RACCORDO

Racconto in concorso

RACCORDO

Di Fabio Venosini

Milagros uscì dal locale della periferia nord di Roma dove aveva passato la serata, ancora ubriaca di musica, di alcol e di emozioni, rabbrividendo per il contatto dell’aria fredda col suo corpo mezzo nudo. Cercò con lo sguardo la sua Citroen C1, individuandola poco lontano. La raggiunse a passi incerti, cercando le chiavi nel casino della sua borsa.

Il display del telefono segnava l’una e venti, il 9% di carica residua e il solito messaggio del padre.

L’ignorò e aprì l’auto, abbandonandosi sul sedile. Da quando sua madre se n’era andata lui non le dava respiro e lei, per reazione, faceva tutto ciò che lo faceva incazzare. Con un ghigno immaginò la sua faccia, se avesse saputo che quella sera s’era ubriacata, aveva accettato una pasticca da un ragazzo appena conosciuto e poi ci aveva scopato nei bagni del locale.

Avvertì un vago senso di nausea. Non avrebbe dovuto guidare ma voleva tornare a casa.

Attaccò il telefono al cavo USB ma la ricarica non partì. Cambiarlo era una di quelle cose che continuava a rinviare a un indefinito tempo futuro. Insistette sul connettore finché non ebbe la meglio.

In pochi minuti raggiunse il Grande Raccordo Anulare, imboccandolo verso casa sua.

La colpì la totale assenza di altre auto. Nella zona sud dove viveva lei la periferia l’aveva inglobato il Raccordo, lì invece la strada s’insinuava in un paesaggio buio e monotono, rotto solo dai display con i messaggi per gli utenti. Su quello appena superato, una scritta di led diceva: “Allacciare sempre le cinture di sicurezza”. “Fatto” disse lei, tirando su col pollice quella che indossava, come se il tabellone potesse apprezzare la sua attenzione per le regole.

Il suo campo visivo si distorse improvvisamente, obbligandola a frenare. Durò solo un istante, ma la spaventò. Accettare una pasticca da un perfetto sconosciuto – per quanto estremamente carino – era stata un’idea sciocca.

Poco dopo, la luce dei fari illuminò un ragazzo fermo in corsia d’emergenza col pollice alzato, ma Mila passò oltre senza fermarsi e in pochi istanti lo vide sparire nello specchietto.

Proseguì per qualche chilometro finché fu costretta a fermarsi davanti a decine di “stop” accesi.

“A quest’ora?” protestò irritata. Un display all’orizzonte svelava le cause dell’ingorgo: “Incidente al km. 26.200”. Sul guardrail, una paletta segnava “Km. 20+500”. L’attendevano quasi sei chilometri di coda. Ragionò.

Più avanti c’era l’uscita per Fidene: poteva invertire la marcia e percorrere il Raccordo al contrario. Passare per il centro città, col telefono scarico e il cavo rotto, era fuori questione: senza navigatore si sarebbe persa. Giunta allo svincolo fece inversione e, quando fu dall’altra parte, provò un sadico piacere mentre sfilava di fianco a quelli ancora bloccati in coda.

In breve fu di nuovo sola, diretta verso la parte desolata della città. Poco dopo ebbe un nuovo disturbo alla vista, che passò veloce ma la preoccupò. C’era molta strada da fare e non voleva avere un malore al volante.

Il telefono vibrò per un messaggio del padre.

Si può sapere dove sei?” diceva.

“Ma perché non dorme?” sbuffò.

Un nuovo tabellone l‘ammonì: “Mentre guidi non seguire i social, segui la strada”.

“Che tempismo” pensò. Rispose al padre in modo da evitare diatribe, la mattina seguente: “Sono andata cinema con amica. Sto tornando”.

Davanti all’auto spuntò un altro display con scritto: “Dovresti essere sincera con tuo padre”.

