IL FIGLIO DELLE STELLE

Racconto in concorso

IL FIGLIO DELLE STELLE

Di Angela Potente

88 minuti. Mi pare di aver visto un film con questo titolo. Una vita fa. O forse no, forse era solo qualche mese fa. Ho perso la cognizione del tempo. E da quando sono qui? Minuti, giorni, settimane, anni? Qualcosa deve essere andato storto. Lo stordimento che provo è completamente inaspettato. Stavo tornando a casa. La mia ultima missione completata. Ho iniziato a contare le ore che mi separavano dal rientro. Ricordo perfettamente il distacco della capsula, i controlli manuali e i controlli da terra. Il modulo si è separato dalla stazione senza alcun intoppo. La discesa avrebbe dovuto durare circa un’ora, la navicella si è separata in tre parti come da protocollo. Poi quella luce bianchissima, accecante. E ora sono qui, a galleggiare nel vuoto, in preda a un destino che non è stato scritto da nessuno, o forse no. Cerco disperatamente di riannodare i fili della memoria ma è come se qualcuno li avesse tagliati male. Ho vividi ricordi di molte cose ma ho scordato il mio nome. So perché sono qui, cosa ho fatto ma non riesco a rammentare chi sono. Ho dei lunghi flashback ma quando provo a visualizzare me stesso lo schermo nella mia testa diventa nero. Sono qui adesso, prigioniero in una scatoletta, costretto a vagare senza direzione. Qualcosa ha colpito il lato destro del modulo e mi sposta di non so quanti gradi. Durante l’addestramento cosa ci avevano detto per situazioni del genere? Nulla. Una situazione simile non è stata contemplata, calcoli e ipotesi e nessuno che abbia pensato a un distacco delle parti del modulo errato. Tento di girarmi ma l’abitacolo è così piccolo e la tuta così ingombrante che non riesco a muovermi se non per pochi centimetri. 33 minuti fa avrei dovuto provare quello che chiamano “atterraggio morbido” anche se in realtà è come entrare in collisione con un grosso tir mentre tu sei in una piccola Matiz. No. Non ho provato nulla di tutto questo. Galleggio tra infinite stelle. Quelle stesse stelle che guardavo ogni volta sempre più incantato dalla stazione. Ogni volta che potevo mi rifugiavo vicino a uno degli oblò per guardare quel meraviglioso punto blu circondato da miliardi di altri punti luminosi. Nell’osservarlo mi convincevo che solo per quello spettacolo erano valse tutte le mie sofferenze.

Mi concentro per ripercorrere i miei pensieri all’indietro come il rewind fatto su quelle vecchie musicassette di mio padre. Da una nebbia mi appare il suo volto, la sua barba ispida, il suo sguardo orgoglioso quando gli dissi che ero stato scelto nuovamente per una missione. Il primo della famiglia a fare qualcosa di grande e di diverso dall’arare campi di grano. Non lo rivedrò mai più. Non potrò più raccontargli fino allo sfinimento della sensazione unica che si prova quassù.

Ripenso a sei mesi fa. Ripenso a lei. Vedo un frammento di sorriso, sento nella mente la nota dolce e acuta della sua risata, e la sua voce spezzata mentre mi chiedeva: «Sei sicuro di voler andare di nuovo?» Ricordo il suo sguardo in tralice, il sole che le illuminava i capelli regalandole un’aureola dorata, e suoi occhi, azzurri come il cielo, chiari e trasparenti simili a due calmi laghi gemelli.

Perché non le ho detto la verità quella mattina? Perché invece di risponderle solo «Sì, certo» non le ho raccontato che per me ogni missione rappresenta una sfida da vincere? Perché non confidarle che il mio cuore vibra da sempre all’unisono con ogni onda dell’universo? E che mi sono sentito vivo per la prima volta solo quassù? Sarei stato un marito migliore se le avessi detto la verità, senza nascondermi dietro l’alibi del dovere.

In questo momento vorrei tornare indietro e rifare ogni cosa, essere un figlio, un marito e un uomo diverso, non consumato da un desiderio che alla fine mi si è ritorto contro. Vorrei riabbracciare mio figlio, dirgli che la vita non deve essere vissuta come una scommessa con se stessi, e che gli altri non sono solo specchi sui quali riflettere i nostri rimpianti, ma parti di noi da accogliere e proteggere. Io non sono riuscito a proteggere nessuno se non me stesso. Vorrei insegnargli a pescare, suggerirgli i libri da leggere, guardare una partita insieme. Fare tutto quello che non abbiamo mai fatto perché qualcosa mi bruciava dentro e non ero mai perfettamente presente. Solo ora mi accorgo di tutto ciò che avrei potuto fare e non ho fatto. Mi sento quasi stupido solo a pensarlo. Il più stupido degli uomini con il più grande dei rimorsi.

Ma ormai ha più importanza? Dai recessi della mia mente affiora una canzone di tanti anni fa. Era una delle preferite di mia madre. La rivedo mentre con gli occhi sognanti rivolti alla volta celeste la cantava piano. L’amore per le stelle l’ho ereditato da lei, mi lasciò che ero solo un bambino ma ancora ho impresso a fuoco nella mente le sue parole: «Ogni volta che ti sentirai perduto, o solo alza gli occhi verso di loro, saranno la guida luminosa del tuo cammino e non perderai mai la strada». Prima di morire mi fece promettere che avrei perseguito i miei sogni a qualunque costo. Beh direi che il costo è stato abbastanza salato. Adesso sono davvero perso e non so dove guardare e la luce delle nostre adorate stelle non mi indica alcuna strada. Sono l’uomo tradito dai suoi stessi sogni. Sono il Maggiore perso nello spazio. E chissà se mia madre quando mi spiegava i versi della canzone raccontandomi la sofferenza che si prova nel diventare improvvisamente consapevoli del fatto che non si rivedranno mai più i volti amati, immaginava che io avrei un giorno condiviso lo stesso destino del suo figlio delle stelle. Can you hear me major Tom? Comincio a canticchiare piano, le lacrime scendono lente e non ho come asciugarle. Ho appena ricordato il mio nome: Tom. Sono perso nello spazio. E non c’è più nulla che io possa fare.

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