L’INTERCESSORE

Racconto in concorso

L’INTERCESSORE

Di Fabrizio Carnino

L’Alto Sacerdote Dirim e il suo aiutante Jell varcarono la soglia della piccola abitazione, abbassando leggermente il capo sotto l’architrave. L’interno della casetta era trascurato, con libri aperti caduti a terra e polvere granulosa sopra ogni mobilio. C’era un forte odore di chiuso e tutte le finestre erano sbarrate. L’unica illuminazione veniva da alcune candele poste ai margini dell’ingresso.

Un urlo straziante ruppe il breve silenzio. Dirim e Jell si guardarono l’un l’altro, poi procedettero in direzione dei rumori. Arrivarono ai margini di una stanza poco illuminata. Un uomo era aggrovigliato sul letto, le coperte grinzose avvolgevano parte dei piedi e poi si adagiavano sul pavimento. Un odore di vomito misto a sudore appesantiva ancora di più l’aria della casa.

L’uomo si girò verso Dirim, lo guardò fisso negli occhi, poi sputò una bestemmia indirizzata a Aman’kaad, il dio dell’Intercessione. Un accesso di tosse troncò l’insulto proprio sulla fine, e l’uomo sputò una pallina di catarro direttamente per terra.

“Vedo solo una figura indistinta con gli occhi rossi, Alto Sacerdote”, disse Jell.

“Tre Principi della Morte sono sopra di lui. Direi che siamo arrivati troppo tardi”, disse Dirim, alzando gli occhi dall’uomo e indirizzandoli sopra il letto, in direzione di un quadro sul muro.

Una signora anziana si alzò dal capezzale dell’uomo e camminò svelta in direzione di Dirim.

“Finalmente siete arrivati! Che Aman’Kaad possa salvarlo, signor Alto Sacerdote. Siamo così da giorni e credo che ora sia arrivato l’ultimo momento”. La signora tirò fuori un fazzoletto dalla sottana lurida e si asciugò l’unica lacrima che gli bagnava la guancia. “Sta tanto soffrendo, signor Alto Sacerdote, non vede?”.

Appena la signora indicò l’ammasso di carne e coperte steso sul letto, subito l’uomo bestemmiò nuovamente a gran voce, puntando un dito grassoccio verso Jell. La fronte sudata dell’uomo rifletteva le candele a bordo del letto e una chiazza scura si intravedeva sul cuscino, lì dove poco prima era poggiata la testa.

“Signora, che tipo di uomo è stato in vita suo marito?”, chiese Dirim.

“Devo essere sincera, signor Alto Sacerdote: non è stato un buon uomo. In vita mia, le giuro, non gli ho mai visto fare una buona azione verso nessuno, nemmeno ai suoi figli, mi creda! Era tutto rimproveri e sculacciate, mio marito”, disse la signora.

“Vediamo cosa possiamo fare, signora, grazie dell’aiuto”, disse Jell.

Dirim si avvicinò all’uomo, il quale tentò di ergersi sugli avambracci, ma dopo pochi istanti crollò goffamente, facendo stridere le molle del letto. Una nuova bestemmia uscì come un sollievo dalle labbra dell’uomo. Dirim si posizionò in ginocchio a lato del letto, una mano sopra la fronte dell’uomo e l’altra sul cuore. Contò fino a tre, poi affondò le mani nella carne.

La vita dell’uomo era una pianura nera che si inoltrava all’infinito su cui gravava un cielo pieno d’odio. Nessun Sole, nessuna Luna, nessun movimento. La battaglia sembrava essere vinta, o persa, dipendeva da che punto si guardava quella desolazione. Dirim volse il capo intorno, cercando un qualche segno di vita. Dietro di lui un essere gigante, nero come la pece, affondava un enorme spadone nel corpo di un uomo. O di una donna, l’assenza di luce non aiutava la distinzione dei contorni. Gli occhi dell’essere fiammeggiavano nell’oscurità, riflettendosi sul sangue che iniziava a colare dalla ferita inferta alla vittima.

Poi più niente. Nessuno. Il silenzio la faceva da padrone. Tutti i ricordi dell’uomo sembravano essere stati uccisi, non c’era traccia dei buoni propositi. Per una volta una sua cliente era stata sincera: davvero quest’uomo sembrava non aver mai commesso un atto virtuoso.

Poi un piagnucolio ruppe il silenzio. L’essere gigante ruotò la testa in direzione del suono, gli occhi che lanciavano lampi rossi. Dietro di lui, altre due figure gigantesche emersero dall’ombra, entrambe armate con spade e lance. Si ersero in tutta la loro altezza, come risvegliate da un macabro rituale.

Finalmente anche Dirim si voltò. Un bambino piangeva poco lontano. Era l’unica cosa illuminata in tutta la pianura: un raggio di luce argentato gli colorava la faccia, enormi lacrime strisciavano lungo le guance fino a bagnare gli stracci che portava addosso. In mano aveva il pupazzo di un orso, la testa attaccata al corpo solo grazie ad un filo di tessuto.

Senza pensarci due volte, Dirim iniziò a correre.

Toccare il bambino voleva dire, forse, speranza. Ma venire toccati da quei demoni significava morte certa.

La terra iniziò a tremare, sintomo che anche i Principi della Morte si erano mossi.

Il bambino rappresentava probabilmente l’unico atto buono commesso da quell’uomo in vita. Era molto importante raggiungerlo per primo.

