MATILDE E LA BATTAGLIA PER LA FANTASIA

Racconto in concorso

MATILDE E LA BATTAGLIA PER LA FANTASIA

Di Leonardo Rusignuolo

Matilde si svegliò per la seconda volta quella notte. Fuori il candido freddo di febbraio, che quest’anno era stato più bianco, più incantato di quello degli altri anni, formava una brina sul tetto della casa in mezzo alla radura del bergamasco. Chi avrebbe voluto svegliarsi, la notte, in una casa così isolata?
Fin da piccola, Matilde aveva passato intere giornate a fingersi una principessa o una nobile incantatrice e ad attaccare i draghi nascosti dietro ai boschi e i demoni che sbucavano dalla terra; ma più gli anni passavano, più le sembrava che i mostri che combatteva fossero più simili a ragazzi brufolosi e arroganti e a ragazze con cellulari più grandi di scudi magici, che incontrava a scuola e che la prendevano in giro per il disegno che realizzava sempre: il principe-guerriero che vedeva sempre vicino al fiume di casa sua.
“Ma non sei un po’ grande per questi cartoni animati?” le disse la più popolare della classe, strappandole il disegno dalle mani.
“Non si è mai troppo grandi per la fantasia”, le rispose Matilde, mentre cercava di riprendersi il disegno, mentre le altre ragazze ridevano.
“Attenzione, la nostra piccola Matilde cerca il principe azzurro”, disse Lucrezia, la ragazza più popolare della scuola con il disegno in mano. “Sai che c’è, perché non provi a salvare il tuo amato da questa pallina di carta?” e accartocciò il disegno curato tutta l’ora di matematica di Matilde e cominciarono a passarselo per la classe.
Dopo un gioco impari di due minuti, Lucrezia si stufò e lo gettò nel cestino “Ops” esclamò sogghignando. “Il principe è finito all’Inferno”, disse Lucrezia con le sue amiche che ridevano non tanto per la battuta, ma per compiacere Lucrezia.
Matilde rimase tutta la lezione successiva a riflettere: “Odio ammetterlo, ma forse Lucrezia ha ragione, più il tempo passa e meno lo vedo più, il mio principe.”
Mentre sbatteva la penna sul quaderno vuoto pensò: “forse è l’ora di abbandonare questi pensieri infantili e concentrarmi sulla scuola”.
Ma quella notte si accorse che forse non è la crescita a cancellare il mondo magico dell’infanzia.
Matilde si svegliò con un brivido di freddo, la finestra era aperta e da fuori arrivava un profumo molto intenso, dei simpatici canti di diavoletti pestiferi. La ragazza pensò che fosse solo un brutto scherzo della stanchezza, si alzò, richiuse la finestra accanto al suo letto e si rimise a sedere. Ma un piccolo lamento che proveniva da sotto le coperte, la fece alzare di scatto.
“Ehi, ti sembra il modo?” disse un piccolo esserino alato, con gli occhi a forma di stella, un sorrisetto stampato sulle labbra quasi inesistenti e una coda divisa in tre bastoncini aguzzi.
O mio Dio, sto sognando”, si disse Matilde.
“Sigh, non stai sognando, perché per tutti siamo un sogno” disse un esserino, uguale a quello precedente che usciva da sotto il cuscino. “Noi siamo reali quanto loro ma nessuno lo nota mai, dico bene Nobyn?” disse rivolgendosi verso un esserino tale e quale a lui (ma più corpulento) che stava ronzando attorno alla testa di Matilde.
Matilde, convinta che quello fosse un sogno (anche se, sotto sotto, sperava con il cuore che quei simpatici esserini fossero reali) chiese chi fossero quelle simpatiche creature.
“Io sono Oob” disse il diavolo che Matilde aveva calpestato involontariamente, “Loro sono Melvin e Nobyn”.
“Noi tre siamo i figlioletti del Ladro di Fantasia nonché portatori di mediocrità alle persone che crescono, giusto Nobyn?” sogghignò il capo dei tre, Oob.
Nobyn, come prima, non pronunciò alcuna parola.
“Sigh, sai bene che Nobyn non ama parlare, veniamo al punto: il nostro compito è di rubare, a chi vacilla del potere della fantasia, la luce che ha in sé e portarla al nostro creatore che, nutrendosi, potrà creare altri esseri come noi, sigh, e invadere questo mondo dove nessuno ci può vedere e renderla la nostra terra.”
“E perché io posso vedervi?” chiese una Matilde un po’ perplessa.
“Perché tu possiedi ancora la luce all’interno del tuo cuore” disse Oob “ma appena te l’avremo rubata, per te scompariremo e per te questa conversazione non sarà mai esistita.”
“Avanti ragazzi, carica!” disse Oob, scagliandosi contro Matilde, ma finendo incastrato nella porta della camera sua con la coda.
Matilde capì di essere in pericolo. Aprì la porta e scappò nel corridoio con direzione scale, il più rapidamente possibile.
“Sigh, forse serviva prima un piano, anche se non è in gamba come i piccoli potrebbe essere più sveglia del previsto.”
“Cosa state aspettando brutti arlecchini, liberatemi e inseguiamola” esclamò il piccolo diavoletto estremamente imbarazzato per quella situazione.
“Non dovremmo chiamare rinforzi?” disse Nobyn.
“Nobyn, ma sei un genio, non parli mai ma quando lo fai dici cose senz’altro giuste.”
“Sigh, Nobyn quando parla mi fa sempre piangere!” disse Melvin con i lucciconi agli occhi.
Matilde stava correndo giù per le scale, non sapeva se essere strafelice nel vivere un’avventura così o se essere spaventata dalla possibilità di perdere l’ultima cosa che la rendeva stabile e a cui teneva di più: la fantasia.
