SENTINELLA

Racconto in concorso

SENTINELLA

Di Andrea Gamberini

Il caldo torrido del pomeriggio crea fantasmi d’acqua sulla terra, spaccata dalla calura, che si estende a perdita d’occhio. Solamente qualche arbusto riesce a sopravvivere all’assenza di acqua e al sale accumulato da millenni. Raggruppati a formare macchie di verde spento e semi-insuperabili barriere di spine, rompono appena la monotonia del paesaggio. Gli altri animali sono invisibili, nascosti in attesa della notte oppure troppo piccoli per essere notati. Non c‘è traccia di vita nella Pianura Salata. Potrebbe tranquillamente dormirsela, ma se venisse trovato a farlo, la sua carcassa penzolerebbe dalle mura prima dell’arrivo della sera. E solo dopo essere passato per le cure degli Esanguinatori.

Il pensiero innesca un brivido lungo la schiena. Si guarda attorno, furtivo. Le altre sentinelle sono pressocché invisibili sotto i teli che ombreggiano gli spalti. Alza gli occhi sullo gnomone della meridiana della Torre.

Ancora un paio d’ore prima dell’arrivo della sua razione d’acqua. Jorgio si ritira un po’ di più sotto l’ombra. Due lunghe ore. Il deserto che raspa la sua lingua dentro la bocca gli appare più secco di quello che ha di fronte. Il caldo è opprimente, implacabile. La vitalità viene strappata via dal sole come l’umidità del corpo.

Sulla cima della torre, mossa appena da una bava di vento che soffia da nord, penzola il vessillo. Il campo azzurro, stinto dal sole, è spezzato fra le pieghe della tela arrotolata attorno all’asta da lampi dorati. Jorgio sa che, completamente dispiegata, quei frammenti ricomporranno sulla bandiera un unico, spesso, anello dorato.

Un tempo, prima che gli Dei decidessero di punire l’umanità per i propri peccati, scagliando fiamme dal cielo, sollevando i mari, seccando fiumi e frutti, spargendo le genti e distruggendo l‘opera empia dell’Uomo, all’apice dell’hybris di quegli antichi peccatori, quella bandiera aveva riportato stelle dorate. Stelle, a rappresentare l’infinita sicurezza che quegli stolti riponevano nella loro magia, nella loro capacità di sfidare Coloro che Non Possono Cessare. Dodici, come i Peccati.

Le Voci ogni giorno sacro lo ricordano. “Liberateci dal tempo delle Messi”. Quando morirono a milioni, e la fine di tutto sembrava prossima, e le Nazioni erano dimenticate. E ancora dopo, quando queste erano state in guerra fra loro per il predominio delle risorse, per la terra e per la preziosissima acqua. Quando i Fronci sterminavano i Germii, e i Fin sbarcavano nelle tossiche pianure a sud cercando di riunirsi agli antichi cugini Ungri, riportando a casa schiavi per i loro fertili campi. Quando dall’Ibria le colonne di invasori cercavano di strappare ai Fronci le terre più fertili oltre i monti Pireni. E i raid dal nord dell’Af portavano scempio e dolore nelle terre di Eurea. Gli antenati di Jorgio avevano particolarmente sofferto, e ancora oggi lugubri storie dei terribili soldati di Af vengono raccontate ai bambini degli Iti.

Ma quel tempo era finito. Ormai da quasi un secolo l’Impero di Eurea resisteva. Finite le guerre per le risorse. La dinastia dei Lasson, i biondi giganti dalla pelle nocciola del nord, aveva portato la pace e la prosperità. E proprio il nonno del corrente Imperatore aveva deciso di sostituire la bandiera della sua Nazione, sotto la quale era stata da decenni condotta la conquista, con quella attuale. I suoi Sapienti avevano riscoperto antichi ritratti e documenti che parlavano della Grande Nazione che era esistito prima della Caduta, e ne avevano ripreso il vessillo.

