SAGOME DI FANGO

Racconto in concorso

SAGOME DI FANGO

Di Cristina Biolcati

Il giorno in cui Vico venne a conoscenza di una nuova scoperta sensazionale, segnò l’inizio di un’era che lo tolse dal fastidioso stato di torpore in cui era sprofondato. Quando la gente voleva smettere di soffrire, s’infilava in una macchina che faceva uscire sagome in tutto e per tutto uguali, fatte però di fango. Identiche all’originale, niente da dire, soltanto prive di vita, perché create appunto con la fanghiglia. Era simile a una stampante 3D, spiegava il giornale, dove da una parte stava l’uomo, ovvero il modello, e dall’altra usciva per una sorta di principio d’osmosi la copia. Tale espediente, geniale, gli era sembrato conveniente e desiderava saperne di più.
L’inventore era un ex infermiere che per tanti anni aveva lavorato in una casa di riposo, che però non aveva speculato sulla sua invenzione, anzi, il suo unico scopo era quello di garantire sollievo e permettere alle persone di prendersi una pausa dal dolore. Per cui, quando qualcuno gli chiedeva di poter provare la sua trovata, lui era contento. Si prodigava in mille spiegazioni.
Vico lo aveva incontrato in un pomeriggio buio di fine novembre, nella sua casa immersa nella bruma. Un’abitazione modesta che sorgeva accanto a un canale e rappresentava al meglio la persona che vi abitava. Gianni, questo il nome, era un ometto avvizzito e di media statura, coi capelli ormai radi e bianchi. Aveva un modo di sorridere che metteva serenità e si rivolgeva a Vico in maniera gentile, dopo avere accettato di riceverlo su appuntamento.
Ora lì, seduto al tavolo di quella cucina ordinaria, mentre bevevano un caffè, Vico aveva potuto fargli finalmente le domande che da parecchio tempo lo assillavano, da quando aveva cioè letto quella notizia a dir poco fantastica sul suo quotidiano di fiducia. Lui voleva capire i vantaggi che quell’espediente avrebbe potuto portare, per cui ascoltò attentamente il discorso del suo interlocutore. L’altro aveva infatti intavolato un discorso, perfettamente a suo agio.
«Di qui sono passati in tanti» aveva detto, «e devo dirti che in parecchi si sono fidati di me. Direi quasi tutti.» Il suo tono era soddisfatto, però non lasciava trasparire boria né senso di superiorità.
«L’idea mi è venuta per caso» aveva continuato, «vedi Ludovico, Vico vero? Il problema più grande per la gente che veniva da noi, alla casa di riposo, era entrare nella stanza del loro congiunto, dopo che questi era morto, per portare via tutta la sua roba. Dovevano essere operativi, non potevano concedersi cedimenti.»
Vico si era messo comodo: il racconto di quell’uomo aveva qualcosa di profondo, seppure la situazione fosse paradossale. Si concentrò quindi sulle parole di Gianni, che continuava il discorso posando i suoi occhi, piccoli e guizzanti, direttamente nei suoi.
«Quelle persone avrebbero dovuto uscire presto dalla stanza e portarsi appresso gli effetti del defunto. Pigiami, ciabatte, cappotti, scarpe, che andavano probabilmente lavati e sistemati nelle abitazioni, negli armadi, come nulla fosse; in realtà, però, senza che niente avesse più un senso. Le loro vite, intendo quelle dei parenti, avrebbero dovuto continuare, senza darsi il tempo di piangere o di rimanere chiusi nel proprio dolore». Gianni prese un altro sorso di caffè e venne al dunque.
«La società impone così. Se perdi colpi, ti lamenti o ti fai vedere depresso, iniziano tutti a evitarti. Se ti permetti di piangere, dicono che sei una persona negativa, pesante, con la conseguenza che prendono a lasciarti solo. Non ne parliamo poi se ti abbandoni a fare dei ragionamenti sfasati! Diffondono subito il dubbio che tu non sia più sano di mente. E allora sei fregato.»
Vico iniziava a comprendere, forse fin troppo bene.
«E allora tu hai creato quella macchina?» Però più che una domanda, la sua, era una constatazione.
Gianni aveva socchiuso gli occhi. Sì, era proprio con quel macchinario che aveva avuto il colpo di genio.
«Certo! Insieme a mio nipote, che è ingegnere, abbiamo costruito la macchina del fango. Il lato tecnico l’ho lasciato a lui. Ha più spazio di me in casa, quindi l’arnese fisicamente sta là. Ma te la facciamo vedere quando vuoi. Magari dopo lo chiamo e ti ci porto. Piuttosto, adesso vuoi sapere cosa fa nello specifico? Te lo sei chiesto? Perché quello è il punto. Crea sagome di fango da potere utilizzare nei momenti di difficoltà. Quelli che richiedono una pubblica esposizione e quindi bisogna fare bella figura. Puoi mandare la tua sagoma di fango, per esempio, a un matrimonio o al pranzo di Natale, mentre tu, nel frattempo, resti a casa a crogiolarti nella disperazione. Nessuno si aspetta grandi cose, sai? Neanche se ne accorgono! Basta solo che la tua sagoma di fango non metta tristezza e non rovini la festa. Che rimanga composta, e allora tutto va bene. Che non si distingua né rompa gli schemi, ma passi inosservata.»
Vico aveva annuito, però poi si era fatto più audace, chiedendo a Gianni se lui stesso l’avesse mai utilizzata. Sentiva che quell’uomo l’aveva provata sulla propria pelle.
«Ovvio» aveva risposto l’ometto canuto, «due anni fa quando è morta mia sorella. I miei nipoti ancora si stupiscono di come io abbia preso bene la cosa. Loro non sanno
E Gianni era andato subito ad aprire un armadio, dal quale aveva estratto una sagoma di fango, incredibilmente veritiera, precisa identica alla sua persona. Vico l’aveva toccata: era morbida.
«Quando non me la sento di uscire, mando lui» aveva concluso l’infermiere alludendo al fantoccio, fiero che il suo interlocutore ne fosse rimasto così piacevolmente impressionato.
Vico era uscito da quella casa con un grumo nel petto. Che però sapeva di liberazione. Di tempo che avrebbe potuto finalmente prendersi per sé, senza mettere fretta alla propria elaborazione del lutto.
Aveva ringraziato quell’ometto gentile. Degli aspetti tecnici a lui non importava. Non ci avrebbe capito niente, per cui non c’era bisogno di andare a parlare col nipote di Gianni. Si sarebbero visti a tempo debito, sapeva di potersi fidare. Aveva preso il biglietto da visita, quello sì, per restare in contato.
Quando Vico era rincasato, suo figlio Nello era venuto a riceverlo sulla porta d’ingresso dicendo, in tono accusatorio, che aveva dovuto chiamare il dottore, perché la mamma non respirava bene. Dov’era stato, lui, per tutto quel tempo? Era stato via un pomeriggio intero.
La parrucca bionda, che a lungo aveva imitato i capelli di lei, era come d’abitudine posata sulla sagoma bianca in camera. E quando Vico l’aveva raggiunta, sedendosi accanto al suo letto, gli era parso che la moglie avesse una strana luce negli occhi.
«Adesso sono qui, tesoro,» le aveva detto stringendo la sua mano pallida, dalle vene azzurrine, «e ti prometto che non me ne andrò più via.»
Fuori la notte stava giungendo sopra la città, però sembrava che non riuscisse più a incagliare le ore, come faceva di solito. Adesso c’era una soluzione e potevano averlo tutto per loro, quel tempo. Fino alla fine dei giorni e anche oltre.

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