Uno dei demoni superò in velocità Dirim e spiccò un salto, l’enorme spada impugnata a due mani pronta a distruggere il bambino.

“Jell! Dammi una mano, dannazione!”, urlò Dirim ansimando, sperando che il compagno sentisse i suoi lamenti.

Il corpo di Dirim era percosso da brividi e la fronte era imperlata di sudore. Jell faceva del suo meglio per calmare l’Alto Sacerdote, ma i tremiti non volevano saperne di smettere. Un lamento giunse dalle labbra di Dirim. Sentendo pronunciare il proprio nome, Jell entrò ancora di più nel panico. Non era pronto ad affrontare una prova del genere, non era ancora addestrato a questo. Come poteva un Alto Sacerdote chiedere ad un semplice apprendista un aiuto nel bel mezzo di una Intercessione?

Un altro lamento soffocato implorò il nome di Jell il quale, mettendo da parte i dubbi, stese le proprie mani su quelle del maestro. Jell iniziò a contare, come da addestramento.

Uno… Non sono pronto.

Due… Non sono assolutamente pronto.

Tre! Dannata Vocazione, perché non posso scegliermela io…

Jell affondò le mani nella carne.

Dirim stava urlando con tutto sé stesso. La lama del Principe della Morte era ormai sospesa sopra la testa del bambino, mancavano pochissimi centimetri.

Una poderosa spinta fece inarcare la schiena di Dirim, sbalzandolo in avanti. Finalmente Jeel si era deciso a rendersi utile! Prima che la lama del demone disintegrasse il bambino, Dirim si allungò per sfiorarlo.

Arrivò prima del demone.

Il velo della pianura venne squarciato e una luce accecante emerse dalla gola del bambino, che ancora stava piangendo.

Ora Dirim si trovava in un ricordo. I contorni della visione erano sbiaditi, ma non troppo, sintomo che la vicenda era successa non molto tempo prima della malattia. Si trovava in un vicolo. Alla sua destra un panettiere. Non c’erano profumi nelle visioni, né odori. Soltanto avvenimenti.

Distinse la figura dell’uomo, prima steso sul letto, uscire dal negozio con una busta di pane. Un bambino, lo stesso che prima stava piangendo, era ora accovacciato di fronte all’ingresso del panettiere, il viso imbronciato. L’uomo gli passò davanti, senza degnarlo di uno sguardo. Il bambino si fece avanti e tirò leggermente un lembo del mantello dell’uomo, attirando la sua attenzione. L’uomo si girò di scatto, fissandolo furioso, berciando qualche insulto. Il bambino si fece piccolo, nascondendo il volto tra gli stracci usati come vestiti. L’uomo rimase lì qualche istante, a fissare il bambino, la gamba che iniziava a muoversi impaziente, nervosa. Poi, lentamente, l’uomo mise una mano nella busta e ne estrasse una pagnotta. Era davvero una bella pagnotta. La porse al bambino, gentilmente. Questo la prese, raggiante, e abbracciò l’uomo, che rimase impietrito. Forse era la prima volta che qualcuno lo abbracciava.

Dal sorriso del bambino emerse una luca candida che illuminò tutto il ricordo, rendendo indistinguibili le figure.

Un enorme martello colpì un cerchietto di legno, facendo vibrare l’intera cattedra alta il doppio di Dirim. Un essere vestito da giudice stava richiamando il silenzio. Dietro di lui, una grossa bilancia dorata alta qualche metro. Non era la prima volta che Dirim metteva piede nel regno delle divinità, ma ora la situazione sembrava essere molto complicata. Alla sua destra, rinchiusi in una gabbia, tre Principi della Morte starnazzavano e bestemmiavano contro il giudice, il quale vibrò un nuovo colpo col martello, facendo vibrare, questa volta, l’intera stanza. A sinistra, invece, Aman’kaad, vestito di una tunica bianca ornata da merletti dorati. Il dio dell’Intercessione fece un rapido inchino in direzione di Dirim, poi la visione svanì. Dirim era la causa del Tribunale, ma non era previsto che un mortale partecipasse a quelle discussioni. Doveva aspettare di morire. O di trovarsi almeno in punto di morte.

Dirim staccò le mani dal corpo dell’uomo, boccheggiando in cerca di aria. Era la prima volta che si trovava in una situazione così delicata, nonostante anni di Intercessioni. Di solito lo chiamavano famiglie pie, o quantomeno educate. Ma quell’uomo superava le sue possibilità. Aveva addirittura chiesto l’aiuto ad un suo apprendista, circostanza, questa, ancora discussa dai teologi dell’Intercessione.

Si alzò in piedi, barcollando un poco. Jell gli mise una mano sotto la spalla, sorreggendolo. L’uomo non bestemmiava più, non urlava più. Il suo respiro era un rantolo cavernoso, ma almeno pareva essersi addormentato. Dirim strinse la mano della moglie e si affrettò verso l’uscita. Non ne poteva più di quell’insopportabile odore di chiuso e di sudore.

Uscito dalla piccola casetta, si fermò a guardare l’orizzonte nuvoloso. Stava piovendo, e grosse gocce gli penetravano fin dentro i vestiti.

“Quindi”, chiese Jell, “cosa lo ha salvato?”.

“Un pezzo di pane”, rispose Dirim, “un unico pezzo di pane.”

Jell sorreggeva ancora Dirim, e lo accompagnò fin dentro la carrozza.

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