«Eurea è grande, prospera e forte. Ma occorre difenderla dai nostri nemici. Per questo costruiremo un grande muro. Un anello che la circonderà, abbracciandola come una madre, e la difenderà da tutti coloro che vogliono strapparcela». La Fortezza Eura, e l’Anello d’Oro simbolo della forza, dell’Impero.

Ormai è raro che qualche carovana attraversi il deserto. Per lo più, le spedizioni hanno attraversato il deserto fino alle rive del misero Mar Medioterraneo alla ricerca di artefatti perduti dell’Antico Popolo. Recuperando il ferro delle loro costruzioni, e le preziose ed indistruttibili palstike, dal cui riciclo i Tecno-Maghi dell’Impero producono mille cose, tra cui la stessa corazzetta che Jorgio indossa. Ma ormai tutto quello che poteva essere recuperato era stato preso. O riportato oltre le porte della Fortezza, oppure rubato dai predoni di Af. Centinaia di uomini erano morti per l’ultima lastra di ferro, l’ultimo cavo di rame, nel mezzo della pianura.

Un impatto al fianco lo scuote: Jorgio si sveglia mentre cade a terra. La sua schiena, e qualcosa di lungo e flessibile, toccano terra contemporaneamente. Una zagaglia. Le urla cominciano a farsi sentire. Urla di guerra dalla pianura, urla e ordini lanciati dalle mura. Urla di feriti, da ambo le parti. Jorgio si puntella sui gomiti, si guarda impaurito il fianco. Per fortuna, la punta non è penetrata oltre la palstika, anche se il dolore è fortissimo. Rotola sul fianco, e striscia verso il parapetto, s’addossa alla protezione. Qualcosa colpisce con violenza la muratura, qualche dardo s’impiglia nella tela ombreggiante, o la fora di netto. Lame di luce danzano nella brezza. Jorgio ansima, preso dal panico. Si guarda attorno, cercando disperatamente la sua balestra.

Non c’è. Non c’è. Noncènoncènoncè.

Guarda ovunque, il respiro è un mantice che risucchia aria calda, che lo brucia dentro, che manda una spina di dolore dal fianco ad ogni ansito. Alla sua destra, distante, un commilitone viene trafitto da una zagaglia. Lo vede cadere a terra, le mani strette attorno all’asta che gli spunta dalla gola, contorcersi, scalciare sulle pietre. Jorgio finalmente trova la sua balestra. Ci si è praticamente seduto sopra. Armeggia in maniera goffa per caricarla. Il quadrello cade. Lo raccoglie, lo piazza. Mormorando preghiere agli Dei, cerca il coraggio per sporgersi oltre il parapetto.

Un uomo atterra pesantemente a pochi passi da lui. Sandali. Un piede color della notte. Pelle di rettile avvolta attorno a quella fin troppo umana della gamba. Pezzi di palstika, lamiera e cuoio avvolgono il corpo. Una maschera dai lineamenti di demone si volge a guardare il cadavere del soldato Euriano. Un grido belluino, forse parole, e l’uomo inizia a muoversi in quella direzione. Una mazza dal lungo manico s’agita nell’aria, la testa irta di lunghe zanne di qualche animale di Af. Jorgio punta, lascia partire il colpo prima ancora che il suo cervello registri la cosa. Il dardo si pianta poco sopra la vita dell’uomo, al centro della schiena. A così breve distanza, l’armatura è inutile. Inarcandosi violentemente all’indietro, l’uomo lascia cadere la mazza e si porta le mani alla schiena. Le gambe cedono, e il nemico precipita all’interno della fortezza.

Il muro è basso. Due uomini, uno sopra l’altro, possono facilmente arrivarne alla sommità. È per questo che le guardie sono sempre presenti.

Sempre vigili. Proprio come lui pochi minuti fa.

L’ironia della cosa combatte una feroce e breve battaglia con il terrore.

