LA DIMORA DELLE ANIME PERDUTE

Racconto in concorso

LA DIMORA DELLE ANIME PERDUTE

Di Andy Dei Fiori

SCENA I

La notte era rischiarata da una luna piena brillante. Il palazzo in stile veneziano, stretto tra il Convento dei Frati e il Convento delle Suore di Santa Chiara (l’uno al confine, l’altro al di là di una modesta strada), con la sua mole massiccia di pietra grigia incuteva un certo timore, alimentato dalla destinazione della sala sopra l’oreficeria – posta a lato dell’edificio – a luogo di esecuzioni delle sentenze capitali. Le sue ombre sinistre si proiettavano sul selciato, inducendo i passanti ad affrettarsi oltre.

Quella sera, come ad ogni plenilunio, l’edificio usciva dalla solita cupezza in virtù di una vitalità improvvisa che cambiava in parte la sua fisionomia. Le luci illuminavano tutte le finestre di un giallo caldo. Verso le ventitré una musica chiassosa si diffuse dai piani alti, sentendosi sin in strada come volesse avvertire che nel palazzo ci si accingeva a una piacevole festa ballata.

I primi invitati giunsero mezz’ora dopo, in una carrozza lussuosa: erano il conte e la contessa, seguiti da presso dalla contessina loro figlia e suo marito. Entrarono con un certo sussiego, prendendo la porta d’ingresso senza nessuno ad accoglierli. Poco dopo arrivò il notaio con la moglie in uno splendido vestito celeste, quasi in contemporanea con il macellaio Caruso e signora; si fecero un cenno di saluto e i primi seguirono i secondi. Poi raggiunsero il palazzo il marchese e la marchesa, con i loro abiti adorni di pietre preziose, e una coppia che, di giorno, chiedeva l’elemosina davanti alla vicina chiesa di San Francesco. Il noto pittore Federico Testa, con la sua amante e modella, arrivò insieme al poeta Palladino e alla musa di questi, una donna bionda di straordinaria bellezza. Gli uomini ridevano e si motteggiavano a gran voce. A completare il gruppo di artisti, giunsero due attori, che di solito si esibivano in commedie brillanti per il piacere del pubblico popolare e il disprezzo dei benpensanti. Arrivarono poi, con sorrisi smaglianti, due ricchi borghesi nei loro abiti migliori e, tuttavia, superati dalla magnificenza dell’abbigliamento di una coppia di giovani sposi popolani. A chiudere il novero dei convitati – erano quasi al rintocco del campanile – la dodicesima coppia: anziani mercanti dall’aria avida e l’espressione arcigna, che si affrettavano come se avessero una grande premura.

La porta d’ingresso si chiuse alle spalle degli ultimi venuti e il palazzo parve riscuotersi in una nuova energia: le luci divennero più intense, la musica si fece più cristallina. Sembrò che l’intero edificio avesse preso vita. I suoi occhi gialli erano una sfida sfrontata al mondo notturno di Agnone.

SCENA II

Federico Testa diede il via ai festeggiamenti; il pittore, che aveva riempito le chiese di mezza Italia con tele e affreschi che celavano ben occultati simboli satanici, era il prediletto dall’ospite e, in sua assenza, era colui che faceva le veci del maestro delle cerimonie.

Le dodici coppie costituivano il Circolo degli Eletti, ciascuno per meriti espliciti nell’adorazione del Maligno. Il notaio aveva rovinato molte persone, alterando gli atti per compiacere i potenti. I nobili avevano condannato a morte diversi innocenti per rubarne ricchezze, poteri, influenze. Palladino, il poeta, più volte aveva composto carmi licenziosi e blasfemi, diffusi in tutta Europa, ispirandosi alla sua libertina compagna. I due attori, un giovane biondo e un uomo sui cinquant’anni, erano sodomiti conclamati e noti per proporre spettacoli boccacceschi, quando non osceni. I due mendicanti avevano ucciso più di una persona, per aggressività personale o al soldo dei marchesi. Il macellaio Caruso aveva spesso fatto scomparire i cadaveri, dietro lauti compensi – se nello smaltimento o nei piatti di qualcuno, non era dato saperlo. I vecchi mercanti si erano arricchiti enormemente con la compravendita di reliquie, per lo più artefatte; non era un segreto che i due popolani avessero ottenuto il necessario per sposarsi fornendo loro le ossa dissotterrate dal vicino cimitero. I ricchi borghesi erano corruttori abituali di qualsiasi governante, pur di mantenere i privilegi di cui godevano le loro attività.

In quelle sale non contavano la classe sociale, il censo: il Signore Nero li voleva tutti uguali. Mentre la musica suonava senza che vi fossero musicanti o strumenti, il maestro delle cerimonie invitava le persone a ballare, ad approfittare dei grandi tavoli ricolmi di ogni golosità. Per godere senza freni, violando appieno quel periodo di quaresima, l’esaltazione orgiastica mescolava l’ebbrezza di balli scomposti, cibo ingozzato o usato come gioco erotico, relazioni carnali consumate senza pudore in quelle stesse sale, rompendo le coppie e violando ogni tabù.

Il marchese possedeva sua figlia e il genero la suocera; accanto la modella ballava cercando di attirare l’attenzione del giovane attore biondo – o del suo compagno. La moglie del vecchio mercante rideva sguaiata, ingozzandosi di carne rossa in quel venerdì di digiuno. Uno dei mendicanti palpeggiava non respinto la moglie del notaio, mentre questa soddisfaceva il pittore. Tra risa e schiamazzi si insozzava ogni sorta di dignità.

