OSSESSIONE

Racconto in concorso

OSSESSIONE

Di Daniele Cosa

Londra, 1860

Mezzanotte, senza idee, confuso da riflessioni lunghe, informi e prive di senso decisi di riporre penna e inchiostro. Mi infilai sotto le coperte e, con l’aiuto di una bottiglia di whiskey e la speranza di non perdere il sonno fino all’ora di pranzo, mi addormentai. Non feci in tempo a fare cinque minuti di orologio che per tre volte sentii battere alla porta. Rintronato per il brusco risveglio, urtando e incespicando su ogni cosa, mi avvicinai alla finestra. Con mano malferma riuscii ad accendere una lampada, ma nulla potei distinguere, neanche il buio. Irritato dai pochi attimi di sonno discesi le scale.
Tra smorfie e conati, con la faccia a mezza spanna dalle ginocchia, arrivai davanti all’ingresso.
“Ma… ma che diavolo…?”
Mi stropicciai gli occhi più volte.
“Che stranezza è mai questa?”
Un sottile involto di stoffa rossa stava tra il pavimento e la porta. Avvertii un’orrenda sensazione, un insolito brivido mi trapassò da capo a piedi, ma la curiosità fu più forte e lo aprii. C’era qualcosa, qualcosa di inquietante: un enigma? Uno stramaledetto indovinello? Lo lessi, ma non riuscivo a capire, non riuscivo a capire il senso di simile cosa.

Se in questa notte ti addentrerai e timore non avrai, qualcuno ad aiutarti troverai, e se in tal modo farai, penna e calamaio riprenderai, ora vestiti e vai, altrimenti questo scritto gettar dovrai.

Poche righe e di misterioso significato. Insolita era anche la bruciatura, in calce al messaggio, dalle sembianze di una elle, ma a cui non diedi importanza. Il mio primo grande errore.
Non senza gravi difficoltà cognitive, alimentate ancor più dall’alcol tracannato, mi vestii.
Una nebbia fitta e scura mi avvolse all’istante e la luce dei lampioni si vedeva appena. Tra labirinti di marciapiedi e vicoli cominciai ad aggirarmi. Ubriachi devastati dai deliri più terribili che si trascinavano nei loro rigurgiti, blasfemie, mendicanti, sgualdrine, balordi della peggiore risma,
ogni cosa e persona, anche la mia, sembrava ritagliata da un incubo. Giochi d’ombre e profili sfumati apparivano e sparivano per poi riapparire e risparire di nuovo. Tutto era strano e confuso.
Una figura, una figura dal fascino macabro, mi apparve, lontana, tra i fumi malsani della notte, ebbi un istante di esitazione, poi ripresi il passo, passo che diventò una corsa frenetica, sempre più frenetica, ma arrivato in fondo al vicolo non vidi nessuno.
Nient’altro che un abbaglio della mia mente stremata. Pensai.
A un tratto qualcosa mi sfiorò: un gatto più nero della pece, con il pelo dritto come aghi e dallo sguardo luminescente e vitreo, mi stava fissando. Chiusi gli occhi per un istante, quando li riaprii la bestia stava di fronte a me ad almeno dieci palmi da terra, e nonostante la paura ero attratto da quella presenza. Cercai di toccarla, ma svanì con la rapidità d’uno schiocco.
Stavo diventando pazzo? O ero solo troppo assennato per vivere la realtà? Non riuscii a darmi una risposta.
Tra miasmi e vapori insalubri continuai a girovagare, quando sentii un ripetuto e cadenzato scalpitio, poi il silenzio, un silenzio che diventò così perfetto e profondo da poter sentire cadere anche uno spillo. Di nuovo lo scalpitio, sempre più forte, sempre più vicino. Improvvisa, trainata da quattro cavalli scuri, sbuffanti, irruenti, che quasi mi travolsero, irruppe, dalla nebbia, una carrozza dal colore tenebroso.
Alzai lo sguardo e quello che vidi fu ancora più terribile: un lungo mantello nero che celava delle forme solo in apparenza umane, non v’era volto, non v’erano mani, eppure le redini erano tese e orientate a sinistra, mentre dalla parte destra, da sotto il mantello, sbucarono due ampolle, un pugnale e un rotolo che mi fluttuarono intorno più volte, per poi scendere ai miei piedi.
Tutto era assurdo, tanto assurdo da sfuggire a ogni logica comprensione umana.
Una risata diabolica e irrefrenabile squarciò l’aria, dal suolo si sollevò una fiamma gigantesca, accecante, che ingoiò, in un batter di ciglio, l’infernale visione e, forse, quel poco di ragione che m’era rimasta. Frastornato rientrai a casa e senza pensarci due volte distesi il rotolo sul tavolo:   