Jorgio realizza che potrebbe esserci qualcuno che proprio in questo momento sta dando l’assalto alla sua sezione. Come evocato, un altro soldato di Af atterra sul parapetto. Lo vede. Il guerriero cala la sua mazza. Jorgio a malapena interpone la sua balestra a deviare il colpo. Scalcia nell’affondo del nemico, e il suo saldalo trova l’inguine. L’uomo si ferma, s’insacca. Jorgio urla, si solleva in ginocchio. Sguaina il coltello. I due uomini si lanciano l‘uno contro l’altro. Un rostro della mazza strappa un lungo graffio sul braccio di Jorgio, ma è ormai dentro la guardia dell’avversario, la mazza ha perso leva. Il pugnale si pianta contro la corazza dell’uomo di Af, scivola, affonda in una fessura fra le piastre. Urla. Le sue, quelle dell’altro. L’uomo gli afferra il collo con la mano libera, e stringe. Jorgio spinge sul pugnale, avvolge le spalle dell’uomo, lo stringe a sé, come un amante. Puntini luminosi. Manca il respiro. Poi l’uomo di Af si affloscia fra le braccia di Jorgio. Il sangue cola da sotto la maschera da guerra. Crolla. Jorgio aspira aria rovente dolce come acqua fresca.

Dolore alla testa.

Buio.

Jorgio riprende coscienza. È steso su una branda. La gola brucia di sete. Cerca di richiamare l’attenzione di qualcuno, ma il suono gracchiante che emette è debole. Però, è vivo. La testa gli duole, la luce (del…pomeriggio? Deve essere pomeriggio inoltrato) che passa attraverso le pieghe del tendaggio ferisce gli occhi, e muovere la testa manda ondate di emicrania che minacciano di farlo vomitare. Ci sono urla, e gemiti.

Qualcuno però evidentemente lo sente. Una mano gli viene poggiata sulla fronte. È fresca. È una carezza. Una spugna gli umetta le labbra. Jorgio la stringe, la succhia con avidità, trattenendola fra le labbra nonostante cerchino di allontanarla.

«Bene. Bene. Voglia di vivere. Un buon segno.»

Jorgio distoglie gli occhi dalla spugna; a fatica, mette a fuoco. La donna è alta e ossuta. Un intrico di tatuaggi copre la pelle che si scopre quando si muove. Lunghe vesti di un rosso di sangue secco la avvolgono. Il viso affilato, la pelle tesa sugli zigomi. Le rughe sulla fronte non nascondono però il tatuaggio. I serpenti della vita e della morte che nascono dalla goccia di sangue, e si avvolgono attorno al bastone da Esanguinatore.

«Vediamo se allo spuntare dell’alba sarai in grado di camminare. Se si, tornerai in servizio per riprendere la tua posizione.» Le labbra sottili si aprono in un sorriso che non raggiunge gli occhi. «Altrimenti, servirai comunque alla causa. Sii forte, soldato.» Si volta, e si allontana, i sinistri ferri del suo mestiere ondeggiano con le anche in una grottesca parodia di seduzione. La donna intona la Litania, e altre voci si uniscono alla nenia, in un sinistro coro.

La carne alla fame, il sangue alla sete, le ossa alla materia, le viscere alla magia, e l’anima alle Voci.

«L’Impero, soldato. L’Eterna Guardia. Morire non è la fine del nostro servire. È solo un altro modo di farlo.»

21 risposte

  1. Antonio ha detto:

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  2. Alessandro Mazelli ha detto:

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  3. Daniela ha detto:

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    Bravo Andrea, ottime descrizioni, ottimo ritmo, un racconto che si legge tutto d un fiato

  4. Gabriella ha detto:

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  5. Alberto ha detto:

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  6. Roberta ha detto:

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  13. Roberta Ragaini ha detto:

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  20. Ambra ha detto:

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