’anello che le serra la caviglia è raggrumato di ruggine, ma inattaccabile come la catena che lo ancora al cippo di pietra, tarlata da iscrizioni incrostate di licheni sbiaditi.
La stele votiva è infissa in una radura nel bosco profondo, un pozzo di luce assediato da pareti di ombre legnose, che trattengono il fiato, in attesa.
C’è qualcosa che vive tra loro, un terrore più forte dell’orso guercio e del branco grigio del lupo. Qualcosa che ha fame del mondo degli umani. Qualcosa che va placato con un sacrificio.
Le unghie si spezzano contro la durezza imprevista di un ciottolo. Un nuovo dolore da sommare al labbro spaccato e allo zigomo tumefatto. Ma le lacrime che le striano le guance sono di sollievo. La speranza le gonfia il petto sin quasi a cacciarne il fiato.
Strappa alla terra il sasso e lo batte sulla catena, staccandone squame rossastre.
Troppe volte la sua vita è stata immolata agli interessi della sua famiglia, poi del suo signore. Lo aveva sopportato come l’inevitabilità della pioggia e del freddo inverno.
Ma non si sarebbe lasciata morire per l’ingordigia di un uomo violento, anche se per il mondo era suo marito.
Keira colpisce con il ritmo forsennato del suo cuore, sorda a null’altro che non sia il tinnire della pietra sul metallo.
Per questo l’ombra che oscura il sole sopra di lei arriva senza preavviso.
Keira si sente morire. Ma vuole vivere.
Cieca di lacrime e paura, stringe più forte la selce e si volge urlando.

– Signorina Keira? Dove siete finita?
Le voci filtrate dagli alberi arrivarono sino al ceppo, largo quanto la tavola del conte.
– Uff! Devo andare! – disse la fanciulla che vi era seduta rivolta a un folto ginepro. –
Grazie per avermi mostrato quel posto. Prometto che non lo dirò a nessuno, se mi permetti di guardarti. – aggiunse maliziosa.
Un fruscio di foglie indispettito si allontanò spegnendosi nel folto.
– No, aspetta! Torna qui! – esclamò lei schizzando in piedi.
Silenzio.
– Non lo dirò a nessuno lo stesso. Lo prometto! – gridò volgendosi intorno.
Silenzio.
– Mi sarebbe piaciuto vederti almeno una volta…
Sciolse dai capelli bruni un nastro di velluto color muschio e lo legò al cespuglio.
– Non dimenticarmi troppo presto – sussurrò desolata.
– Signorina Keira? Dove siete?
La ragazza sospirò, raccolse da terra il cestino ricolmo di porcini e si diresse verso i richiami.
Era finita l’infanzia spensierata nei luoghi segreti del bosco, dove trovare more e funghi guidata dal suo amico misterioso. Era tempo di lasciare la dimora natale e diventare una delle dame della contessa.
Ottenerne la benevolenza significava guadagnare prestigio per la propria famiglia. E lei conosceva i suoi doveri.
Ma non guariva il suo cuore spezzato.

Una striscia di muschio sbiadita pende da un ramo ricurvo come una falce di luna.
Non un ramo. Un corno. Anzi, due!
Keira apre gli occhi sulla scena incongrua di una donna, dai capelli marezzati d’argento, che tampona con cura la fronte di un uomo mascherato da caprone, seduto su un minuscolo sgabello davanti al camino acceso.
Solo che non è lo sgabello a essere basso. E quella è davvero la sua testa.
L’urlo che le prorompe dalla gola fa cadere l’uomo-caprone dal sedile e trasalire la donna.
Che il diavolo ti porti! Non ti è bastato prendere a sassate il mio ragazzo? Vuoi provare a uccidere anche me? sbraita la sconosciuta. Te l’avevo detto che dovevi lasciarla dov’era! Questa pazza ci metterà tutti nei guai!
Al rimprovero, l’uomo-caprone incassa la testa tra le larghe spalle come un bimbetto intimidito.
Sei… Sei una strega?
Magari! Avrei lanciato il malocchio su quel villaggio di idioti da un pezzo! Almeno al cippo lascerebbero offerte decenti, quando si degnano di farne una!
Mi spiace di non essere all’altezza, ma non ho scelto io di essere sacrificata! La mia vita faceva già abbastanza schifo comunque!
La voce le si frantuma in gola, mentre paura e frustrazione le tracimano dagli occhi in un pianto incontrollato. Il tocco gentile sulla schiena la coglie di sorpresa.
No, non siamo mai noi a scegliere. Bravo, Fem! Su, bevi. Ti farà bene.
Keira si asciuga gli occhi col polso e scorge la tazza di legno sospesa davanti al viso. Gliela tende una mano che la fa sembrare piccola. Leva lo sguardo e incrocia pupille orizzontali in due mandorle d’ambra, orlate da lunghe ciglia. Il volto caprino, coperto di fine pelame color foglia secca, è coronato dalle corna simili a falci di luna.
Non è muschio sbiadito ciò che gli pende dal corno sinistro.

