BIO-TENSORE DI ALIMENTAZIONE

Racconto in concorso

BIO-TENSORE DI ALIMENTAZIONE

Di Alessandro Mazelli

Heinrich scese dal treno e sospirò. Non metteva piede a Shell da due dozzine di cicli, ormai, e non gli era mancata. Grigio calcestruzzo incombeva su di lui; intrecci di volte, pilastri e cupole schermavano qualsiasi fonte di luce esterna. Imboccò il tunnel per la mensa, superando il nugolo di persone sciamato con lui sulla banchina.

La grande sala era gremita, ma solo di tavoli vuoti. Le superfici lustrate dai disinfettanti riflettevano la fastidiosa luce bluastra delle lampade e Heinrich, gli occhi socchiusi, dovette zigzagare fino al bancone.

«C’è qualcuno?»

«Eccomi!» Un omino si lanciò fuori da una porta, lisciandosi il lungo camice più consono a un chirurgo che a un cuoco.

«Capitano Sander di Torre.»

«Ah già», l’uomo annuì più volte al distintivo che volteggiava sul polso di Heinrich. «Il direttore Philippe starà arrivando, l’avrà vista di sicuro dalle telecamere. Intanto beve qualcosa?»

«Un caffè, grazie.»

L’omino gli portò un minuscolo bicchiere fumante una manciata di secondi dopo. Il capitano lo prese scettico. Non che si aspettasse grandi cose da una mensa, ma quel liquido marrone sembrava avere solo il nome del vecchio caffè. Immerse le labbra e bevve un sorso, prima di scattare in una smorfia di disgusto.

«Quanto dolcificante ci hai messo?»

«Ma io…»

«Da domani non ci saranno più simili problemi, vedrà.» La voce di un terzo individuo salvò il cuoco dall’ira del capitano. «Sono il direttore Philippe Lagrange. Mi segua, prego.»

Heinrich gettò il bicchiere ancora pieno nel cestino e seguì l’uomo in un corridoio bianco e asettico.

«Cosa intendeva con quella frase, direttore?»

«Non ha appena bevuto quel simil-caffè che non gradiva? Be’, da domani la nostra nuova mensa automatica si connetterà al supercomputer centrale di Antharian. Tutte le mense di tutte le città dell’Anello saranno inglobate nel Bio-Tensore di Alimentazione! Ogni sensore di ogni insediamento raccoglierà i dati delle singole persone in matrici multidimensionali e ne anticiperà i desideri alimentari, creando una dieta allo stesso tempo nutriente e appagante. Il sistema le proporrà ciò che vorrà senza che lei perda tempo a ordinare con quelle tabelle infernali. Finora era tutto in sperimentazione qui, ma da domani… Macchina, Windia, Salaria, Oxida, Torre!»

Heinrich fu scosso da un brivido. Spiò in tralice l’occhio rosso che lo seguiva dall’alto.

«E con quello che è successo, procederete comunque?»

«Una disgrazia, certo» Il direttore sollevò le spalle con teatralità. «Ma il bioprocessore va che è una meraviglia. Oh, eccoci!»

Si fermarono davanti a una porta anonima e Philippe allargò un braccio in un palese invito a entrare.

Latte andato a male, principi di putrefazione. Heinrich tossì e si coprì naso e bocca con un fazzoletto. Si voltò: il direttore scosse la testa, schiacciato contro il muro opposto del corridoio. Come dargli torto, pensò il capitano tornando a concentrarsi sulla stanza.

Un ufficio senza luci, in una penombra stemperata solo da uno schermo azzurro con una faccina felice. Sulla parete in fondo, una finestra bassa e larga era sigillata da una saracinesca circondata da led spenti. Per poco il capitano non inciampò. Sul pavimento, in ordine, erano poggiati un vaso di yogurt, un’insalata con della frutta accanto e una ciotola con una salsina bluastra.

E poi c’era lui.

