ESODO

Racconto in concorso

ESODO

Di Arianna Fracassini

L’umidità era opprimente, a tratti insopportabile. Persino il mantello in cui si stringeva ostinatamente non era altro che una timida protezione dal freddo. Avrebbe dato via metà delle provviste, se questo gli avesse permesso di accendere un fuoco, ma sapeva bene di non poterlo fare. Non era il fatto che la legna fosse bagnata a impedirglielo, quanto piuttosto la paura di farsi avvistare. Era un rischio troppo alto da correre. Seduto sui gradini del piccolo porticato in legno, guardava verso Ovest e, tra gli alti alberi, riusciva a scorgere la valle, ai piedi della montagna del Crinale. Da lì, le luci sottostanti di alcuni focolai sparsi si stagliavano nell’oscurità notturna. Erano immagini che tradivano già ciò che sapeva avrebbero trovato. Una desolazione senza precedenti, qualche cosa che lui non aveva ancora conosciuto, oltre il Crinale. Un fremito di paura si aggiunse a quelli provocati dal freddo dell’autunno inoltrato. Un suono alle sue spalle lo fece sobbalzare. La porta del Rifugio si aprì con un lieve cigolio. Sulla soglia, appoggiata allo stipite con una sola spalla, apparve lei. Nonostante i primi segni della stanchezza di quel viaggio e la postura volutamente scomposta, non riusciva a non essere elegante. Con i pantaloni e la casacca sembrava essere tornata all’epoca in cui erano entrambi bambini e giocavano alla guerra. Oltre al viso, che segnava il transito verso l’età adulta nonostante i tratti delicati, solo il corsetto stretto in vita tradiva la linea dei fianchi di un corpo appena sbocciato in donna.
“Cambio della guardia!” sentenziò la ragazza, facendoglisi più vicina.
Lui spostò lo sguardo verso il cielo, dove scorse la luce argentea della luna, nascosta tra le nubi.
Non voleva dormire e sognare ancora quella voce, che l’aveva spinto a partire.
“Non è ancora ora, Kalìa” sentenziò.
“Lo so” rispose lei con sufficienza, volutamente sfrontata. “Ho promesso che, se mi avessi lasciata venire con te, non ti sarei stata d’intralcio. Per cui intendo, di nuovo, anticipare il mio turno.”
Il ragazzo sbuffò.
“Se ti stancherai troppo, sì che mi sarai d’intralcio!”
Kalìa sollevò il mento con fierezza, facendo ondeggiare i fluenti capelli biondi, raccolti in una coda.
“Sbuffi più del mio cavallo, Nathan!”
Era più un gioco, che una discussione. Un rituale ben noto ad entrambi. Lei gli si sedette accanto, avvolgendosi nel mantello.
L’alba li sorprese così: un po’ assonnati e carichi di speranze, determinati nonostante la paura di ciò che avrebbero potuto incontrare.

“So che ne abbiamo già parlato, ma è proprio indispensabile?” gemette Kalìa.
Nathan non la degnò di una risposta e continuò a spalmarle sui capelli una soluzione ricavata dalla resina nera degli Abeti d’Ombra, che crescevano al limitare della foresta, ai piedi del Crinale.
“Dobbiamo sembrare due di loro, o ci cattureranno” le disse poi. Prese anche una salsa a base di bacche viola e le tinse alcune ciocche e le unghie; poi fece lo stesso su di sé, ma dovette solo colorarsi alcune ciocche corvine. Ne aveva già due per natura ed anche le unghie erano violacee.
“Il sangue di tua madre ti favorisce” osservò Kalìa. Lui non rispose. Non aveva mai conosciuto sua madre. Era morta dandogli la vita.

