LA FESTA DEL SERPENTE

Racconto in concorso

LA FESTA DEL SERPENTE

Di Alice Restifo Chiavetta

L’odore zuccherino del cibo fatato. Il pizzico delle corde dei violini con la loro musica maledetta. Il furore di ritrovarsi in mezzo all’occhio del ciclone di una festa di folletti senza mai potersi fermare. I piedi ormai dolenti e lividi, i crampi alle gambe e alle braccia che si muovevano fin troppo freneticamente. Il petto villoso ormai scoperto. Prima ricordava di avere una camicia, dov’era finita?

L’ultimo ricordo di Neil O’brien era il boccale di birra scura al solito pub e il faccione paonazzo di un ometto con un berretto rosso. Subito dopo, tutto si era fatto confuso nella sua mente. Ricordava una donna diafana chiamarlo quasi con dolcezza e l’ometto dal berretto rosso trascinarlo fuori dal pub fino a un bosco che non aveva mai visto in tutta la contea.

Forse aveva oltrepassato un cerchio di terra rialzato. Forse sì. E dopo averlo fatto la festa della brava gente lo aveva invaso. Gli odori divennero quasi insopportabili, i rumori fin troppo forti e i colori troppo accesi. Braccia lo strattonavano e lo portavano in trionfo, al centro di quello che doveva essere un forte fatato. Donne giunoniche gli fecero trangugiare qualcosa da un boccale di legno grezzo. Il liquido dava come prima sensazione una dolcezza che somigliava a quella dei frutti del bosco, il retrogusto che scendeva in gola però era estremamente aspro e amaro.

Che tipo di alcol è? Si ritrovò a pensare.

Neil si accorse di essere seduto su una specie di trono di legno, niente di più di un grosso pezzo di tronco in realtà, e da lì poté vedere la frenesia della festa dei folletti. Ai lati del forte, accanto ai rami del biancospino si trovavano i musici, che con i loro strumenti accompagnavano i canti delle donne bianche accanto a loro. Tutto era allegria, tutto era sfrontatezza.

Una processione di folletti gli si avvicinava a turno per farlo danzare, bere e mangiare. Gli passarono una ciotola con quelli che gli parvero funghi conditi con erbe profumate e Neil sentì dentro la bocca il sapore della terra. Dopo le tante vivande che avevano il potere di saziarlo ma al tempo stesso mai riempirlo del tutto, l’ometto che lo aveva portato in quel forte, un cluricauno, lo trascinò nuovamente verso le danze e lo gettò nella mischia di quella fantastica varietà verde e rossa. Il plenilunio faceva brillare i volti degli astanti, donandogli un’aura quasi benedetta.

Neil O’brien trascorse la notte a danzare cercando di seguire le ballate dei musici, ma mai riuscendoci del tutto. A volte qualcuno lo afferrava, altre lo lasciavano in balìa di se stesso.

L’alba si stava avvicinando e d’un tratto, senza un’interruzione graduale, la musica si fermò e i folletti s’immobilizzarono. Neil stava ancora ballando quando tutti dentro il forte si voltarono verso il centro di esso.

In piedi, sopra il trono di legno, c’era la donna diafana dei ricordi di Neil.

«Compagni» esordì «Questa notte abbiamo accolto l’ospite e abbiamo fatto festa. Ma adesso il giorno sta per arrivare e con lui anche la parte più importante di questa luna»

Attorno a Neil i folletti annuirono con sicurezza.

«Gioisci, Neil O’brien» e tutti quanti si voltarono verso l’umano, gli sguardi pieni di gravità. Il cluricauno era accanto a lui con un sorriso crudele in volto. Neil sentì un brivido alla colonna vertebrale. L’atmosfera era mutata con velocità rispetto a quella di qualche momento prima. Neil vide in questo cambiamento un campanello d’allarme.

«Sarai tu il regalo per il serpente della terra, questo mese»

Serpenti? Pensò Neil. Ma non ci sono serpenti in Irlanda, vero?

Egli poté formulare solo quel breve pensiero, perché subito dopo decine di mani lo afferrarono e lo alzarono di peso. Ogni tentativo di liberarsi fu vano, gli strattoni di un uomo muscoloso e alto quasi due metri non avevano la minima efficacia contro il piccolo popolo.

Lo portarono fuori dal forte e in Neil si accese la stupida speranza che gli sussurrava all’anima che lo stavano solo riportando a casa.

In realtà il luogo in cui si fermarono non distava molto dal forte. Si trattava di un pezzo di terra senza alberi né cespugli, solo una brughiera spoglia e un po’ triste. L’unico elemento che spiccava in quella distesa era una grande pietra cilindrica con su inciso un volto. Nonostante la luna piena, gli occhi umani di Neil non riuscirono a distinguere i dettagli di quel disegno abbozzato e primitivo. La donna bianca si avvicinò al malcapitato e gli sfiorò la fronte con la punta delle dita.

«Va’ adesso. Il serpente della terra ti sta aspettando» e quando la banshee staccò la mano da Neil, quest’ultimo iniziò a camminare. Il suo cervello non sapeva dove stava andando, i suoi muscoli sì.

I folletti tutto intorno a lui non parlarono e non si mossero, osservavano seri Neil che avanzava lungo il campo. Questo, camminando, si accorse di svariati dislivelli del terreno, come se qualcuno avesse scavato delle buche e poi le avesse coperte di nuovo.

Comprese cosa davvero fossero quando si ritrovò davanti alla sua, di fossa.

Era abbastanza grande da contenere la sua figura massiccia. Neil emise un grido, o perlomeno pensò che fosse tale, tuttavia gli uscì solo un lieve gemito. Il panico lo pervase, risalì dalle viscere della terra e arrivò fino ai suoi capelli baciati dal fuoco. I folletti lo afferrarono ancora una volta e lo gettarono giù, nella sua fossa. Neil, disteso supino, tentò di rialzarsi senza risultati. La frustrazione salì violenta quando comprese di non avere più il completo possesso del suo corpo.

«Addio O’brien!» lo salutò allegramente il cluricauno, mentre gli gettava un pugno di terra come si fa con i defunti alle cerimonie funebri.

Lacrime di disperazione iniziarono a sgorgare e a rigargli le guance quando notò i badili in mano ai folletti. Era un incantesimo strano quello che gli avevano fatto perché sembrava bloccargli solo alcune parti del corpo, le rimanenti combattevano contro quel destino scellerato. La prima zolla di terra venne staccata proprio dal cluricauno, che un attimo dopo la buttò in faccia a Neil. Questo aveva la bocca aperta quando gli arrivò addosso e poté sentire lo stesso sapore dei funghi che aveva mangiato alla festa.

Ma a quel punto pensò: Erano davvero funghi quelli che ho mangiato?

Dopo la prima zolla ne arrivò una seconda, una terza, una quarta. Neil le contò perché non poteva fare nient’altro, immobilizzato da chissà quale magia. Ogni massa di terra precipitava in sincrono col battito cardiaco dell’umano, e visto che pian piano queste cadevano con velocità crescente allora così fece pure il suo cuore. La terra aumentava e il sentore umido s’insinuava nelle sue narici, ingravidandogli le vie aeree di particolato. Insieme alla mera terra arrivava anche la vita: vermi e piccoli insetti gli facevano il solletico alle orecchie e gli mordevano il petto nudo. Dopo ancora arrivò il fango che, più cremoso e pesante, gli bloccò definitivamente i polsi e le caviglie, come fossero catene di argilla.

A un certo punto il terriccio divenne talmente alto che iniziò a coprirgli gli occhi. Neil abbozzò dei movimenti spasmodici con la bocca. In quel modo avrebbe avuto ancora qualche istante per respirare, poiché le narici erano ormai piene.

Persino le orecchie erano fuori uso. Sentiva solo dei lamenti in sottofondo, probabilmente il canto delle banshee e un inno che gli appariva ormai lontano.

«Per il serpente della terra! Per Crom Cruach!» urlava la donna bianca.

«Per Crom Cruach!» le rispondevano tutti insieme.

E nel frattempo Neil veniva ricoperto di massa terrosa. Il sangue pompava in accelerazione, la cute prudeva irritata dai rametti e dalle foglie mischiate alla terra, le uova degli insetti si depositarono sul suo ventre. Quando chiuse gli occhi, questi continuarono a muoversi come nel sonno, con movimenti rapidi. Nell’ultimo atto di disperazione, Neil aprì la bocca e inspirò a pieni polmoni. Questi si riempirono.

E Neil divenne terra.

 Tutto si fece silenzioso. Il suo corpo aveva smesso di inviargli i segnali del terrore. Adesso egli sentiva su di sé ogni particella della vita. Dall’acqua, che aveva preso il posto del sangue, alla sabbia e all’argilla, che adesso erano i suoi muscoli. Tutto era immobile e contemporaneamente era movimento. Piccoli topi di campagna scavavano tunnel dentro di lui per ripararsi dai predatori notturni. Mille pizzichi consistevano in una colonia di formiche che si preparava per la stagione fredda. I più numerosi erano i vermi; lo strisciare lento gli provocava una strana tranquillità, quella che il carattere passionale di Neil non gli aveva mai donato.

Ma chi era Neil? Non lo ricordava. Aveva sentito quel nome da qualche parte, anche se non sapeva bene dove. Chi era lui adesso? O meglio, cos’era?

Dacché ricordava era sempre stato parte della terra, il cui scopo era nutrire ogni forma di vita che lo calpestava o che gli passava attraverso.

Una cosa però la ricordava, senza saperne il motivo o il significato. Una litania alta e grave, quasi elegante nella sua austerità. E un inno, parole che per lui non avevano alcun valore, ma che per altri avevano il gusto di un’antica rivalsa. «Per il serpente della terra! Per Crom Cruach!»

15 risposte

  1. Mariacatena Sgro ha detto:

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  2. Davide Allori ha detto:

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  3. Sara ha detto:

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  4. Giada ha detto:

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  5. Noemi ha detto:

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  6. Nadia ha detto:

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  7. Chiara ha detto:

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  8. Peppino ha detto:

    Voto questo racconto, è davvero stupendo e coinvolgente.

  9. Benedetta ha detto:

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  10. Luca ha detto:

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  11. Arianna Giancola ha detto:

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  12. Martina ha detto:

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  15. Simona ha detto:

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