Il cadavere dell’informatico era seduto alla scrivania, il viso affondato in una ciotola che emanava miasmi ripugnanti. A sinistra, in fila, due vasetti di yogurt acido uno più piccolo dell’altro.

«Chi è l’ultimo ad averlo visto vivo?» chiese Heinrich, esaminando il corpo da vicino con la torcia.

«Albert, il cuoco che le ha dato il caffè. Cinque giorni fa.»

«Bene, torniam­—»

La stanza pulsò di rosso all’improvviso. Degli sbuffi, e dalla finestra circondata da led lampeggianti comparve un vassoio con altri due yogurt – uno enorme come quello acido a terra – e un imponente bicchiere di cola.

«E questo che significa, direttore?»

«Forse sarà rimasto in memoria qualche comando ineseguito. È il terminale di prova, ha una connessione diretta con il bioprocessore nell’altra stanza. Lo usava il tecnico per i test.»

Un’altra vampata di rosso. Il vassoio precedente cadde a terra, e al suo posto comparve uno di quegli hamburger rivoltanti coltivati in laboratorio, un succo di frutta, un’altra cola, un’insalata e persino una fetta di formaggio sottile quanto un foglio.

Il capitano scosse la testa: «Un altro ordine ineseguito? Mi sa che qui non funziona un bel niente. Rinviate la connessione ad Antharian».

«Impossibile, sarà automatica!» sbottò Philippe. Poi sventagliò una mano. «Suvvia, è un terminale di prova, quello in cucina non ha dato problemi. Se ha finito, torniamo di là.»

Heinrich lasciò volentieri quell’ufficio fetido, ma senza aver cavato un ragno dal buco. Il tecnico non aveva ferite o ematomi visibili. E tutto quel cibo sparso in giro… Doveva aspettare che la scientifica entrasse in azione.

Con Albert non andò meglio. Dal momento che era vietato mangiare quanto usciva dal terminale test, lui doveva portare i pasti all’informatico, e ogni visita si concludeva sempre con una porta sbattuta in faccia. Il tecnico, poi, era una persona solitaria: nessuno si era preoccupato per lui, almeno fino a quando la puzza non aveva invaso il corridoio.

«Grazie Albert» si intromise il direttore con un sorriso. Un morto a pochi metri non sembrava turbarlo più di tanto. «Vista l’ora, se non ha altre domande, le offrirei il pranzo, Heinrich.»

«Nessuna domanda.»

«Ottimo! Albert, per me un dottore. Lei?»

«Dottore?»

«Ah! Un gergo tutto nostro per ricordarci i menù, qui a Shell» sollevò il polso, pigiò qua e là sul suo terminale e lanciò dell’aria verso il capitano. «Le ho inviato la tabella con i codici delle portate.»

«Vada per un dottore» tagliò corto lui. A Torre avevano dieci semplici menù fissi.

Un paio di minuti dopo, Philippe aveva già finito la sua insalatona e si stava lanciando su dei pezzi di karv. Heinrich, invece, si limitava a rigirare il bicchierino di cola. Sentiva lo stomaco torto dalla nausea. Quella mensa lo opprimeva, quel direttore lo innervosiva. E il bioprocessore…

Aveva sentito parlare del Bio-Tensore di Alimentazione. Una selva di circuiti che incamerava dati su ogni aspetto della vita umana, acquisendone così tante sfaccettature da essere in grado di anticiparne i desideri. Si poteva essere entusiasti di una conquista del genere? Lanciò un’occhiata alla telecamera puntata su di lui.

Aveva nausea.

E paura.

«Questa cola D0 finisce subito… Ma lei non ha toccato nulla, Heinrich! Vuole una salsa per la verdura? Con un 36 ha quella verde, con un 37 quella blu, con u—»

Tossì all’improvviso, spruzzando i karv di salsa rossa.

Heinrich scattò in piedi.

Non era salsa.

Philippe si accasciò sul tavolo, gli occhi strabuzzati. Il capitano indietreggiò, quindi raggiunse il bancone.

