IL NEGOZIO

Racconto in concorso

IL NEGOZIO

Di Leonardo Papagno

La porta del negozio era lì, chiusa, sigillata da piccoli cristalli di ghiaccio, residui della notte gelida appena passata.
Continuavo a fissarla, ma non cambiava significato.
La sigaretta si era consumata fino a bruciare le dita, riportandomi con dolore alla realtà.
Le prime persone del mattino iniziavano ad emergere dalle lunghe scale mobili, direttamente sul piazzale del negozio che avrebbe risolto ogni problema.
Il freddo pungente non aveva scoraggiato altri come me, tutti convinti che arrivare presto potesse essere di buon auspicio.
Il centro commerciale incombeva su di noi come un moderno castello e nonostante la distanza che lo separava dal nostro livello, non ci volle molto prima di venire investiti dagli odori delle colazioni e dalle musichette allegre. Cominciavamo a sentire persino le prime risate dei bambini.
Eravamo vicini a natale dopotutto.
Presi dal pacchetto quasi vuoto un’altra sigaretta, l’accesi tirando un gran boccata e poi iniziai a soffiare lentamente sulla brace. Gli occhi fissi su quel circolino rosso, perdendomi qualche attimo nel ritmo del mio respiro che lo investiva.
Intorno a me si era intanto raccolta una piccola folla di indigenti, di disperati, tutti in fila nella speranza di riuscire a sopravvivere alle festività in arrivo.
Ce n’erano di tutte le età, da poco più che adolescenti ad anziani incanutiti dalla vita.
I giovani erano per lo più sani ed integri e a volte ci si chiedeva cosa ci facessero lì con noi.
Poi, man mano che l’età avanzava, cominciavano a vedersi i menomati.
Si passava dall’assenza di un occhio a quella di una mano, dalla mancanza di un piede a chi apparentemente integro dissipava ogni dubbio con le sue sacche e i suoi piccoli macchinari da cui partivano infiniti tubicini che sparivano sotto il costato.
I più anziani guardavano di sottecchi i giovani, con una sorta d’invidia inespressa, forse rimpiangendo la loro giovinezza o quanto in prospettiva ancora potevano offrire.
L’ennesima sigaretta era finita e il vociare del centro commerciale era salito di un tono, segno del continuo aumentare delle presenze.
Le porte ancora sigillate restituivano un mutismo comune alla piccola folla radunata davanti ad esse.
Non c’erano le consuete chiacchiere delle persone in attesa, promosse dai piccoli gruppi che nascevano spontanei in casi analoghi.
Tutti erano persi nei loro pensieri. La maggior parte evitava accuratamente anche di guardare i compagni d’attesa. Ognuno era concentrato sui propri problemi, sulle rispettive prospettive di soluzione dopo quella mattina.
Un breve e freddo raggio di sole riuscì a trovare un pertugio tra gli alti edifici del livello superiore e le grigie nubi della mattina. Quasi fosse stato un segnale d’assenso, il centro commerciale alzò di un ulteriore tono le urla della gente, il chiasso e le musiche natalizie.
Erano ondate di allegria, portatrici inconsapevoli dell’idea di una vita agiata e senza problemi. Travolgevano con la loro forza l’anima e il cuore dei disperati come me: che erano intorno a me.
Forse erano proprio queste ondate ad infondere il coraggio per fare ciò che dovevamo, per il nostro futuro e quello delle nostre famiglie.
La prima volta era la più difficile, si cercavano motivazioni, giustificazioni, che in fondo sapevamo essere nulla più di mere illusioni, create ad arte per convincerci a rinunciare a parte di noi stessi per alzare un poco il nostro tenore di vita. O per far fronte a tutte quelle spese inevitabili e non più sostenibili.
Il natale incombente era una ulteriore spinta inesorabile, capace e tenace di tenerci qui, al gelo, su questo piazzale, ad attendere l’apertura del negozio.
Una donazione di noi stessi in cambio di denaro contante. Il tutto con la potente convinzione di essere noi a scegliere, di avere le redini della situazione.
Avremmo avuto un listino personalizzato, almeno così mi aveva detto chi ci era già passato.
Il pollice in una fessura, una scansione a 360 gradi del corredo genetico e il listino veniva fuori in automatico.
Una lista di quotazioni più o meno competitive a seconda del grado di compatibilità col richiedente e degli eventuali costi di ricondizionamento.
Organi interni e parti anatomiche come braccia, piedi o occhi per essere compatibili avevano bisogno di trattamenti costosi e non erano di certo a carico del ricevente.
Alla fine veniva fornito un menù a tutti gli effetti, solo che al posto di scegliere la cena si sceglieva quale parte di noi stessi avremmo barattato.
Sapevo tutto, conoscevo perfettamente le implicazioni della mia scelta e, soprattutto, comprendevo profondamente l’effimera spinta che mi aveva portato qui.
Ma io non ero come gli altri, era solo un periodo difficile: qualche errore di troppo e un po’ di sfortuna che questo sacrificio avrebbe cancellato, restituendomi alla mia vecchia vita.
Non sarei invecchiato di certo su questi gradini, pregando di avere ancora qualcosa di valore da poter scambiare.
