UN LAVORO BEN FATTO

Racconto in concorso

UN LAVORO BEN FATTO

Di Edoardo Di Paola

L’uomo apre gli occhi nel buio della sua camera. Ascolta il brontolio del tuono morente che lo ha strappato dal suo sonno popolato da incubi e che mai gli riesce di ricordare al risveglio. Un lampo rischiara la stanza da letto come se tutte le luci della casa si fossero accese all’unisono. Nuovamente Immerso nel buio, l’uomo sorride. Una volta, quando si verificavano temporali di tale portata non era cosa insolita che andasse via la corrente. Tutto, invece, in casa, stava continuando a funzionare alla perfezione. Ogni abitazione della città è autosufficiente dal punto di vista energetico. I rifiuti si modellano magicamente in energia al servizio di chi li produce. La merda diventa luce e calore e frescura. I pannelli solari compensano la necessità di un surplus di energia. L’uomo decide di approfittare della momentanea perdita di sonno per recarsi al bagno. Mentre orina osserva il display davanti a sé. Dei tre led, solo uno è illuminato, il giallo. Al termine dell’operazione, sul quadrante compare un numero: 50 ml. Mentre si lava le mani, un led bianco del display lo fissa attraverso lo specchio. L’uomo osserva l’acqua e il sapone scivolare giù per lo scarico del lavandino fino alla bestia che abita sotto le fondamenta della casa. L’ergon, miracolo della scienza, creatura dell’uomo destinata a salvare l’opera di Dio. L’uomo sputa dentro al lavabo, fa scorrere un po’ l’acqua e torna a letto. Il led bianco resta acceso ancora per un minuto, poi si spegne.

