PAGLIACCI E PIPISTRELLI

Racconto in concorso

PAGLIACCI E PIPISTRELLI

Di Paolo Di Fino

Facile dire che tutto attorno va a rallentatore. Soprattutto se stai imbambolato davanti una porta da cinque minuti. Decisamente meno facile se, in quei minuti, tuo figlio ti saltella intorno come posseduto dallo spirito di Picchiarello. Lele e i suoi otto anni di vivacità, tutta quella che a me manca da tempo. Ne ignoro la smania d’attenzioni, condita da un cantilenare molesto e un cespo di cappelli color carota che, a ogni giro, torna a ballonzolarmi sotto il naso. Continuo a fissare la scritta sulla porta: Sala Ricreativa. E così evito pure di guardare la maniglia scintillante. Manco fosse elettrificata.

Per la terza volta mi dico che è ora di entrare. Ma, ancora una volta, i piedi restano incollati al pavimento lucido, bianco asettico, perfetto contraltare delle variopinte pareti che ci circondano. I raggi rossicci tipici del tramonto, filtrando dalle finestre alle spalle, ne vanificano ogni effetto relax o allegria auspicato dai proprietari della Clinica Arcamo per questo lungo corridoio deserto: il reparto di psichiatria.

«T’avevo detto di restare di là» rimprovero a Lele. Di sbieco, lo vedo finalmente fermarsi alla mia destra. «Ma lì m’annoio, e te lavori sempre» sbuffa. Poi, di colpo sorride furbetto: «E poi il tuo nuovo paziente mi ricorda troppo…»

«Non dirlo manco per scherzo!» lo zittisco deciso, pure se l’istante dopo raddrizzo gli occhiali già dritti e mi gratto la barba. Ritraggo la mano come colpevole di chissà che. Mi sforzo di mostrargli la mia espressione più truce: «Stavolta, restane fuori».

Fingo di non vedere il broncio piazzato ad arte sul visino. Così Lele va via. Neanche guardo verso dove, troppo preso dal mio rituale, un gesto così rapido da far invidia ai migliori borseggiatori della metro: dalla tasca interna alla giacca, sfilo la fiaschetta d’acciaio rivestita in pelle, in totale apnea ne tracanno metà contenuto, e la faccio risparire nella tasca. Rum. Monte Cristo. Tra i migliori. E la mia ultima illusoria ancora di salvezza. Un intenso bruciore che sa di vaniglia e cuoio, e dal palato irrompe nel petto. L’unica benzina che mi fa sopportare il trascinarsi delle mie giornate di merda.

Solo passati due secondi m’accorgo che Lele è ancora lì, a circa sei metri. Mi fissa, accenna a parlare, ma rinuncia, e sparisce intonando un’altra cantilena, ben più triste. Sebbene sia mezza vuota, sento la fiaschetta più pesante nella tasca. Preme sul cuore, come fosse colma di piombo fuso. Conosco bene la sensazione: vergogna.

Provo invano a scrollarmela di dosso: espiro fino a finire l’aria nei polmoni. Nel frattempo afferro la maniglia. Come un cretino resto un secondo in attesa di un’immaginaria scarica da mille volt. La preferirei al cigolio che accompagna il mio ingresso, e mi annuncia a chi c’è al di là della porta.

Per quest’insolita collaborazione, la proprietà m’aveva messo a disposizione qualsiasi studio e l’intero staff. Ho preteso io d’incontrarlo qua, da soli. Ritengo obsoleti cliché come chaise longue, studi seriosi, o anche i trattamenti coercitivi. Come altri miei pazienti “problematici”, pare più a suo agio se può sgranchirsi le gambe o distrarsi mentre parliamo. Di solito è pure un modo per farli stare meno in soggezione con me. Non è questo il caso. Qui la soggezione è tutta mia.