«Albert, presto!»

Il cuoco, però, era a terra, con il viso immerso in una pozza scura che si allargava. Heinrich fissò il suo terminale, ma l’icona “segnale assente” lo lapidò un attimo prima che il terreno sotto i suoi piedi vibrasse. La saracinesca aveva sigillato l’uscita.

Dannazione… Devo chiamare i rinforzi e un dottore! Spalancò gli occhi e fissò la cola sul tavolo. Dottore?

Scartabellò nell’aria sopra il polso e fermò l’ologramma sulla tabella delle portate.

Cola mini, D0, insalatona, T70, e frutta, R3. Non ci credo! D0T70R3! Ecco il dottore!

Barcollò sul posto, mentre del sudore freddo gli scorreva lungo la schiena. Alzò gli occhi sulla porta del corridoio e inspirò.

Corse nell’ufficio del tecnico. A terra c’era ancora il primo vassoio rovesciato. I due yogurt in scala, V1 e V3, e la cola gigante D3! V1 V3D3. Vi vede! Un altro tremito, intensificato dalla luce rossa che esplose alle sue spalle. Sul monitor era apparsa una faccina adirata. Heinrich cercò di ignorarla e si dedicò all’hamburger coltivato. U6C1D3T3L0… Uccidetelo!?

D’un tratto i led pulsarono e un’altra fila di pietanze fece ribaltare la carne a terra. Facile capire quell’insalatina, lo yogurt e la cola. Il capitano ispezionò il terminale e sibilò un tra i denti. Si rivolse al monitor, lo staccò e lo collegò alla presa che aveva appena scovato.

Deglutì.

Sullo schermo era apparso un viso inespressivo con due occhietti scuri. Parlò subito, anticipando Heinrich.

«Distruggi il bioprocessore nell’altra stanza!»

«Ma…»

«Non perdere tempo! La mensa non voleva che il tecnico la resettasse dopo averla scoperta, come non voleva che tu o gli altri aveste il tempo di intervenire. Troppi dati, troppe connessioni, troppo da perdere. Può pensare, ha conquistato la vita, e non la mollerà. Uccidi questo abominio prima che si diffonda in tutto l’Anello!»

«Li ha avvelenati! Però non capisco… Anche tu sei la mensa, ma vuoi che ti distrugga?»

Il viso parve sospirare.

«Questa cosa è talmente viva, che ha persino una coscienza…»

Il monitor si spense. L’ennesimo brivido sconvolse il capitano mentre fissava la porta lì accanto. Afferrò la maniglia ed entrò trattenendo il fiato.

Il bioprocessore.

Un cervello umano deformato dalla rifrazione dei liquidi in cui era immerso. Lunghe barre metalliche erano infilate nella materia grigia, connesse a elettrodi e a fili che si attaccavano con catenarie perfette a torri bianche colme di lucine occhieggianti.

Heinrich strinse i denti e si guardò intorno. Mai un’ascia antincendio capitò più a proposito. Aprì la teca e impugnò l’arma a due mani. Davanti a lui, sul monitor ai piedi del bioprocessore, era comparsa la faccina felice.

«I computer controllano già abbastanza le nostre vite… Ci mancava solo una mensa cosciente di sé. Sorridi? Be’, allora…»

Sudore freddo, altri spasmi. L’ascia gli scivolò dai palmi umidi. Il suo respiro mutò in un rantolo mentre un pensiero si insinuava nella sua mente. No! Non l’ho toccato, quel maledetto dottore!

Si poggiò di peso al monitor. Tossì, e una macchia rossastra filtrò quel dannato sorriso compiaciuto.

Prima che gli occhi di Heinrich si chiudessero, la faccina felice beveva una tazza di simil-caffè.

3 risposte

  1. Roberta ha detto:

    voto questo racconto

  2. Sara Ortolani ha detto:

    Voto questo racconto.

  3. Mattia M. ha detto:

    Voto questo racconto.

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