Se sbagliar non vorrai, far gran riguardo, ora, dovrai a quel che leggerai, e se fama e gloria rivorrai a ciò che c’è scritto obbedirai, in altro modo questo rotolo brucerai. Ma bada, che una volta assolto a queste parole in mio potere sarai, e indietro tornar più non potrai.
Di ciascuna ampolla, in un calice, tre gocce verserai e così per tre volte ripeterai.
Berrai il primo e nulla ti accadrà. Berrai il secondo e sarà il momento più orribile: per tre notti da giustiziere ti ergerai, non farai nessuna distinzione tra quelli che incontrerai e del loro sangue il pugnale sporcherai. In seguito in un profondo oblio cadrai e più niente ricorderai.
Berrai il terzo e le cose come vorresti che fossero vedrai, e il tuo prestigio riavrai.

In calce, oltre alla solita strana bruciatura, in minuscoli caratteri v’erano scritte ancora alcune righe. Per ragioni che non so spiegare, sebbene questo di tale bizzarria mi apparve, non me ne curai. Questo fu il mio secondo grave sbaglio.
Ignaro, nella più assoluta insensatezza, tormentato da stolte e illusorie brame, rivolsi ogni mia attenzione alle ampolle. Strizzando un occhio e poi l’altro cominciai a osservarle, e poi a scuoterle e poi a girarle: un liquido era di colore verde tendente all’argento, l’altro era corposo e di colore bruno. Scettico, per molti giorni mi ostinai a esaminarle come se il loro contenuto potesse trasformarsi o sparire da un momento all’altro. Una notte, la fatale scelta prese il sopravvento, mescolai i due liquidi e bevvi.
Dopo il primo bicchiere, così come era scritto, nulla di insolito accadde, ma ora non potevo più rinunciare, non potevo più esitare. Bevetti il secondo: non ero più padrone di me stesso, sentivo voci da ogni luogo e la bocca mi schiumava.
Rientrai che era l’alba, solo allora mi accorsi di tutto il sangue che mi ricopriva. La ripugnanza e il terrore si erano impressi nei miei occhi, con le mani sul volto cominciai a urlare e a girare come un ossesso. Stremato, caddi a terra. Mi svegliai che il cielo era di nuovo scuro e con un gran vuoto nella mente. Una forza inspiegabile si era impadronita di me.
Per altre due notti soffersi i peggiori tormenti e per altre due notti mi ritrovai lordo di sangue e a non ricordare più niente. Rimasi rintanato in casa per giorni e giorni, neanche allo specchio mi guardavo, l’unica cosa che riuscivo a rammentare era quel maledetto intruglio.
Afferrai le ampolle e con furia le lanciai a terra, uno sfacelo di frantumi si scagliò ovunque e, mentre un’esalazione densa e scura mi avvolse, una risata maligna e beffarda riempì la stanza.
Una tosse feroce mi assalì, cominciai a sbracciare come un mulinello, andai avanti e indietro più volte e poi da una parte e poi dall’altra, finché, a tastoni, rovesciando ogni cosa e con gli occhi che mi ardevano, non trovai la finestra. Svanito tutto quel vapore, non v’era rimasta alcuna traccia del mio gesto. Sul momento provai un gran sollievo… ma poi… ma poi, mi attanagliò un pensiero, un pauroso pensiero: non avevo bevuto il terzo calice.
Fu allora che mi ricordai di quello stralcio di parole che non avevo considerato. Ma dov’era il rotolo? Sentivo i nervi vibrarmi come corde di violino.
“Dannato rotolooo! Eccolo, eccolo lì, il nefasto.”
Stava sotto il tavolo in mezzo a un nugolo di polvere. Infilai gli occhiali da naso e, carponi, lessi la parte che mi mancava:  

Se solo ora di queste righe stai prendendo atto, imprudente e sciocco sarai stato e nulla riavrai se non la memoria per ciò che hai fatto. E mentre lacrime di sangue piangerai, la tua anima per sempre perderai.
Lucifero

Di quello che mi passò per la mente, sarebbe superfluo parlarne. E mentre il silenzio diventava sempre più insopportabile da riportarmi alla mente ogni cosa, rilessi, e ancora e poi di nuovo, ma tutto fu vano. È tempo di concludere questa folle storia e, ora, oppresso dalla coscienza, preso dallo sgomento e dall’assurdità di porre rimedio ai miei misfatti, se non passando il resto della mia vita tra rimorsi, sofferenze e incubi… il resto… il resto a raccontarlo, credo che sia inutile…

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