Entrato, vengo aggredito dal classico nauseante puzzo di candeggina. In più i neon ronzano e sparano ovunque fastidiosi aloni bianco ghiaccio. Un tripudio per la mia fraterna emicrania. Eppure noto subito il paziente. Sembra inghiotta la luce come un buco nero. È in piedi davanti enormi vetrate sbarrate. Sta sull’attenti. Mani dietro la schiena. Petto in fuori. Mascella rocciosa serrata. Sarà alto due metri. Così atletico che, mi hanno raccontato, è stata dura trovare una divisa della taglia giusta. Alla fine tripla XL, manco credevo esistesse come taglia.

È il nostro quarto incontro, e ancora non mi abituo alla vista delle decine di cicatrici che ha sparse sulle braccia. Sospetto sia così pure il resto del corpo. Senza voltarsi, mi accoglie con un innocuo «Buonasera professor Dei», composto solo di note basse e un respiro profondo da finto sornione.

«Salve, Bruno.»

«Bruce» mi corregge all’istante.

«Eh? Ah, sì certo» lo assecondo, intanto d’istinto ricontrollo il nominativo sulla cartella clinica che ho con me: Bruno Vaime. Quest’uomo è arrivato qui dieci giorni fa. Ricoverato per la seconda volta. Stavolta dicono vagasse nudo fuori dalla residenza di famiglia. E interamente ricoperto di sangue.

«Oggi come va? Qualche nuovo ricordo?» chiedo, giunto al centro della sala, a una dozzina di passi da lui. Ignoro il reflusso d’aria al gusto bile tornato a stazionarmi nel palato, come pure il bisogno di sedermi su una delle poltroncine in plastica in cerchio lì accanto.

«Lei è più tipo da alba o tramonto?» mi fa Vaime, mentre imperturbabile continua a scrutare le strade di sotto. Semplice qui dal terzo piano. Semplice quanto notare il suo eludere le domande.

«Nessuna delle due, forse più mezzogiorno» provo a sdrammatizzare. Poi, senza reali motivi, gli confido: «Diciamo che da mesi ho difficoltà sia a prendere sonno che a svegliarmi.» Forse, in modo impercettibile, mi pare scuota la testa ascoltata la frase. «Magari una volta ero da tramonto, per quel senso di compiuto che hai a fine giornata, il lavoro svolto, il ritorno a casa da…»

«Per me è sempre l’inizio della battaglia» taglia corto lui con un tono duro che pare esca da una caverna. Appoggia mani e fronte al vetro, come avesse adocchiato un obiettivo. Perciò passano secondi prima che risponda al mio: «Ci sediamo?»

«Lo chiede tutte le volte. Sa la risposta» dice appannando il vetro con uno sbuffo. «Ho sentito che è lo strizzacervelli dei VIP, che va spesso in Tv, docente universitario, oltre che consulente per la polizia.» Sì, tutto in una vita precedente, penso d’impulso, e mordo le labbra, come potesse sfuggirmi dalla bocca. «Bè, professor Dei, perché questa rinomata clinica, ha un così disperato bisogno di cotanto psicologo, quando ha un intero staff di psichiatri?»

Per chi affermi d’essere. E per cosa hai fatto. Stavolta non sono certo le labbra restino cucite. Perché il gigante si volta a fissarmi con vistose occhiaie nere. Ma stavolta è il mio turno d’eludere la domanda: «Signor Vaime, di che battaglia parlava?»

«Col pagliaccio. Lui è là fuori, libero. Mentre io perdo tempo con lei. Va fermato.» Finito, torna a scrutare le strade come un’irreprensibile sentinella.

«Il pagliaccio, chi è?» domando con tono neutro, perché non colga quanto m’interessi l’argomento. Intanto avanzo un paio di metri e sfoglio la cartella, fino a trovare le foto di com’è giunto qui il paziente: nudo, sporco di sangue, e con indosso una maschera da clown.

«Lui è puro caos.» Si scosta dal vetro. A differenza dei precedenti incontri, viene verso di me, fino a piazzarsi a un metro. Sembriamo Rocky e Ivan Drago pronti al duello. O, viste le proporzioni, Davide e Golia. Eppure, so che non è più tempo di tirarla per le lunghe, vanno affondati i colpi: «Lei davvero non ricorda nulla? Chi è? Cos’è accaduto?»