Inchiodò e l’auto sbandò, fermandosi a ridosso del guardrail. Rimase lì, con lo sguardo perso oltre il cofano e le mani aggrappate al volante.

Fece retromarcia sulla corsia d’emergenza finché poté vedere di nuovo il tabellone, dove adesso c’era scritto: “Tempi di percorrenza: Boccea 8’ – Aurelia 12’“.

Sentì crescere l’ansia.

Il fastidio alla vista poteva essere dovuto alla stanchezza ma questo era diverso: aveva avuto le traveggole. Si maledì per aver accettato quella pasticca.

Attese un po’ poi ripartì, a velocità ridotta.

Sul margine destro vide di nuovo il ragazzo col pollice su. Doveva aver attraversato l’autostrada per mettersi lì. Non sembrava pericoloso e pensò che forse poteva aiutarlo. Lo superò di qualche metro e accostò, azionando le quattro frecce per segnalare che era ferma, anche se lì c’era solo lei.

Lei e quel ragazzo.

Lo vide avvicinarsi nello specchio, illuminato in modo grottesco dalla luce rossa degli stop. Inserì il blocco delle portiere e abbassò un po’ il finestrino; se quello non era diretto nei paraggi o se non le fosse piaciuto, sarebbe andata via.

“Ciao” esordì lui. Sembrava un coetaneo, anche se col buio era arduo dirlo. Vestiva una camicia di tela e Mila pensò che dovesse aver freddo. La sua voce era ruvida, come se avesse la raucedine.

“Ciao” rispose lei. “Dove devi andare?”

“Dalla parte opposta” rispose, con voce roca.

“Sì, ti ho visto prima. Ma perché hai attraversato?”

“Di là non passava nessuno” replicò, masticando un po’ le parole. Non era solo rauco, aveva un difetto di pronuncia. Dalla fessura entrò odore di terra umida.

“Puoi portarmi tu?” disse, “sei la prima persona che passa”.

“Già” disse lei, pensosa. Quel tizio non sembrava una minaccia, ma qualcosa non andava.

“Dove vai di preciso?” chiese.

“Puoi lasciarmi a Prima Porta, vicino al cimitero” disse lui.

Era tardi, ma voleva aiutarlo.

“Dai, ti porto io” rispose.

L’olezzo di terra umida tornò più intenso, seguito da un altro odore, chimico.

Attraverso l’apertura della camicia, sbottonata sul petto nonostante la temperatura, Mila notò un profondo taglio chirurgico che gli attraversava il torace, ricucito grossolanamente con un pesante filo scuro, in una orribile sequenza di “X”.

A quella vista prese a tremare, con il dito sospeso davanti al pulsante per lo sblocco delle portiere. Il ragazzo abbassò lo sguardo sul proprio petto, dove lei teneva fissi gli occhi, incapace di guardare altrove, quindi alzò la testa verso di lei, con un ghigno beffardo.

“Allora Mila, me lo dai questo passaggio?”

Il panico le deflagrò nel cervello e ripartì veloce, via, lontano da quel tizio.

Tremava tanto da far fatica a tenere salda la presa del volante. Cercò di razionalizzare ciò che aveva visto: gli occhi le avevano già giocato brutti scherzi quella notte, doveva essere un’allucinazione. Ripensò a quel tizio fuori dall’auto, gli odori, l’aria fredda, la voce strozzata e le tornò la pelle d’oca. Non sembrava affatto un’allucinazione.

Di colpo ricordò che a Roma da tempo c’erano degli attori che spaventano la gente truccati da zombie, per girare video che poi inserivano nei social e quel pensiero la sollevò.

Alle sue spalle, notò i lampi blu di un’auto della polizia. Il tachimetro segnava i 140 km/h e durante la fuga doveva aver superato i 160. La pattuglia si affiancò e l’agente fece cenno di accostare. Mila annuì esibendo un sorriso ebete, sperando di cavarsela con una predica.

