LA PIAGA

Racconto in concorso

LA PIAGA

Di Antonio Bernardini

Avrei voluto sentire i raggi del sole ancora una volta. Riposare nel silenzio dei verdi prati ai piedi della montagna. Prima che il vento del sacrificio soffiasse tra le fronde di Kardran, prima che mi offrissero in dono all’atavico male che dimora all’estremo confine della nostra patria.
Ma non si pensa mai abbastanza alle piccole cose, le insignificanti benevolenze di un creato crudele. Come l’amore di un genitore per il proprio figlio.
Fu poco prima che mi incamminassi nel buio della selva di Kardran che incontrai per l’ultima volta i miei genitori.
Scorsi mio padre agitarsi come uno spettro, le sue parole confuse dagli accessi di pianto di mia madre. Si ergeva con decisione e mi strinse le spalle. Fui certo, però, di percepire qualcosa di indefinito nei suoi occhi. Una patina, un dolore suo e di molti prima di lui. Vecchie pagine in cui leggere racconti scritti con l’inchiostro rosso del sacrificio.
Forse era così strano perché mi mandava a morire e io non ne capivo la ragione. Mi lasciai alle spalle, dopo essermeli impressi nella memoria perché mi accompagnassero in quell’ultimo viaggio, i rimorsi di mio padre e il pianto di mia madre.
Improvvisamente ero sotto il tetto di foglie di querce altissime, annerite dalla notte incombente, la spada di mio padre stretta nella mano destra. Non sembrava più la sinuosa lama arcuata di quando ero bambino, che avevo imparato ad ammirare nelle sere senza luna all’ombra del grande ponte. Il suo filo seghettato mi riportò alla realtà. Anche la Piaga aveva una spada, secondo i racconti. Una lama di fuoco con cui accoglieva i sacrificati di Kardran. La realtà a cui ero tornato era fatta di un incontro imminente con la morte. Una morte che non mi era chiara, e il terrore che provavo a mascherare veniva continuamente rintuzzato da quell’enigma indistinto, che si annidava nell’angolo più remoto della mia coscienza. Ogni volta che provavo a scavare, la mia mente mi riconduceva a luoghi e momenti che mi procuravano solo altro dolore: le risate dei bambini che agitano rami come fossero spade, il tintinnio dei bicchieri sulla tavola imbandita, la sicurezza del focolare e della famiglia. Come ero giunto tanto lontano da quella pace? Com’era possibile che ora fossi sperduto, solo e affamato nel mezzo del buio di una foresta che nessuno osava attraversare?
Alcuni di quelli che ci avevano provato non erano mai stati ritrovati, e in cuor mio sperai che avessero trovato la salvezza al di là del tetro confine che ci avviluppava. Eppure erano le sensazioni, più che il tormento per la mia sorte, a preoccuparmi davvero in quel momento. Percepivo i rumori come se fossi prigioniero di una bolla, o il mondo stesso si staccasse dalla sua superficie per lasciarmi solo, nel vuoto, perso nella memoria della foresta. Gli alberi si avvicinavano e allontanavano bruscamente, tirandomi e respingendomi allo stesso tempo. Forzai un coraggio da guerriero che non mi apparteneva, uno scudo di coltri marcite che nascondesse la mia colpa primigenia, il mio essere debole.
Doveva essere dovuto a questo, il pianto di mia madre.
Scoprire infine che il figlio non valeva il padre, che il sangue era nulla quando generava un coacervo di paure e colpe e tremende mancanze. La legge banale del più forte, la sorte altrettanto banale del debole.
Consumato da tutte quelle simultanee ferite, mi inoltrai più a fondo nel cuore della foresta. Strinsi il ciondolo del sacrificio, un pendente di grezza pietra bianca, rilucente come il cristallo più puro. Vi guardai attraverso come se fosse un portale magico, una fonte di luce in quel gelido buio, una soglia sul mio passato di bambino spensierato.
O forse sul futuro.
Nel frattempo la notte continuava a scendere e ogni angolo della foresta si strinse ancora di più attorno a me, una natura bruta che faceva delle ombre le sue armi ed emissari: ruscelli sibilavano come serpenti in attesa della preda, i rami erano braccia di giganti pietrificati o di demoni che avevano preso possesso del cuore e dell’anima del suolo di Kardran.
Era il logico preludio di chi va incontro al male di Kardran, che dev’essere placato con il sangue di coloro che lo sfidano. Il mio sguardo guizzava di continuo alla ricerca della luce di fuoco che era la mortale arma della Piaga, scrutando tra anfratti rocciosi e tronchi secolari, nella brezza feroce del tramonto, imprigionato dalla bruma che scendeva inesorabile dalla montagna.
Ogni minimo sussulto della foresta mi lasciava senza fiato, in continua apnea. Com’era stato limpido il suono delle campane del villaggio, il prevedibile andirivieni dei vicini sotto il ponte, le risate delle massaie e i pescatori inferociti per l’ennesima levataccia infruttuosa. Tutto era divenuto distante, scrostato dalle presenze di una foresta che tendeva i miei nervi come le corde di un liuto.
Mi ritrovai circondato da due alti costoni che riducevano il sentiero a una specie di galleria, occlusa dal tetto di foglie che già oscurava il resto della foresta, ma che lasciava intravedere ciò che risiedeva al di là: le stelle che abitavano il cielo notturno. Desiderai per la prima volta vivere lì, a contatto con astri senza nome, oppure accecato dai raggi lunari. E mentre mi perdevo nell’ennesima fantasticheria volta a soffocare la mia codardia e ad ammutolire il mio terrore, una bestia d’ombra sì palesò sul costone destro del sentiero.