«Io sono Bruce…»

«No, non è così» non lo assecondo più.

«Sì!» urla. «Cazzo, io sono Bat…»

«Nemmeno» ribatto lapidario, senza remore, riducendo apposta il volume della voce.

Vedo tenderglisi i muscoli del collo taurino. Strizza i pugni. Lo sguardo s’incupisce ancora. Serra la mascella allo stremo. Immagino quei denti stridere. Come la mia emicrania. Ora è a mezzo metro da me. È al limite. Come sull’orlo d’un burrone. In bilico tra scegliere di colpirmi, scagliarmi lontano, o ascoltare. Mai arrivati fin qui. Decido per lui. Sono qui per dar senso, o far crollare, fantasie che, intrecciatesi troppo a fondo con la realtà, l’hanno ingabbiato.

Imparata la cartella a memoria come uno scolaretto, parlo a raffica, d’altronde volevano una terapia d’urto: «Lei è Bruno Vaime, rampollo della famiglia più ricca della città. Sua madre è morta anni fa, cadendo dalla soffitta di casa, aggredita da un branco di pipistrelli. È in quel momento che, in lei, qualcosa si è rotto. Restando però latente. Suo padre credeva fosse una stupida fantasia giovanile: la bizzarra idea, o voglia, di diventare un noto supereroe.»

«Io lo sono» replica con un mezzo ruggito trattenuto, e abbassa la fronte verso la mia. Resto impassibile, spero solo per lui non senta il mio alito.

«Tutti vorremmo esserlo. La pensava così pure suo padre Alfredo…»

«Alfred. Lui non era mio padre» sottolinea Vaime intanto che scuote la testa.

«Invece sì, Alfredo Vaime, che le pagava istruttori d’arti marziali, ingegneri per prototipi d’auto irrealizzabili, addirittura sarti per maschere fantasiose, e chissà cos’altro. Le voleva bene. Soprattutto dopo il primo ricovero, quando gli dissero che per suo figlio c’era poco da fare. Giusto gli psicofarmaci per sopire le fasi acute.»

«No, Alfred era il mio…»

«Alfredo l’amava troppo, e da assecondarla troppo. Finché non ha scoperto l’esistenza della sua nemesi.»

«Il pagliaccio! Lui ha ucciso tutti quelli vicino a me.»

«Bruno, è stato lei. Lei è entrambi» il mio diventa un sussurro dolce, quasi mortificato, che vorrei s’incollasse alla sua mente, per ritrascinarlo alla realtà.

«Via, vada via!» grida di colpo coi pugni in aria, come un orso pronto ad attaccare per difendersi. «È in combutta col pagliaccio pure lei. Lo siete tutti. Conosco le sue trovate. Io sono chi dico, lo so. Fuggirò, e mi farò giustizia.»

Dovrei restare, tentare di calmarlo. Ma le mie budella ritorte decidono per me. Lo mollo là. Fuggo accompagnato dallo stesso cigolio di prima, però adesso somiglia a una liberazione.

Faccio in tempo a fare un passo in corridoio. Mi piego in due dal dolore, e vomito aria e bile fino a sentirmi vuoto, sfinito. Con le mani alle ginocchia, alzo lo sguardo. Trovo Lele lì di fronte.

«Hai visto che è lui davvero!» mi rinfaccia subito.

«No, è impossibile. Sarebbe assurdo. Troppo» dico senza convinzione, con la voce rotta, tiratomi su e strofinata la manica della giacca sulle labbra. «Beh, tanto più assurdo di uno psicologo alcolizzato, che vede e parla col figlio morto da mesi?» mi fa Lele con un sorriso sghembo.