Mentre sorrideva le sembrò che ci fosse qualcosa di strano, finché mise a fuoco cosa non andava. Attraverso il corpo di quello che le faceva gesti poteva vedere l’altro agente alla guida, come se il primo fosse fatto d’aria. L’autista sorrise, salutandola con la mano.

In preda a una crisi isterica Mila fece schizzare via l’auto come un proiettile, inseguita dalla polizia. Filarono sotto un nuovo display, con scritto: “Non si sfugge alla Polizia Stradale. Arrenditi!

“Col cazzo che mi fermo” strillò, “Col cazzoo!”.

La folle fuga proseguì fino a metà dell’ampia curva sul fiume Tevere; lì sentì il retro dell’auto che sbandava verso destra e tentò una manovra disperata, ma capì d’aver perso il controllo del mezzo. Vide il sopra e il sotto alternarsi più volte, poi perse conoscenza.

Si risvegliò in un letto, attaccata alle macchine per il monitoraggio clinico. Non sentiva dolore, e dopo una rapida occhiata le sembrò che il suo corpo fosse a posto. A destra, accanto alla porta, vide una vetrata che dava su un corridoio e un’infermiera che, accortasi del suo risveglio, stava avvisando un medico.

Un uomo in camice di mezz’età entrò poco dopo.

“Dove sono?” chiese lei.

“Siamo nell’ospedale Sant’Eugenio. Ha avuto un incidente d’auto, se ne ricorda?”.

“Non proprio, è tutto confuso” disse Mila.

“È normale, il cervello tende a rimuovere il ricordo di eventi traumatici”.

“Da quanto sono qui?” chiese.

Il medico controllò la cartella.

“Circa sette ore”

“Sette ore” ripeté lei, confusa.

“È stata fortunata! I paramedici hanno detto che la sua auto era distrutta e sono dovuti intervenire i Vigili del Fuoco per estrarla, e lei ha solo qualche graffio”.

Mila restò in silenzio.

“Ascolti” riprese il medico “dagli esami del sangue è risultata positiva all’alcool e alle Imidazopiridine. Quando avremo finito, i due agenti là fuori devono parlarle”. Mila volse lo sguardo verso i poliziotti che la fissavano attraverso la vetrata. Erano gli stessi che aveva tentato di seminare poche ore prima. Fece un lungo sospiro.

“Quella roba nel sangue, cos’è?” chiese.

“È un farmaco ipnotico” rispose lui, severo. “Non lo sapeva?”

“Ieri sera mi hanno offerto una pasticca ma non so cosa fosse, non so nemmeno perché l’ho accettata” ammise lei. “Sono nei guai?”

“L’importante è che nessuno si sia ferito” rispose lui. “La polizia vorrà sapere chi le ha dato la droga e credo che l’assicurazione non pagherà i danni perché guidava sotto l’effetto di sostanze ma, a parte ciò, l’unico problema che mi viene in mente è che, immagino, dovrà spiegare tutto questo ai suoi genitori”. “Cazzo, mio padre!” esclamò lei. Per una cosa del genere l’avrebbe segregata in casa come Raperonzolo.

Restò assorta nei suoi pensieri, poi chiese: “Era un ipnotico, giusto?”

“Sì, esatto” rispose lui.

“Prima dell’incidente ho visto delle cose strane, potrebbe dipendere da quella roba?”

“È possibile” disse l’altro.

Restarono a guardarsi e il medico dovette intuire lo smarrimento nel suo sguardo.

“È sicuramente così” aggiunse.

“Quanto durerà ancora l’effetto?” sospirò lei.

“Se ha assunto una sola pasticca ieri sera, considerando il suo peso e il tempo trascorso, direi che l’effetto è finito da un pezzo. Perché, non si sente bene?”

Mila avvertì una stretta allo stomaco. Girò il viso verso la vetrata, per nascondere il suo stato d’animo. Dall’altra parte del vetro gli agenti trasparenti la fissavano, con l’aria torva.

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