SCENA III

La coppia di attori condusse i conti nel passaggio sotterraneo che, nelle viscere del Palazzo, collegava segretamente il Convento dei Frati e il Convento delle Suore di Santa Chiara. Un corridoio umido, dalla volta in mattoni rossi, illuminato da semplici torce. Disposte lungo le pareti, alcune panche di legno grezzo.

Gli attori risero in modo grasso, vedendo le suore che già attendevano la loro venuta: quella notte i frati si sarebbero dovuti accontentare tra di loro. Tutti conoscevano le voci sulle malattie che debilitavano periodicamente le consorelle: nessuno immaginava che esse non fossero affatto di salute cagionevole. Le nicchie tra i pilastri delle pareti rivelavano la verità nelle orbite di teschi piccini e nelle ossicine dei feti abortiti, ammonticchiati come trascurabili avanzi di relazioni non dichiarabili. Lo squittio ricorrente palesava la presenza di sorci, che non erano di certo estranei alla pulizia di quei miseri resti.

L’uomo biondo, ostentando le sue abilità oratorie, improvvisò un carme osceno nel quale declamava le passioni indecenti e le condotte libertine delle suore presenti e invitò i conti ad approfittare della carne votata alla contemplazione.

Mentre l’immoralità si consumava laida, violando il sacramento del matrimonio da un lato e dell’ordine dall’altro, lo stuolo di spettatori dalle ossa bianche rammentava tutta la serie di empietà che si stava compiendo. Il rimbombo del corridoio sotterraneo restituiva i singulti, le grida divertite, lo sbatacchiare squallido delle carni contro le carni. Le parole che furono dette in quegli amplessi furono quanto di meno ripetibile sia concesso a essere umano.

SCENA IV

Quando la coppia di attori rientrò nella sala della festa, la modella li guardò con dispetto: aveva atteso troppo a lungo che ricomparissero e ora si vendicava condividendo il corpo con il notaio e sua moglie. Metà dei convitati si dedicava al piacere e gli altri ballavano al ritmo di madrigali e frottole. Come sempre, non si comprendeva chi suonasse, non essendovi musicisti di alcun genere. Non importava. Ciò che contava era solo il piacere – semplice, carnale, epidermico.

Tutt’a un tratto si udì il rumore sordo del portone del palazzo che veniva aperto e richiuso. La musica si fermò, si bloccarono i danzatori e tutti gli amanti. Ecco l’evento tanto atteso della serata: il loro ospite, il Signore delle mosche, il Re della morte e della putrefazione, il Corrotto per eccellenza e loro Padrone assoluto, si sarebbe mostrato con l’anima dannata che aveva scelto come compagna.

I passi sulle scale, con l’inconfondibile ticchettio dello zoccolo fesso, accesero in tutti i presenti un’eccitazione colma di entusiasmo. Paura, esaltazione, dedizione totale si mischiavano in un’attesa che stava per essere finalmente spezzata. Avrebbero ora conosciuto chi aveva reso ciascuno di loro quello che era. Ciò avrebbe fatto di loro i servitori prediletti.

Ecco, la tredicesima coppia stava per aggiungersi alla festa nera. Era il coronamento di tutta un’esistenza dedita al culto dell’Anticristo. I petti si gonfiarono di un’aria satura di zolfo, gli occhi emozionati cominciarono a versare lacrime di sangue. Il Signore delle Tenebre comparve e loro videro.

Lo scricchiolio proveniente dal soffitto si trasformò in un rombo cupo e fragoroso. Nessuno ebbe il tempo di comprendere quanto stesse accadendo. Quel che doveva avvenire successe in pochi attimi. Poi, un improvviso silenzio.

SCENA V

Dicono che il soffitto sia crollato improvvisamente e che tutti i convitati di quella notte siano morti sotto le macerie. Qualche altra voce sostiene che intorno alle quattro del mattino si fosse udito un forte boato provenire dal palazzo e che le luci si fossero spente e la musica interrotta bruscamente, ma che al mattino tutto fosse a posto, senza alcun danno strutturale. Gli invitati, tuttavia, erano scomparsi e nessuno seppe mai che fine avessero fatto.

Quel che tutti confermano, in ogni caso, è che ad Agnone, nelle notti di plenilunio intorno alle ventitré, dal palazzo inizi a diffondersi una musica ballabile di altri tempi e che sia possibile vedere le dodici coppie recarsi alla festa in forma di spiriti dannati, costretti a replicare la loro disdicevole condotta in eterno. Per via di questi e altri inquietanti episodi la famiglia Colucci, che possedeva il palazzo, lo vendette nel 1796 ai Nuonno, che però furono a loro volta costretti alla fuga per i troppi fenomeni paranormali che si verificavano nell’edificio. Da allora il palazzo è abbandonato e tutti gli ingressi bloccati. È, tuttavia, cosa non insolita che i passanti notino qualcuno dei fantasmi spiare la strada da una delle finestre, benché siano esse ora tutte murate. C’è chi sostiene che facciano cenno alle persone di entrare, per attirarle nella perdizione.

8 risposte

  1. Massimiliano Gradante ha detto:

    Voto questo racconto (la dimora delle anime perdute)

  2. Selina Bini ha detto:

    Voto questo racconto!

  3. Lorena ha detto:

    Voto questo racconto

  4. Elda Grossi ha detto:

    Voto questo racconto.

  5. Antonietta ha detto:

    Voto questo racconto

  6. Martina ha detto:

    Voto questo racconto

  7. Camilla ha detto:

    VOTO QUESTO RACCONTO

  8. Marzia ha detto:

    Voto “La dimora delle anime perdute”

I commenti sono chiusi.