Ringhiò. Snudò le fauci. Poi spalancò gli occhi gialli come soli di mezzogiorno e per un momento mi sembrò di guardare me stesso al di là del tempo, e non l’antica piaga che mi avrebbe divorato. Un respiro e l’ombra era svanita oltre le fronde.
La mente mi giocava scherzi crudeli, le lacrime rigavano il mio volto e non c’era nulla che potessi fare per fermarle. Forse il ritorno a casa avrebbe potuto. Forse la morte mi avrebbe almeno liberato. Ogni pensiero, pur terribile, pareva accettabile in quel nuovo mondo buio e vuoto.
 Di fronte a me si apriva un burrone ripido, che terminava in un ampio cratere di pietra nera come la pece. Doveva essere il luogo che gli anziani chiamavano Fosso Maino. Era lì che si diceva dimorasse lo spirito del demone, la Piaga di Kardran. Chi avrebbe pensato che in quelle piacevoli storie da taverna avrei scoperto il mio tragico destino. Mi sembrò familiare, come un luogo d’infanzia, o un sogno perduto tornato a perseguitarmi.
Sentii l’urto con il suolo invece che la spinta.
Nel fondo della fossa, il mondo vorticò in schegge luminose nell’oscurità. La tempia umida era il segno che forse sarei morto prima ancora che qualche oscuro male o creatura mi prendesse tra le sue spire.
E invece, dall’alto, una figura piombò come un rapace, spingendomi ancora più a fondo nel suolo melmoso.
La Piaga si era decisa a prendersi il suo sacrificio.
Mi parve che fosse la terra stessa a ghermirmi, un cacciatore occulto ansioso di fagocitarmi. La creatura d’ombra artigliava e gemeva come una bestia feroce, la bava colava dal nulla del suo volto mentre premeva e tentava di farmi sprofondare nel più profondo degli abissi.
La lama di fuoco apparve nel buio, e ogni stilla del mio controllo, se mai ce ne fosse stato, si volatilizzò come la nebbia che fino a poco prima avvolgeva la foresta, infiniti filamenti bianchi, ora un semplice ricordo. La scia infuocata della spada descrisse un arco illuminando quella che, per un attimo, un alito appena, fu la scena più bella che avessi mai visto. Il tetto di foglie avvampò come una fornace, e avvertii la pietra nera sotto di me iniziare a scottare, smuovendo il terreno al centro del cratere.
La paura mi ingoiò e rigettò violentemente, come se volesse assaggiarmi prima di ributtarmi incontro al mio destino. Incontro alla fine.
Ma non era la fine.
Era la spada di mio padre a sfrigolare in bagliori sanguinolenti, e i fluidi della mia nuova vittima li alimentavano come soffi su un pugno di braci. Sopra di me un ragazzo nudo, non più di quindici anni, un medaglione identico al mio che pendeva dal suo collo lurido, toccando la mia guancia cosparsa del suo sangue bollente. La lingua di fuoco sbucava dalla nuca del mio aggressore, avvampava nei solchi dentellati della lama, bruciando la carne della mia vittima e di tutte quelle che l’avevano preceduta. Perfino mio padre viveva in quei solchi, e continuava a bruciare alto nel cielo della sua patria.
Allora ricordai che non avrei dovuto avere una spada la sera in cui, molti secoli prima, ero stato mandato a morire nella foresta. Forse erano state le lacrime di mia madre a convincere mio padre a darmi la sua. Non lo avrei mai saputo. Ma ero stato io a rinascere in quella pietra di Fosso Maino, era merito mio se quel nome maledetto terrorizzava gli uomini in quella fetida spelonca. Gli anni a volte scorrono come torrenti e lasciano sedimenti nel proprio letto: ricordi, rimpianti, rimorsi. Non c’è uscita da Kardran che non sia la morte, non ci sono sopravvissuti, non da quando io sono la Piaga, non da quando sono tornato dalla pietra nera di Fosso Maino.
I miei occhi si strinsero come nodi scorsoi, i denti squarciarono le gengive e finalmente il buio andò via. Strappai l’oscurità dal bosco madido di sudicia rugiada, e ripresi in mano il mondo in fiamme insieme al mio presente. Le stelle mi abbracciavano finalmente rivelandomi i loro nomi.
Il pianto di mia madre mi sommerse. Non avrei mai avuto la loro forza, ma ora avevo altro al suo posto.
La bestia sgusciò silenziosa al mio fianco e sì accucciò di fronte a me, ma la tristezza nei suoi occhi non mi toccò. Il ciondolo era diventato nero come carbone. Non era forse lo specchio delle mie paure? Il portale verso il mio passato? Non ne avevo più bisogno. Dopo il sangue c’è la carne, in cima al forte c’è sempre qualcuno più forte. Il mio cuore abbracciò il suo nuovo destino di pura esaltazione, dimenticai i raggi del sole e i verdi prati della montagna.
E tornai ad amare il sapore della carne umana.

7 risposte

  1. Michele Ottaviani ha detto:

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  2. Nima Tahmasebi ha detto:

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  3. Monica D'Alessandro ha detto:

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  4. Erika ha detto:

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  5. Adele D'Alessandro ha detto:

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  6. Antonio Mazzetti ha detto:

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  7. Marilena Cimei ha detto:

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