UN PICCOLO EROE

Racconto in concorso

UN PICCOLO EROE

Di Serena Maria Cannizzaro

Mi trovavo nel giardino di casa quando il mondo mi cadde addosso.
Non capita tutti i giorni, ma certo è che prima o poi debba succedere ad ognuno di noi.
Mi spiego meglio.
Mi chiamo Eliot, ho 12 anni, e sono morto ieri. O almeno per me è stato ieri. Ma non siate tristi, è una storia molto bella in realtà, se avrete la pazienza di ascoltarmi.
Cominciò tutto una mattina di giugno, quando a svegliarmi non fu mia madre con l’aspirapolvere, ma un lieve toc toc sul vetro della mia finestra. Naturalmente non bastò questo a buttarmi giù dal letto. A quello ci pensò lo strano essere che, letteralmente, mi trascinò di forza sul pavimento.
Solo in quel momento mi resi conto che lo strano essere era proprio il mio beagle, Georgie. Potete ben capire la mia confusione. Il suo musino tremava, gli occhi erano languidi, e capii che era terrorizzato. – Che succede, bello? – gli domandai.
Per tutta risposta, mi afferrò la manica coi denti e mi condusse fuori dalla stanza. Fortunatamente avevo dormito in pigiama, perché nel giro di venti secondi mi ritrovai nel mio giardino, di fronte all’intero vicinato, con un’enorme fossa in mezzo al verde.
Appena sveglio, buttato giù dal letto, e stordito dal caldo estivo, non sapevo cosa pensare. Osservai confuso il mio cane il quale, comprendendo la mia muta domanda, andò a prendere una torcia dentro casa. Quando tornò, lo vidi che la gettava nel buco. Voleva che andassi in fondo. Allora afferrai la torcia e strisciai lentamente all’interno della galleria, dove notai che, sommerso da cumuli e cumuli di terra, un orecchio canino sporgeva da una fessura. Nonostante il caldo soffocante, mi sentii raggelare: era Kim, la compagna di Georgie. Non capivo come avessero potuto scavare una fossa di quelle dimensioni in una notte, né il perché l’avessero fatto, ma una cosa era certa: Kim era rimasta intrappolata.
In neanche un paio d’ore, mi ritrovai il cortile invaso da una cinquantina di persone: vigili del fuoco, reporter, vicini di casa, familiari, genitori, bambini… insomma, chiunque avesse sentito parlare di Kim alla tv si era recato subito a casa nostra, in ansia per il piccolo beagle seppellito vivo dalla sua stessa buca, stando a quanto avevano constatato i poliziotti.
Cercavo di rassicurare Georgie, accarezzandogli il dorso e grattandogli le orecchie, ma non riusciva a smettere di tremare. Dovevo fare qualcosa, ma nessuno voleva dirmi niente, così corsi da mia madre, che stava parlando con un agente di polizia, e le strattonai una manica. – Mamma, che succede? – le domandai. I suoi occhi erano incerti, sembrava non volermi rispondere. – Mamma, ti prego, si tratta di Georgie. È il mio migliore amico, permettimi di aiutarlo.
Non so se siano state le mie parole a commuoverla, o il fatto che provenivano da un bambino così piccolo, ma fatto sta che riuscii ad intenerirla.
– È grave, tesoro. Ci sono troppi strati di terra, e lo spazio non è abbastanza perché uno dei pompieri riesca a strisciare dentro per salvarla.
Sapevo cosa significavano quelle parole, ma non volevo accettarlo. Kim sarebbe morta, e il mio migliore amico sarebbe stato distrutto. Non ci misi molto a compiere la mia scelta.
– Fate andare me.
Naturalmente non fu semplice convincere la mia famiglia. Avevano fin troppa paura che potesse accadermi qualcosa, e per loro la mia vita era ben più importante di quella di un cane, ma loro non capivano. Non avrebbero mai potuto.
Avete presente quel bambino nella vostra classe delle elementari, che stava sempre da solo e mangiava il sandwich al burro d’arachidi sfogliando un fumetto di Paperinik? Magari vi sarà venuta voglia di avvicinarvi ogni tanto, vedere se gli andava di giocare con voi, ma scommetto che non l’avete mai fatto.
Ecco, quel bambino ero io.
E in tutti questi anni, da solo con i miei fumetti, il mio unico amico è stato Georgie. Georgie che si addormentava sulla mia pancia, che mi leccava le guance ogni volta che mi sentiva piangere, che giocava con me quando nessuno voleva farlo. Allora, ditemi, lascereste mai che il vostro migliore amico perdesse l’amore della sua vita?
Dovetti insistere a lungo, ma dopo aver preso accordi con la polizia ed i vigili del fuoco, mia madre si convinse a mandarmi da Kim. Indossai un’imbracatura estremamente stretta. Dovetti mettere un elmetto sul quale era posta una microcam, così che i vigili potessero guidarmi attraverso la galleria, e in poco tempo fui calato al suo interno.
La prima cosa che ricordo è l’afa. Nonostante fossimo in estate, non avevo mai provato un caldo simile. Kim sarebbe soffocata in poco tempo, avevano detto i pompieri, per questo era necessario agire con prudenza, ma il più in fretta possibile. All’inizio, quando mi ero calato lì dentro quella mattina, non mi era sembrata così profonda. Adesso invece, sembrava non ci fosse una fine. Seguendo le indicazioni dei vigili avanzavo, sempre più in là, e quando finalmente raggiunsi Kim, era passata più di mezz’ora. Riuscivo a sentirla guaire, e in un attimo mi si spezzò il cuore.