Cavalcarono a lungo indisturbati. Il rumore degli zoccoli che pestavano la terra annerita dal fuoco accompagnò i pensieri di Nathan. Dicevano che i suoi genitori fossero la causa di tutto questo. Sua madre, per metà umana e per metà nativa, avrebbe architettato un piano per permettere al Drago di tornare. Così facendo, aveva liberato i Nativi, i così detti uomini dalle ciocche e unghie viola, ma aveva condannato gli umani, loro conquistatori. Suo padre non era stato in grado di fermarla, morendo nel provarci. Dovunque andasse sarebbe stato considerato figlio di un eroe e di un traditore. Tra i Nativi, il nome di Eryn, sua madre, era di certo la carta vincente.
Anche Kalìa era pensierosa. Pensava ai suoi genitori, oltre il Crinale, nella città di Agor, dove anche lei era vissuta serenamente, accanto al suo gemello e a Nathan, cresciuto anche lui come un figlio.
Sembrava un tempo appartenuto ad un’altra vita. Ora era lì, con Nathan, in quel viaggio nella terra che il Drago aveva nuovamente eretto a suo dominio, salutato dai Nativi come un dio e temuto come un demone dagli umani come lei.
Era quasi sopraggiunta la sera, quando udirono delle grida. Nathan tirò istintivamente le redini del cavallo, imitato da Kalìa. Adiacente al sentiero su cui cavalcavano si stagliava un campo arato, al confine del quale si ergeva una modesta casa di contadini. I due scorsero una donna trascinata e buttata a terra da un uomo, mentre altri due irrompevano nell’abitazione. Si udì il suono di un corno, provenire dall’interno. Il ragazzo aveva sentito dire che era così che i Nativi chiedevano l’aiuto del Drago. Kalìa fu più veloce di lui e spronò il cavallo, galoppando verso la casa. Nathan le urlò dietro, ma lei non parve neppure averlo sentito. Con un’imprecazione, le si lanciò dietro.
La lama della spada di Kalìa raggiunse l’aggressore della donna prima che questo potesse colpirla con un pugnale. L’uomo si accasciò, tra i capelli corvini e viola della sua fortunata vittima. Quest’ultima si alzò, aiutata dalla sua salvatrice, che nel frattempo era smontata da cavallo.
Un altro rapinatore uscì urlando dalla casa brandendo un’ascia, ma Nathan intercettò il colpo e l’urto col cavallo del ragazzo fece cadere a terra il brigante.
“Maledetti!” sbraitò l’uomo “Questa casa era di mia proprietà!” urlò ancora, mentre Nathan lo immobilizzava.
“Lo sappiamo bene!” ribatté una voce alle loro spalle.
“Eravamo tuoi schiavi!” ad uscire furono due giovani nativi, che minacciavano con dei pugnali un altro invasore, che camminava innanzi a loro con le mani alzate.
Il nuovo prigioniero stava per urlare qualcosa, ma un suono terrificante sovrastò la sua voce.
Un ruggito.
Sollevarono tutti istintivamente gli occhi al cielo. I nativi fremevano per le gioia, gli umani per il terrore, i cavalli s’imbizzarrirono. Nathan vide gli occhi di Kalìa sgranati dal terrore. La ragazza fece uno scatto in direzione del cavallo, ma lui la fermò, afferrandole il polso.
“Non muoverti…” le sussurrò “Devono pensare che siamo anche noi dei Nativi…”
Lei recuperò rapidamente il sangue freddo, limitandosi a stringersi alla spalla di lui.
Il cielo era coperto da nubi grigiastre, ma Nathan avrebbe giurato di aver visto una sagoma enorme muoversi tra di esse, sorvolandoli.
Come in un sogno, un istante dopo tra le nuvole si stagliò qualche cosa. Di fronte a loro, un paio di enormi ali si separarono dalla compatta superficie velata e impalpabile delle nubi, come carezzandole.
La potenza del mostro in avvicinamento era pari all’eleganza del suo volo. Con le ali tese e frementi nell’aria densa di inquietudine e stupore, il Drago planò verso di loro.
Ben presto, tutta la sua imponente figura fu visibile: il collo lungo e possente, le grandi zampe dotate di poderosi artigli, la coda sinuosa ed il terrificante muso, dalla cui bocca si intravedevano i denti aguzzi.
“Allontanatevi!”
Quell’ordine risuonò nella mente di Nathan con forza improvvisa e disarmante.
Il ragazzo gemette, prendendosi la testa tra le mani. Quella voce! La stessa dei suoi incubi!
“Che cos’hai?!” urlò allarmata Kalìa afferrandolo per le spalle.
Lui non riuscì a risponderle.
“Presto, non avete sentito!?” gridò la nativa, mentre correva via con gli altri due.
Fu allora che Nathan comprese. Mentre afferrava Kalìa per un polso per trascinarla via di lì, si rese conto che il Drago riusciva a comunicare mentalmente coi nativi, in qualche modo, ed il sangue di sua madre doveva permettere anche a lui di fare altrettanto.
La ragazza, incapace di comprendere appieno la situazione, si lasciò condurre via remissiva.
Si voltò indietro e con orrore vide il Drago volare a un nulla dal terreno, mentre inseguiva un uomo in fuga. Il collo del rettile cambiò colore, s’illuminò dall’interno e quel chiarore risalì sino alle fauci ormai spalancate.
Kalìa urlò, mentre le fiamme divampavano dalla bocca del Drago. Fu un attimo. Un semplice istante ed il fuggitivo si dissolse nel fuoco, in un urlo muto.
Nathan rimase paralizzato, mentre la ragazza tuffava il viso sul suo petto, per non vedere.
Nel frattempo, riprese la caccia e la coda agile del mostro colpì un altro umano in cerca di fuga, un istante dopo gli fu sopra, straziandogli le carni coi denti, tra le urla di giubilo dei nativi.
In quel momento, una folata di vento portò un odore sospetto alle narici del rettile.
Il Drago alzò la testa e corse verso il gruppo. Nathan sentì il sangue gelarsi nelle vene. Stava puntando Kalìa! Doveva aver capito che fosse umana!
Istintivamente, la strinse spinse dietro di sé e sguainò la spada di suo padre. Quel padre che non aveva mai conosciuto.
Il suono della lama che veniva estratta dal fodero lo rassicurò per un istante, finché non senti le risate di scherno del Drago rimbombargli nella mente.
D’un tratto, l’animale si fermò. Sembrava interdetto.
“Dove hai preso quella spada?” la domanda fece fremere le meningi del ragazzo. Non capiva il perché di quella curiosità, ma non aveva senso mentire.
“Era di mio padre!” rispose. Il Drago si avvicinò lentamente. Quando le enormi narici furono a un nulla dal suo viso, lo annusò.
“Il figlio della mia evocatrice… finalmente sei arrivato!”
Era vero, dunque. Tutto.
“Perché mi volevi qui?”
Il Drago non lo fece attendere.
“Perché voglio che porti la feccia umana lontano dalla mia terra!” tuonò.
“Sei umano come loro, ma il sangue di tua madre mi permette di parlarti. Portali via! Io non vi intralcerò il cammino. Se resterete, vi ucciderò tutti!”
Poi si volse verso l’ultimo superstite, quello che Nathan aveva immobilizzato.
“Lui sa dove si nascondono i suoi simili. Fatti condurre lì!”
Detto ciò, si librò in volo con un potente colpo d’ali, svanendo tra le nubi.
Sopraffatto, Nathan abbracciò Kalìa e si lasciò andare in un pianto liberatorio. Avrebbe salvato quanti più possibile, e avrebbe scoperto chi fosse davvero.

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