Io appartenevo al livello superiore. Io ero in quel maledetto centro commerciale solo l’anno scorso a comperare regali per i miei figli.
A breve ci sarei tornato, una piccola rinuncia e sarei stato di nuovo in cima.
Regali per i piccoli e una nuova opportunità. Lo so, ne sono sicuro.
Il piazzale era quasi colmo, ma alcune teste continuavano a spuntare dalle lunghe scale mobili provenienti dal piano inferiore.
L’agitazione dell’attesa insieme a quel continuo afflusso di nuovi candidati creavano dei moti armonici in quel mare di persone irrequiete. Danzavano ordinati seguendo correnti invisibili che inesorabili si infrangevano come onde sulle grandi porte del negozio, ritirandosi poi quietamente per trovare il loro posto.
Pochi alzavano lo sguardo verso l’alto del centro commerciale, per lo più giovani o gli integri, la maggioranza teneva la testa bassa come se un senso di pudore li attraversasse, come non volessero esser notati da quel luogo cacofonicamente festoso.
Una delicata melodia iniziò ad investire il piazzale, rendendo poco più di un sottofondo inavvertibile tutti i suoni provenienti dal livello superiore.
La massa di persone ondeggiante, danzante ed irrequieta si congelò all’istante, tranne qualche brevissimo fremito di chi distratto non si accorse subito del cambiamento.
Tutte le teste si voltarono all’unisono verso le porte del negozio, che qualche secondo dopo iniziarono il loro viaggio lungo i cardini.
Non ci furono ammassamenti, non si creò la classica ressa riscontrabile alle aperture straordinarie dei negozi tradizionali. Le persone in quel piazzale sembravano fossero sollecitate da due forze distinte, capaci contemporaneamente di attrarli e respingerli da quella ammaliante soglia.
Accesi la mia ultima sigaretta. Tirai una boccata ed espirai profondamente, lasciando che una copiosa nuvola di fumo sorvolasse lenta quel mare di persone immobili. Mi sentivo spettatore di un grande spettacolo, la cui attenzione era rapita unicamente dai dettagli.
Gli occhi acquosi dei vecchi sciatti e a malapena umani, in grado di trasmettere astio e speranza nella stessa misura.
I sorrisi cristallizzati dei più giovani, dove tradivano paura e trepidazione tipici della loro età, offuscati dai loro stessi sguardi avidi, fissi su quella maledetta soglia.
Poi c’erano quelli come me, quelli che in qualche modo avevano la consapevolezza di chi erano e cosa stavano facendo lì, in quel triste piazzale a pochi giorni da Natale.
Lì riconoscevi subito.
Erano gli unici a gettare lo sguardo contemporaneamente alle porte e alle scale mobili che li avevano condotti qui. Nella perenne indecisione su quale fosse la direzione giusta per il proprio futuro.
La luce calda ed accogliente proveniente dall’atrio del negozio iniziò ad attrarre i primi della fila, per la maggior parte anziani e per lo più menomati, che arrancavano incerti con le loro protesi da due soldi, ma con la risolutezza di chi non aveva più nulla da perdere.
L’intero piazzale si muoveva in maniera sinuosa, come un serpente le cui spire si svolgevano lente ed inesorabili seguendo la testa ormai scivolata all’interno del negozio.
Io invece immobile, fermo, a guardare questa strana creatura, mossa esclusivamente da un istinto che ormai dubitavo fosse solo di sopravvivenza.
Ero arrivato tra i primi, avevo osservato il sopraggiungere degli ultimi, l’apertura delle porte e sicuramente ne avrei visto anche la chiusura; ora il punto era da quale lato l’avrei osservata.
Gettato il mozzicone ormai spento, mi mossi verso la coda delle persone, intercettai uno di quelli più anziani e gli chiesi se avesse una sigaretta, di fatto rompendo il dogmatico silenzio e la mancanza di interazione tra quella gente.
Dopo che lo sguardo del vecchio mi ebbe soppesato sufficientemente, me ne porse una ammonendomi che quella roba mi avrebbe ucciso, poi claudicante sulle sue protesi proseguì verso l’atrio.
Persi qualche secondo seguendolo con lo sguardo fino alla sua scomparsa nel negozio, poi accostai l’accendino alla sigaretta appesa fra le labbra, tirai una profonda boccata di fumo e mi avviai senza più voltarmi. Penso quindi di dovermi scusare, in fin dei conti ho smentito me stesso: non vidi mai chiudersi, le porte del negozio che risolveva tutti i problemi.

4 risposte

  1. giulio pando ha detto:

    Voto questo racconto

  2. Valeria ha detto:

    Voto questo racconto!

  3. Arianna Giancola ha detto:

    ATTENZIONE: vi ricordo che i commenti sono monitorati dallo staff. Eventuali comportamenti scorretti determinano l’esclusione del racconto dal concorso. Questo non solo farebbe perdere la possibilità di vincere il premio “Scelto dal pubblico”, ma impedirebbe anche ai giudici di votarlo per uno dei premi principali. Si ricorda che è possibile votare più racconti ma UNA SOLA VOLTA per ognuno di essi. Fate inoltre attenzione quando inserite la vostra email per il voto: i commenti inseriti con indirizzi falsi o errati non entreranno nei conteggi.
    Siate sportivi.

  4. Andrea ha detto:

    Voto questo racconto

I commenti sono chiusi.

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