È mattina, l’uomo sorride davanti a una tazza di caffè e una brioche, nella sua cucina. Afferra l’involucro di plastica della brioche e si sporge verso il muro dove, accanto al lavandino, si trova un elegante display con alcuni pulsanti di diverso colore. Ne preme uno, il led sottostante si accende e sotto al tavolo si apre una piccola botola. Vi getta all’interno la plastica, immediatamente fagocitata e digerita. Il led si è spento. Bene. All’improvviso, un lampo si accende nella sua mente e gli ricorda l’esistenza di una bolletta, quella del servizio rifiuti. Alla scadenza mancano tre ore. Un attimo prima di uscire, si ferma con la mano sulla maniglia della porta e con la mano libera si dà uno schiaffo sulla fronte. La sua pillola mattutina. Questa sua leggerezza mentale comincia un po’ a preoccuparlo. Prende il tubetto delle pillole: ne è rimasta solo una. Si avvicina al display e preme il pulsante dedicato alla plastica da riciclare. Si accende il led blu, che con generosità gli concede il permesso di liberarsi del rifiuto indesiderato che ha in mano. In quel momento, la casa sembra prendere vita. Una litania sonora, ripetitiva e fastidiosa, fuoriesce da invisibili altoparlanti e nel display lampeggia rapidissimo un led nero. Intanto, il tubetto di plastica è stato malamente rigettato sul pavimento dalla bocca metallica, come un bambino capriccioso che rifiuta del cibo. L’uomo resetta il display, irritato. Si sente un idiota. È un contenitore di medicinali, brutto idiota. Rifiuto speciale. Preme il pulsante sopra il led nero. Stavolta la bocca è soddisfatta. Gli è già capitato di sbagliare ma ogni volta viene puntualmente colto di sorpresa. Comunque sia, è ora di andare pagare il tributo al divoratore di rifiuti. Dopo aver alleggerito il portafoglio, l’uomo si scopre sempre affamato. Infila il pugno in un congegno a lato della porta, simile all’imboccatura del serbatoio di idrogeno d un’auto. Il display diventa verde e la porta gli concede di entrare in casa e senza indugiare inizia a prepararsi il pranzo. La successiva pulizia delle vettovaglie non gli impedisce si continuare a mangiucchiare un sandwich. Nel display in cucina, due led, uno bianco, l’altro arancione, segnalano che il mostro al di sotto del lavandino sta smaltendo acqua, sapone e residui di cibo. Il vapore dell’acqua calda appanna gli occhiali dell’uomo che con un movimento goffo li fa scivolare a pochi centimetri dal tritarifiuti. Li recupera con il cuore in gola, li asciuga e li inforca. Sta terminando di ripulire una scodella, quando prova la sensazione che qualcuno lo stia scuotendo per le spalle, ma in casa è solo, nessuno può toccarlo. Gli sembra di vedere il lavandino e la finestrella al di sopra di esso ondeggiare. Un capogiro, immagina. Qualcosa si muove scompostamente sotto i suoi piedi. L’uomo sta quasi per cadere per terra, si afferra al lavandino viscido d’acqua e sapone, il suo corpo scatta in avanti, una mano perde la presa e lui sbatte la fronte contro il rubinetto metallico. Poi inizia ad urlare. La sua voce combatte con il disturbante rumore del tritarifiuti. L’uomo raccoglie tutte le sue forze e dà un poderoso strattone all’indietro. Sente uno dei rumori più raccapriccianti che abbia udito e si ritrova sul pavimento. Il tritarifiuti gira ancora e il lavandino è sporcato da uno liquido rosso e schiumoso. L’uomo non lo sa, ma anche il suo viso è costellato da macchioline di sangue. Si guarda la mano sinistra. Per terra si è già creata una piccola pozza di sangue. Gemendo, si alza e prende il cellulare dal tavolo. Vede lo scempio nel lavandino. Osserva con orrore il tritarifiuti che gli ha tranciato e inghiottito due dita. Afferra il cellulare ma Il numero d’emergenza è occupato. Mentre riprova a chiamare, si fascia la mano con un panno. Un terremoto, pensa. Ecco cos’è stato. Le linee saranno sicuramente intasate. L’uomo si guarda attorno con occhi opachi. Dovrebbe disinfettare la ferita. Sarebbe opportuno. Ma solo il guardare la grezza fasciatura gli mette timore. Non vuole rivedere ciò che è diventata la sua mano. Non è più una mano. Dovrebbe dargli un nuovo nome. Il tritarifiuti si è fermato. Il led arancione è acceso. Il suono del citofono lo fa trasalire. Al di sopra di esso interno c’è un piccolo schermo collegato alla telecamera di sicurezza esterna. Tre uomini, abbigliati in maniera identica: tuta verde. Le riconosce all’istante. Le produce la ditta per la quale lavora. I tre personaggi lavorano per l’azienda di riciclaggio rifiuti, la KAYT (Sii consapevole di cosa ti liberi). Tenendosi la mano sotto l’ascella, l’uomo apre la porta e li fa entrare. “Salve”, ansima l’uomo, “è un sollievo riuscire a parlare con… Io… mi sono fatto male… la mia mano. C’è stato un terremoto… ho tentato di chiamare qualcuno, ma… Per favore, potreste portarmi in ospedale? Io… IL TRITARIFIUTI HA SPAPPOLATO LA MIA MALEDETTA MANO!” L’uomo ha le lacrime agli occhi e nessuno dei suoi tre ospiti ha ancora aperto bocca. Quello che è stato il primo ad entrare inizia lentamente a parlare come se si rivolgesse ad un individuo un po’ tardo: “Nulla di ciò che ci ha raccontato è nuovo, per noi. Come lei ben dovrebbe sapere, tutti i nostri macchinari sono ben capaci di riconoscere gli scarti per i quali sono stati progettati. Possiedono sensori sensibilissimi che non ammettono errori. La nostra percentuale di riciclaggio è del 100%. Come si suole dire, ad ognuno il suo. E quindi…”. L’uomo lo interrompe brandendo i resti della mano sanguinante: “Perché mi state dicendo questo? Cosa me ne importa? Ho bisogno di aiuto, non capite? La mia mano…” “Siamo qui per lei. È lei che non capisce. Quel tritarifiuti è una nostra creatura. È quasi vivo, in effetti. Gli manca solo la parola”. I tre sghignazzano all’unisono. “Ma cosa volete da me? Non avete pietà?” “Oh, ne abbiamo moltissima. Il suo dna è stato registrato dai sensori del tritarifiuti e dal cervello elettronico della sua casa. E poi, le telecamere interne, le ha forse scordate? L’allarme non cesserà. Il segnale di errore vivrà finché noi non interverremo”. Solo in questo momento l’uomo nota che nel display della cucina tutti i led stanno lampeggiando. “Cosa vuol dire?” “Mi spiace, ma lei è un indesiderato, qui, signore. Un rifiuto. E, in quanto tale, di nostra proprietà. E adesso, risolveremo il problema. Perché è esattamente questo che è diventato, signore. Non ci crei fastidi, la prego, allungherà solo la sua agonia”. “Agonia?” La parola rimbalza nel cervello dell’uomo. Si accorge solo adesso che l’uomo in tuta più vicino alla porta ha un sacco nero a tracolla. Ne tira fuori un astuccio e da esso una fiala e una siringa. Gli altri due lo tengono fermo. L’uomo inizia ad urlare ma la puntura sul suo braccio nudo è più rapida del morso di un serpente. Si sente immediatamente intorpidire le gambe molli, non lo reggerebbero più se non fosse tenuto in piedi da quattro mani. Non riesce a parlare, emette solo deboli suoni inconsulti e fatica a respirare. Per terra viene steso un grande telo di plastica. Adagiano l’uomo sopra di esso. I tre si armano di grossi machete e cesoie chirurgiche. “Non si preoccupi, non sporcheremo nulla. Lei ha la pressione del sangue molto bassa, al momento. Certo, qualche schizzo potrebbe sempre partire, ma stia tranquillo, ripuliremo tutto quanto”. L’uomo percepisce ogni filamento del suo corpo che si distacca da sé, ogni lembo di carne, ogni pezzo d’osso che si frantuma. Mai avrebbe potuto credere che al mondo potesse esistere così tanto dolore. Ma non è in grado di urlare né muoversi. Vede brani dal suo corpo ammucchiati di lato come immondizia. Poi annega in un mondo di buio, galleggia nell’oscurità e si sente felice, sereno. Senza preavviso, qualcosa dentro di lui si spegne. I tre uomini sono soddisfatti. Tutto il sangue è rimasto sul telo. Un lavoro davvero ben fatto. Ognuno afferra un pezzo di carne, un arto tranciato, parti di intestino, i genitali e lasciano che il tritarifiuti compia il lavoro per cui è nato. L’allarme silenzioso si spegne. Rimane acceso solo il led arancione. La testa dell’uomo, lasciata per ultima, viene divisa in quattro parti e i tre scommettono su chi toccherà l’ultimo pezzo. Quindi versano con attenzione il sangue dentro il lavandino e il telo viene lavato e ripiegato. Il led arancione si spegne. Il mostro sotto la casa è soddisfatto. I tre si guardano attorno. La casa è pulita e in ordine. Sembra quasi che nessuno l’abbia mai abitata.

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