Aprì la porta e si diresse verso il piccolo lago, dove sperava che avrebbe visto il principe, suo compagno d’avventura, con cui aveva sconfitto mille creature.
“Presto, sta scappando” disse Oob a Melvin “estrai l’arma che ci ha dato il re.”
“Sigh, se è proprio l’unico modo” disse Melvin estraendo tre strani ciondoli (uno rosso, uno verde, uno azzurro) con il simbolo di una F rovesciata.
“Avanti, sapete cosa fare ora.”
I tre si misero in cerchio e unirono le punte esagonali di quegli strani ciondoli; da essi cominciò a uscire il suono di strane risatine pestifere e il riflesso di molti occhi pazzerelli. Cominciarono quindi a muoversi intorno al cerchio con un’andatura lenta, poi un po’ meno lenta, poi normale, poi più veloce di normale, poi veloce e poi velocissimo, con il rumore delle risatine che aumentava sempre di più.
Quel cerchio sembrava infermabile, ma ad un tratto si fermò di colpo aprendo un varco che veniva dal mondo di Copiarania, un luogo segreto dei tanti su cui governava il Ladro di Fantasia.
Da questo varco uscirono numerose copie, con gli occhi più stralunati e la lingua di fuori, di Melvin, Nobyn e Oob. Cominciarono tutte a spostarsi come molecole nell’aria.
“Ho la faccia davvero così brutta?” chiese Oob “No non è possibile, hihhih, è proprio una copia.”
Poi, dopo essersi ripreso dallo shock di aver visto, dopo tanti anni, così tante copie di lui e dei suoi compagni, richiamò l’attenzione delle “molecole impazzite” ed esclamò: “Compagni, pronti alla carica, colpite tutto ciò che incontrate, l’importante è riuscire a rubare dal cuore della ragazza la “sacca della fantasia”, pronti, via!”
Quei diavoletti, come uno sciame che rideva, spaccarono le finestre della cameretta di Alice e si diressero verso il lago dove, la nostra Matilde, stava cercando il suo principe.
“Sigh, sei proprio un grande leader Ob.” Singhiozzò Melvin.
“Svelti branco di rammolliti, sapete bene che le nostre copie possono bloccare la ragazzina ma non possono penetrarle nel cuore, inseguiamola anche noi.”
I tre si diressero, seguendo la scia di rami spezzati da quello sciame impazzito, verso il lago dove Matilde stava cercando il suo principe.
“E se l’avessi davvero imprigionato dentro quel foglio? Se il mio dubitare di lui lo avesse fatto sparire? Non può essersene andato, devo cercare meglio!” Disse la giovane ragazza turchina scrutando l’orizzonte, da cui vide arrivare uno sciame che si era disposto a forma di mano gigante per agguantare Matilde.
Matilde, con un sussulto quasi involontario, riuscì a schivare il primo attacco gettandosi nell’acqua, ma fu inerme al secondo che la impugnò come si impugna una mela. A nulla servirono i suoi tentativi di dimenarsi.
“Presto non abbiamo tempo” esclamò Oob arrivato sul posto “L’effetto dell’incantesimo qui è molto ridotto.”
Si avvicinò alla ragazzina con in mano una strana provetta con una puntina sul fondo arrotondato.
“Goditi questi ultimi momenti, perché tra non molto tutto ciò che ti legava ancora a noi sarà in mano nostra.”
“Se solo non avessi lasciato il principe lì, avrebbe potuto salvarmi, come ai vecchi tempi.” Disse la ragazza mentre vedeva le gocce rosa sfilare dentro la provetta e lei si sentiva sempre più debole.
“Fermo là!” gridò una voce che si sollevò con il vento e che impattò contro quelle copie che vennero sparpagliate via come birilli da bowling.
“Cosa? Impossibile, chi sei tu?” chiese Oob rivolgendosi a quella strana sfera luminosa.
“Io sono il compagno della mia fedele principessa.” disse quella luce da cui uscì una pallina accartocciata, poi si rivolse a Matilde e disse: “Scusami tanto se ti ho fatto attendere.”
“Non avevo dubbi che saresti venuto.”
“Tutto molto commovente, ma lasciateci finire il lavoro.” Disse un Oob preoccupato.
“E allora il vostro tempo scadrà!” Disse la pallina di carta colpendo il diavoletto che finì addosso ai suoi compagni di trio come una palla da bowling.
“Usa le mie gocce di fantasia per rimandarli nel loro mondo.” esclamò Matilde ancora indolenzita “Se la fantasia è ciò che li fa rimanere qui, la fantasia sarà anche ciò che li rimanderà nel loro mondo.”
Così il principe fece, circondandosi di una luce di un rosa neonato, ingrossandosi a dismisura come fosse un involucro divino e si schiantò a terra, da cui si aprì un varco per il mondo del Ladro di Fantasia che risucchiò come un vortice i tre diavoletti e le copie ancora indolenzite rimaste.
Ma da quel varco uscì anche un uncino, che trafisse la carta del principe, tra gli urli di Matilde e lo portò con sé.
Il varco stavolta si chiuse, con un pezzo di carta, strappato dal principe, che cadde come pioggia in mano a Matilde insieme alle sue gocce di fantasia con cui il principe l’aveva salvata.
“Giuro sulla mia vita che troverò il modo di riportarti in questa terra.” disse una Matilde determinatissima, con le lacrime agli occhi, prima di addormentarsi per terra, sulla riva del lago, per la stanchezza.

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