DI CAPPELLIERE E ALTRE COSE SMARRITE

Racconto in concorso

DI CAPPELLIERE E ALTRE COSE SMARRITE

Di Stefano Palumbo

L’uomo col cappello alzò gli occhi dal taccuino. Numero 47. Il civico era quello giusto.

– Sicuro che sia qui? – disse la voce dell’uomo accanto a lui.

Si voltò verso il suo collega, e lo studiò per un attimo. A parte il cappello, sembravano due fotocopie sbiadite dello stesso originale.

Non sapeva nemmeno come si chiamasse. Ma certe cose era meglio tenerle fuori dal lavoro.

– Sicuro. L’hai sentito quello alla biglietteria. Tutti i bagagli non reclamati arrivano qui.

Si sistemò il bavero della giacca, e raddrizzò la cravatta. Poi fece un cenno col capo verso la porta.

Quando entrarono, il campanello sopra la porta tintinnò piano.

– Solo un attimo – disse una voce pacata dal fondo del locale.

L’uomo col cappello non rispose. L’abitudine gli fece inquadrare la stanza con un’occhiata, annotando mentalmente coperture e vie di fuga.

Era stretto e polveroso, lì dentro. Cataste di oggetti erano ammonticchiate nella penombra, appena al di fuori della portata degli occhi. Una selva di valigie era stata appesa alle pareti, allineate come sbarre di una ringhiera. Vecchie borse di pelle, e trolley da quattro soldi. Custodie per chitarre, per tavole da surf, cappelliere. C’era perfino un vecchio baule di legno, sospeso sopra le loro teste con dei ganci di ferro battuto.

L’aria era stranamente densa. I suoni faticavano a passarvi attraverso. Rimanevano come sospesi, impigliati nella polvere che galleggiava all’altezza degli occhi. Una lama di luce verdastra entrava attraverso una finestrella coperta da mosaici colorati, tagliando la stanza a metà come una ghigliottina fatta di alghe.

Si avvicinarono al bancone, ignorando il bizzarro arredamento.

– Benvenuti, signori.

Il negoziante sbucò da dietro una abatjour come un prestigiatore. Un grembiule di pelle, retto da due strette spalline, gli copriva la parte inferiore del torso, abbracciandolo nel disperato tentativo di non precipitare giù sul pavimento.

L’uomo col cappello lo fissò negli occhi, perplesso. Di solito riusciva a valutare le persone al primo sguardo. Età, abitudini, stato di salute. Paure, e timori. Bravura con un coltello. Se aveva soldi nel portafoglio, e quanti. Era il suo mestiere, ed era piuttosto bravo.

Il negoziante, però, era diverso. Gli sguardi scivolavano via dalla sua pelle, senza riuscire a ricavarne nessun dettaglio. Poteva avere vent’anni, o duecento.

– Come posso esservi utile, signori? – disse il negoziante, osservandoli con quei suoi strani occhi incolori.

L’uomo col cappello si schiarì la voce.

– Siamo stati incaricati di recuperare un oggetto.

Non disse chi lo mandava, e il negoziante non lo chiese.

– Siete nel posto giusto – annuì il negoziante. – Un buon inizio, direi.

– È stato smarrito circa una settimana fa – disse l’uomo col cappello, ignorando il prurito che sentiva alla nuca. – Volo da Philadelfia a Buenos Aires. È una…

– Valigia di pelle di camoscio marrone – lo interruppe il negoziante. – Finiture dorate, doppia chiusura a scatto. Interamente realizzata a mano.

L’uomo col cappello fissò il negoziante. Poi, dopo qualche secondo, annuì.

– Precisamente. Come…

– Un attimo, prego.

Con un altro trucco di magia, il negoziante scomparve, e riapparve dopo un po’ con una valigia in mano. L’uomo col cappello la prese con cautela dalle sue mani, e la appoggiò sul bancone.

Sembrava quella giusta. Lanciò un’occhiata al negoziante, che sostenne con serenità il suo sguardo, lisciandosi la barba riccioluta.

– Dobbiamo essere sicuri – abbaiò il suo collega.

Le serrature si aprirono con uno scatto. Quando l’uomo col cappello la spalancò, la luce dorata rischiò di accecarlo. Controllò il contenuto, e tirò un respiro di sollievo. Poi la richiuse.

– A posto – mormorò.

– Non ha aperto questa valigia, spero – disse il suo collega.

– In effetti, sì. L’ho fatto. – La mano dell’uomo salì a ravviare una ciocca di capelli, e riscese. – Un esemplare notevole, devo dire. Era tanto che non ne vedevo uno.

L’uomo col cappello sfiorò il bordo della valigia, controllandone l’integrità. Poi le parole del negoziante fecero breccia nel suo cervello, e il sangue gli defluì dalle guance di botto. Non era possibile.

– Può ripetere, per favore?

Il negoziante alzò gli occhi, vagamente sorpreso.

– Certo. Come dicevo, un esemplare notevole. Sono quasi quarant’anni che non ne vedevo uno così ben conservato.

– Credo che lei si sbagli – provò a ridere l’uomo col cappello, ma la risata gli restò nella mascella, trasformandosi in uno spasmo.