29 risposte

  1. Roberto Fioravanti ha detto:

    Voto questo racconto.
    Il racconto è “avvolgente” e fin dalle prime righe, in un crescendo di emozioni, cattura il lettore che vorrebbe che il racconto non finisse mai.
    Il finale, inaspettato, è la ciliegina sulla torta.

  2. Gina ha detto:

    Racconto che cattura subito il lettore e il finale inatteso , come ci ha abituati Paolo Di Fino , ti lascia disorientato e soddisfatto.

  3. Rosaria ha detto:

    Coinvolgente, mi ha lasciata sulle spine

  4. Gina ha detto:

    Io voto questo racconto per la capacità dello scrittore di catturare la curiosità ma in assoluto per il finale , come sua abitudine, imprevedibile che ti spiazza e disorienta.

  5. Rosaria ha detto:

    Voto questo racconto

  6. Carlo ha detto:

    Voto questo racconto

  7. Davide ha detto:

    voto questo racconto

  8. Stefano ha detto:

    voto questo racconto

  9. Gerardo Di Fino ha detto:

    Voto questo racconto

  10. Luigi ha detto:

    Voto questo racconto che mi ha subito appassionato e ha mantenuto la suspense fino all’ultimo con un finale decisamente inaspettato

  11. Paola Aglieri ha detto:

    Voto questo racconto

  12. Annachiara ha detto:

    Voto questo racconto.
    Incredibile lettura di un batman mai visto!
    Sembra di essere accanto ai personaggi grazie alle descrizioni accurate.
    Il finale è la ciliegina sulla torta. Complimenti

  13. Arianna Giancola ha detto:

    ATTENZIONE: Vi ricordiamo che ogni utente può votare UNA SOLA VOLTA per ogni racconto. Ogni singolo voto viene monitorato dallo staff di due redazioni. Eventuali irregolarità ripetute porteranno all’esclusione dalla competizione del racconto. Questo significa che non solo l’autore non potrà vincere il premio “Scelto dal Pubblico”, ma che non potrà neppure essere selezionato dalla giuria per l’inserimento nella raccolta né, tantomeno, vincere uno dei premi aggiuntivi destinati ai primi tre classificati. Vi invitiamo alla sportività per non danneggiare gli autori che avete invece intenzione di sostenere. Grazie.

  14. Raffaele ha detto:

    Voto questo racconto perché: avvincente,scritto magistralmente e con un finale che ti lascia sorpreso

  15. Alessandra ha detto:

    Voto questo racconto!

  16. Lorella ha detto:

    Voto questo racconto.
    Coinvolge , incuriosisce e sorprende nel finale.

  17. laura ha detto:

    voto questo racconto

  18. Alessandra ha detto:

    Voto questo racconto!

  19. Arianna Giancola ha detto:

    ATTENZIONE: SECONDO E ULTIMO AVVISO. Ricordiamo che per ogni racconto è possibile votare UNA SOLA VOLTA. Se non vedete comparire subito il vostro commento è perché ogni inserimento viene controllato manualmente e, in caso, approvato dai membri dello staff. Per questa operazione, dato il gran numero di voti in arrivo, possono volerci fino a 24 ore. Vi preghiamo quindi di fare particolare attenzione, perché rischiate di danneggiare l’autore che invece state cercando di sostenere. Purtroppo, in caso di irregolarità saremo costretti a eliminare il racconto dal concorso. Vi invitiamo quindi alla sportività e alla pazienza. Grazie.

  20. Dario ha detto:

    Voto questo racconto!

  21. Nicolò ha detto:

    Voto questo racconto

  22. Gianni ha detto:

    Voto questo racconto

  23. Sara ha detto:

    Voto questo racconto

  24. Michele Donati ha detto:

    voto questo.racconto !

  25. Laura ha detto:

    Voto questo racconto!

  26. Gian Mauro ha detto:

    Voto questo racconto

  27. Francesca ha detto:

    Vito questo racconto

  28. Aurora ha detto:

    Voto questo racconto
    Perché da le vertigini, come ci ha abituato Paolo di Fino

  29. Caterina ha detto:

    Voto questo racconto

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