– Devi sentirti onorata, mia cara. Ser Blackwood ha espresso il suo interesse per te al conte mio consorte. È vedovo da troppo tempo e tu hai già sedici anni. Ti serve un uomo esperto che protegga i tuoi interessi. Dopo un opportuno periodo di lutto, vi sposerete.
Keira, invero, si sentì come un alberello centrato da un fulmine. E non perché ser Blackwood avesse all’incirca l’età del proprio padre appena defunto.
Più che occuparsi della tutela dei suoi interessi, sospettò che il conte avesse trovato un modo pratico per liberarsi del più indecoroso dei propri cortigiani. Perché se c’era qualcosa in cui Ser Mortimer Blackwood si distingueva, era l’eccesso.
Capace di ingurgitare, in una notte di bagordi, cibo e vino sufficienti a sostentare una famiglia di coloni per una settimana e di scialare un podere con un tiro di dadi, non era meno ingordo nei desideri carnali. Per nessuna esponente del gentil sesso era sicuro trovarsi sola con lui, senza distinzione di ceto ed età, poiché né l’uno né l’altra potevano rivelarsi tutela sufficiente.
Keira visse la prima notte di nozze come il cimento con un verro in calore, di cui il consorte possedeva proporzioni e impeto violento.
Imparò tuttavia a sopportarne passivamente gli assalti, poiché tutto finiva prima se non gli dava la soddisfazione di sentirla gridare.
Quando la lussuria per lei si affievolì in favore di altre prede, egoisticamente si sentì sollevata. Se lui partiva, la vita tornava a essere sopportabile in quella che un tempo era stata una tenuta prospera e felice.
Sperava che potesse durare.
Si illudeva.

Da settimane qualcosa insidia le fattorie. Prima i capi migliori, poi greggi intere. E adesso le donne. Rapite e…
A Keira le parole muoiono in gola, ruvida come arida pietra. Sorbisce un altro sorso del delizioso latte di capra.
Da un mostro simile a un grosso caprone, immagino! sbotta la padrona di casa. Colpa tua, incapace di dare un figlio al tuo nobile sposo, è ovvio. Una macchia d’infamia e sventura per la tua casata, che ha risvegliato l’ira del Fomóir della foresta e che va placata con un sacrificio! E ve la siete bevuta di nuovo, branco di stolti! grida con gli acuti di una Banshee scaraventando un ciocco nel camino, l’esplosione di faville come un’emanazione della sua stessa collera.
Fem cerca di farsi piccolo dietro le spalle di Keira, frastornata.
Tu sei una strega! ripete convinta.
No che non lo sono!
E allora come sai persino che non riesco ad avere figli?
Perché quel porco di Mortimer è sterile! Una fortuna, in fin dei conti.
La nota amara nella sua voce le insinua nella mente un sospetto atroce.
Lo… Lo ha fatto anche a te?
Credevi di essere la prima? borbotta la donna fissando il fuoco.
Keira guarda la candida luna di latte profumato circoscritta nella tazza, lasciando sedimentare il peso di quanto appena appreso.
Mi basterebbe essere l’ultima mormora dopo un poco.
La donna si volge lentamente.
Questa è la prima cosa sensata che dici!

Ser Blackwood si aggira nel salone come un mastino inquieto.
Karnack gli aveva garantito che i suoi debiti di gioco erano estinti. Allora perché i furti di bestiame continuano?
I villici saranno pure ignoranti e superstiziosi, ma dopo che si è liberato di quel pesce frigido di sua moglie con la scusa del sacrificio, non crederanno ancora a lungo alla frottola del Fomóir infoiato se i furti proseguono. E poi come può farsi una scopata come si deve se le contadine si rinserrano in casa appena cala il sole e le serve trovano ogni scusa per stargli alla larga?
Basta! L’unica è organizzare una squadra e vedere cosa c’è di sbagliato in quel bosco della malora. Ci scommetterebbe un podere che ci si sono messi dentro quei parassiti dei gitani. Ma gliela farà passare lui la voglia di fare i comodi loro nelle terre ereditate dalla defunta consorte.

Chi vide Ser Blackwood in quell’alba nebbiosa, impettito sul destriero color carbone, circondato dai suoi molossi e alla testa di un manipolo di coloni armati di falci e forconi, lo rammenta con il fiero cipiglio di un condottiero certo di un rapido successo.
E lo vide per l’ultima volta.
Sul far del tramonto i contadini tornarono soli, così come i mastini spauriti. Il padrone era sparito nella nebbia e non c’era stato verso di ritrovarlo.
Poi, quando sorse la luna, anche il suo cavallo fece ritorno.
Solo che a cavalcarlo non era il padrone.
Keira, con gli abiti laceri e i capelli aggrovigliati di foglie, raccontò di come il consorte avesse affrontato con coraggio l’orrida creatura che abitava la foresta. Nella foga della lotta erano precipitati nella forra del Foam, inghiottiti dai suoi flutti turbinosi.
A lei, libera dalla cattività del mostro, non era rimasto che affidarsi all’istinto del cavallo per tornare a casa.
Il corpo non fu ritrovato, così fu celebrata una funzione funebre senza salma e sistemata una lapide simbolica nel cimitero adiacente alla chiesa presso cui la vedova, nelle ricorrenze, non mancò mai di portare fiori in composto cordoglio.
Osservato l’usuale periodo di lutto, Keira sposò il proprio fattore, che conosceva sin dall’infanzia.
Del Fomóir nessuno sentì più parlare. Forse perché a ogni cambio di stagione la padrona stessa si premurava di portare al cippo un cesto ricolmo dei frutti della tenuta.
E così fecero i suoi figli dopo di lei e i figli dei suoi figli.

9 risposte

  1. Latizia ha detto:

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  2. Vincenzo Romano ha detto:

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  3. Elide Rubboli ha detto:

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  4. Alice ha detto:

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  5. Francesca ha detto:

    Bellissimo racconto

  6. Alessia ha detto:

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  7. Sara ha detto:

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  9. Francesco ha detto:

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