– Io non sbaglio, signori. Ve lo assicuro – L’uomo appoggiò le mani sul bancone. – Ventiquattr’ore in coccodrillo e interni in raso. Rinforzi in acciaio, chiusura con combinazione a sei cifre. Impugnatura in osso e madreperla. Traversata da Tripoli alla Provenza. È ancora qui.

– Possiamo vederlo?

Il negoziante scosse la testa

– Appartiene al suo proprietario. Non ho il diritto di mostrarlo ad altri.

L’uomo col cappello e il suo collega si lanciarono uno sguardo scettico. Era impossibile. Doveva essere un errore, che il negoziante lo ammettesse o no. In ogni caso, il problema rimaneva.

L’uomo aveva visto quello che c’era in quella valigia.

– Non è stata una bella mossa la sua, signore – disse il suo collega con un sorriso duro.

– Oh, io non credo – Il negoziante gli restituì il sorriso, sereno. – È mio compito assicurarmi dell’integrità di ciò che arriva nel mio negozio.

Le dita affusolate dell’uomo accarezzarono il bordo della valigetta. C’era affetto, nel modo in cui i polpastrelli scorrevano sulla pelle di camoscio.

– Molte cose passano da questo posto. Cose dimenticate. Smarrite. Cose che escono dal normale scorrere del mondo. Qui cerco solo di dargli un luogo a cui poter appartenere.

Il negoziante alzò gli occhi al soffitto con aria pensierosa. Il candelabro sopra la sua testa, dello stesso vetro verde che formava il mosaico all’entrata, gli incorniciava la testa come una corona spettrale.

– Consideri per esempio la borsa che è arrivata qui pochi anni fa. Pochette di similpelle nera da signora, quattro tasche e portamonete. Volo da Londra a Houston, 1995.

L’uomo col cappello trasalì, sorpreso. La sua mente corse fulminea indietro, nel passato. A quando era ancora giovane, e ambizioso. Al suo capo, e alla sua giovane amante che decidevano improvvisamente di voler vedere l’America. Alla ragazza che si lamentava di aver perso la sua borsa chissà dove, e al suo capo che esplodeva di rabbia. Alla mano di quello stesso uomo che, poco prima della partenza, infilava un fascio di lettere e rapporti nella pochette nera della ragazza.

– Come… – balbettò.

– Era un oggetto smarrito – lo interruppe il negoziante. Le dita polverose accarezzarono il piano con tenerezza. – Qui ha trovato una nuova casa. Come altre mille. Come dei figli. Non dovrei averne uno preferito, lo comprendo… ma siamo troppo fallibili, non trovate?

Annuì, senza aspettare risposta.

– Una cappelliera in mogano e ciliegio. Interni in lino, imbottitura in cotone, linea ferroviaria Venezia Leningrado, 25 settembre 1957. – L’uomo ridacchiò, senza che l’ilarità raggiungesse gli occhi color cenere. – Quella sì che fu una giornata interessante.

L’uomo col cappello rimase a fissare il negoziante, la gola stretta da un groppo duro e fibroso.

Ma nonostante la sorpresa, la sua vista rimaneva acuta. Vedeva tutto. L’aria profondamente annoiata del suo collega. Il gesto fluido con cui infilò la mano dentro la tasca. E lo sguardo sorpreso e irritato che l’uomo gli lanciò quando gli afferrò l’avambraccio.

Davanti a loro, il negoziante aveva seguito l’intera sequenza di movimenti con un lieve sorriso. Fece scivolare lo sguardo dall’uomo col cappello al suo collega. Poi di nuovo all’uomo col cappello.

– Che diavolo fai? – sibilò il collega. L’uomo col cappello scosse la testa. Qualcosa, nello stomaco, gli stava urlando che non era saggio intromettersi in ciò che succedeva in quella stanza.

– Abbiamo ciò che ci serviva – disse acchiappando la valigia. – Andiamocene.

– Ma…

– Andiamo via! – ringhiò.

Il suo collega scosse la testa. Poi abbassò la mano, furioso.

– Il capo non sarà contento.

– Lascia che ci pensi io – borbottò l’uomo col cappello.

– Immagino che abbiamo finito – mormorò il negoziante, serafico. – Tornate pure, quando avrete smarrito qualcosa. Qualsiasi cosa sia.

L’uomo col cappello annuì, e sollevò la valigia. Attraversarono la stanza in silenzio, seguiti dallo sguardo incolore dell’uomo. L’uomo col cappello ne sentiva il peso sulle spalle, come un mantello di ferro.

Quando uscirono, il campanello tintinnò piano. Continuò a tintinnare anche mentre camminava lungo la strada, e poi dietro l’angolo, stordito. Come se gli si fosse intrufolato sotto il cappello, senza riuscire più ad uscire.

33 risposte

  1. Edoardo ha detto:

    Voto questo racconto.

  2. Alessandro ha detto:

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  3. Alessio ha detto:

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  4. Gianluca ha detto:

    Voto questo racconto.
    Eccezionale dote nello scrivere, con quella nota empatica che arriva al lettore

  5. Selena ha detto:

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  6. Andrea Terino ha detto:

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  7. Simona ha detto:

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  8. Piero Fiorini ha detto:

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  30. Arianna Giancola ha detto:

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  31. Micol ha detto:

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  32. Alessandro Mazelli ha detto:

    Voto questo racconto!

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