CIVILTÀ OSCURE

Racconto in concorso

CIVILTÀ OSCURE

Di Cristina Biolcati

Novak entrò nella capsula e s’infilò nell’ascensore che saliva verso la salvezza. Una volta raggiunte le pareti color ardesia, e liberatosi dalla tuta, si rivolse agli altri che erano rimasti in attesa. Dei suoi due amici uno era curioso, mentre l’altro era preoccupato ma si fingeva imperturbabile.

«Sei tornato» disse Sibar, che parlò per primo.

«Forse ne dubitavi?» rispose lui, che si sentiva messo sotto esame.

«Cos’è successo? Ti credevo in pericolo» volle sapere Minos, senza dubbio il più angosciato.

Novak restò in silenzio, quel tanto da organizzare le idee. Poi riprese: «Ci sono stati momenti difficili, non lo nego. Sono riuscito a esplorare solo una piccola parte del pianeta, perché c’erano sentinelle ovunque e lo reputavo pericoloso.»

Raccontò della discesa attraverso l’apertura che i nemici avevano organizzato, proprio davanti al guscio che proteggeva la loro città. Quel limite era stato invalicabile e Novak non aveva potuto accedervi, senza però impedirsi di percepire là dentro un mondo racchiuso; una superficie vasta, anche se permeata da un’aura di solitudine estrema.

«Credo di avere visto una parte importante del loro microcosmo, eppure posso solo presumere che le abitazioni siano state scavare oltre lo schermo che mi bloccava. Al centro di un grande piazzale, c’era una sorta di mezzo di trasporto che devono avere ideato, però erano come rinchiusi in uno spazio circoscritto, senza libertà di movimento o possibilità di accedere allo spazio esterno.»

«E quindi?», Sibar era impaziente.

«Quindi credo si siano adattati alle nuove leggi che governano l’universo, ma che non stiano affatto bene.»

«Come in una sorta di prigione?» Minos lo aveva preceduto.

«Non c’era movimento da nessuna parte. Eccetto quei monitor sinistri, posizionati ad ogni angolo dello spazio aperto. Può anche essere che mi abbiano visto, però nessuno mi ha ostacolato o impedito di uscire.»

Descrisse loro la piazza vuota, con quel guscio trasparente sul fondo, da dove iniziava probabilmente una nuova civiltà.

«Cosa faranno tutti rinchiusi là dentro?»

Novak avrebbe voluto rispondere a quel quesito di Minos, ma non ne aveva idea. Probabilmente qualcosa di molto importante, oppure era l’unico modo che avevano per poter sopravvivere. Per respirare o nutrirsi.

«Quindi non ti hanno percepito come una minaccia. Nessun invasore?» gli fece notare Sibar.

Novak non aveva gli elementi sufficienti per fare quella valutazione. Il mezzo di trasporto, fermo là fuori ad aspettare, poteva avere un sistema di areazione particolare. Poteva essere che quelle strane creature, di cui nessuno sapeva niente, fossero intelligenze artificiali che avessero bisogno di determinati parametri per poter lasciare lo spazio dello scudo. Accessori allestiti sulla navicella. Ragione per cui, potevano soltanto stare nel guscio, oppure viaggiare nello spazio con quella strana locomozione.

Sibar e Minos annuirono, pareva plausibile.

«Dunque, non ne sappiamo di più di quando abbiamo iniziato il viaggio» fu l’amaro effetto pronunciato da Sibar, che figurava parecchio abbacchiato. Anche se la scoperta, in realtà, non era priva di utilità. Urgeva solo interpretare bene i dati.

«Possiamo tornare su Orbion e riferire tutto ai nostri capi. Ci hanno mandato qui per questo, no? Loro potranno interferire col sistema di trasmissione e mettersi in contatto con quelle strane creature. Se è vero che sono dotate di criterio, poiché in passato ci hanno contattato, potrebbero chiedere di aprire un varco per una nuova visita.» L’idea di Novak era foriera di buoni propositi. Agli altri sembrò grandiosa.

«Avendo constatato che lo spiazzo davanti al guscio non costituisce un pericolo, per noi, potremmo accettare un loro invito. Dovessero rifiutare la nostra presenza, ci dovrebbero spiegare il perché di quell’isolamento.» Novak rincarò la dose.