– Tranquilla, Kim, adesso ti tiro fuori io, così potrai tornare da Georgie – cercai di dirle, anche se sapevo che non poteva comprendermi. Non riuscii a vedere se si era girata a guardarmi, ma sperai avesse capito: stavo venendo a salvarla.
Sentivo le urla dei vigili dal giardino, e a poco a poco riuscii a spostare una buona parte di terra. Ma mano a mano che la visuale si faceva più limpida, mi pareva sempre più che ci fosse qualcosa di sbagliato. Quando dal giardino non arrivarono più urla, capii che i miei sospetti erano esatti. – Che succede?! –  urlai.
Nei cinque minuti che seguirono, i pompieri dissero un sacco di parole che non conoscevo, ma il messaggio arrivò forte e chiaro: se avessi tirato fuori Kim, sarebbe quasi sicuramente morta. Il muso era incastrato in una fessura, e prendendola di forza l’avremmo danneggiata irrimediabilmente. Avrebbe potuto salvarsi solo se lei stessa si fosse girata, ma che speranze avevamo di farglielo capire?
Non mi accorsi di star piangendo finché non sentii le lacrime bagnarmi le labbra. Non riuscivo a crederci. Il mio migliore amico avrebbe perso l’amore della sua vita. – Ti prego, ti prego Kim. Non lasciarci, non lasciare Georgie. Ti prego, ti prego.
La mia preghiera continuava all’infinito, al punto che potevo sentirla echeggiare nella mia mente. Finché non mi resi conto che quella non era un’eco, ma un’altra voce.
– Cosa devo fare? – diceva.
Non riuscivo a capire. Chi era a parlare? Certamente non io, né qualcuno dal giardino. Mi guardai attorno confuso, ma ero l’unico, là sotto.
In quel momento, Kim si mise a piangere e capii. Era stata lei a parlare. Mi accostai alla parete dalla quale riuscivo a vedere parte del suo corpo. – Tu… riesci a sentirmi? – domandai, sentendomi un po’ stupido e allo stesso tempo sull’orlo di un infarto.
– Sì – disse quella voce nella mia testa. Non sapevo come fosse possibile, ma le mie preghiere erano state esaudite. Kim poteva sentirmi e io potevo parlarle.
– Ascoltami Kim, non so cosa stia succedendo, ma Georgie è lassù che ti aspetta, e se non fai quello che ti dico, non ti rivedrà mai più.
Anche se non mi rispose, in qualche modo seppi che aveva capito.
E così, mentre i pompieri cercavano di trovare un modo per salvare la cagnolina, io la guidavo passo passo verso la libertà.
I giornalisti avrebbero urlato al miracolo, se non fosse stato per i pochi minuti successivi al momento in cui Kim fu riportata in giardino dal suo Georgie. Fu questione di un attimo. Un secondo prima stavo toccando le dita della mano di mia madre, un secondo dopo c’era solo buio e tante urla. Poi, silenzio.
In quel momento mi sentivo in pace. Non avevo un corpo, non avevo forma. Non sapevo dove mi trovassi, ma andava bene così. Sarei potuto rimanere in quello stato per sempre. Ad un tratto sentii una voce, gentile, come se mi conoscesse da tutta la vita.
– Eliot – mi sentii chiamare.
– Chi parla? – domandai. Non era importante, mi rispose.
– Sai cos’hai fatto oggi, Eliot? – mi chiese quella voce. Non ricordavo che giorno fosse, per cui rimasi a bocca chiusa, anche se non riuscivo a capire se avessi ancora una bocca.
– Oggi il tuo amore ha vinto, Eliot. Il legame tra te e Georgie era così forte che ha spinto una parte di te oltre i suoi limiti. Sai cosa significa?
Scossi la testa. – Significa che hai saputo fare qualcosa in cui nessuno, mai, era riuscito. Hai stabilito un legame empatico con Kim, e grazie a questo sei riuscito a salvarla.
Quando udii quelle parole, ricordai. Avevo salvato Kim, ma il cumulo di terra era crollato prima che potessi uscire. Mia madre… Mio padre… Georgie… non li avrei più rivisti. Non sentivo più quel senso di pace. Volevo solo piangere.
– Non essere triste, piccolo eroe. Li rivedrai. – Mi disse quella voce. Non sapevo se crederle.
– Sì? – chiesi allora. La voce esitò.
– Potrai vegliare su di loro, fino al giorno in cui ti raggiungeranno. Per il momento, però, puoi dare loro la tua protezione. L’amore, dopotutto, è la forza più potente di tutte.
E aveva ragione. L’amore aveva salvato Kim. L’amore aveva salvato me, tanti anni prima, quando aveva portato Georgie nella mia vita.
– Sembra quasi una magia – mi ritrovai a dire. La voce ridacchiò.
– Forse lo è. Ma dopotutto, ha davvero importanza?
No, pensai immediatamente. Non ne aveva. E in quel momento, mi sentii dissolvere.
Ebbene, eccomi qui, dopo tutti questi anni, ad aspettare. Aspetto che i miei cari – Georgie, Kim, i miei genitori – si uniscano a me, ma non ho fretta, perché so che qualsiasi cosa possa accadere loro, io sarò sempre qui a proteggerli come loro, per anni, hanno protetto me.

Una risposta.

  1. Chiara ha detto:

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