«E se fosse tutta una finta? Se avessero volutamente ignorato la tua perlustrazione per indurci a tornare e colpirci in massa?»

Minos aveva fatto una giusta osservazione. Novak rimase senza parole: doveva riflettere.

«Questo non mi sorprenderebbe» affermò poi.

«Non possiamo portare la nostra gente qui a morire, Novak. A te va di rischiare?»

Si guardarono l’un l’altro, senza sapere cosa fare.

«A ogni modo, abbiamo affrontato un lungo viaggio, per venirli a spiare. E rischiato molto.»

«Sì, ma non abbiamo ottenuto granché, rispetto al nostro progetto di diventare amici e poter fare base sul loro pianeta.»

Era vero, avevano fallito lo scopo della missione. Non avevano interagito con nessuno.

Novak andò ad aprire una tasca della sua tuta ed estrasse il dispositivo col quale aveva ripreso alcune immagini. Era collegato al suo stesso occhio, tramite un elettrodo, e così dovette solo scaricare i dati.

Anche Sibar e Minos presero i loro lettori, che erano uguali.  E allora tutti e tre poterono vedere le immagini. Il piazzale di terra brulla; il mezzo di trasporto degli avversari abbandonato al centro, quasi una sorta di lunga capsula, ma più affusolata rispetto a quella che avevano usato loro per giungere fino a lì e che era stata fabbricata su Orbion. E poi il guscio, uno schermo come vetro, spesso e impenetrabile. Che segnava il confine, l’entrata in quello strano mondo fatto di silenzio.

«Aspetta un attimo» disse Sibar. «E quelli cosa sono?»

«Intendi quei segni sulla parete trasparente?» gli rispose Minos.

Le immagini erano nitide e ingigantite fino a focalizzare i minimi particolari. Sul pianeta ospitante c’era una leggera foschia e Novak non li aveva notati. Per questo non sembrò troppo colpito.

«A me sembrano solo graffi. Magari di qualcuno che voleva uscire.»

«Forse è così, ma potrebbe anche essere un messaggio. Dobbiamo decifrarlo.»

Sibar aveva ragione nel vedere una svolta, tanto da non considerare vana la spedizione.

Era una strana lingua scritta, in quel caso. Non somigliava a nessuna che loro tre avessero già visto. C’erano misteriosi segni in diagonale, tagliati in modo repentino da sfregi verticali. E poi dei piccoli cerchi, con punti pieni di più grosse dimensioni.

«Contattiamo subito Orbion. Là c’è uno scienziato che sicuramente ci saprà aiutare. Si chiama Lagone e decifrare le lingue scritte dei vari popoli delle galassie è il compito per cui è stato creato.»

«Buona idea, Sibar! Se anche al momento lui non dovesse capire, potrebbe trovare altri esempi da mettere a confronto.»

Minos adesso sembrava fiducioso.

Osservarono tutti i graffi sulla parete, ripresi da un’immagine ad alta risoluzione. Poi Novak inserì la scansione nel cervellone della loro navicella, dove in casi urgenti potevano contattare la base.

Lagone in persona accolse la loro richiesta di aiuto. E rispose rapido, digitando una frase stringata.

«Aspettate, che mi documento.»

Novak, Sibar e Minos rimasero in allerta.

Passò qualche secondo, che il loro interlocutore si materializzò. E quel che videro scritto li sconvolse nel profondo.

«Andate via immediatamente!» era stato il responso di Lagone.

Siamo invisibili. Lasciare subito la zona, o vi faremo del male.

Quello era il messaggio e per fortuna era stato concesso il tempo per decifrarlo. Dietro di loro c’era sicuramente un gruppo di entità, magari simile a una mandria.

Non erano mai stati soli.

Nessuno aggiunse altro in merito. Quando la nave si fu sollevata, guardarono il pianeta sparire. Quei segni sarebbero rimasti nella loro memoria, mentre attraversavano l’immensità dello spazio in direzione di casa.

«Stai andando nella direzione sbagliata» contestò Sibar.

Allora Novak invertì la rotta e seppe che l’avevano scampata.

Una risposta.

  1. Roberta ha detto:

    voto questo racconto

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: