IL SEGRETO DEGLI INNOCENTI

Racconto in concorso

IL SEGRETO DEGLI INNOCENTI

Di Roberto Masini

Prologo. Giuseppe Merlet accarezzava la testa di Bill che uggiolava, cercando di leccargli la faccia. Alzò gli occhi al cielo e cominciò a vederle. Decine di stelle cadenti solcavano la piccola porzione di cielo sopra Mandriou, in Val d’Ayas. La notte di San Lorenzo lo vedeva sempre allo stesso posto sul crinale con il suo cane, entrambi con il naso all’insù. Stelle cadenti, desideri racchiusi nella mente e mai realizzati. Ma forse questo era l’anno buono, forse poteva riuscire a vendere il suo gregge e scendere ad Aosta, dove l’attendeva il fratello finanziere con la sua proposta di un impiego statale. Forse. Lo sciame delle meteore continuò per circa un’ora. Poi, intorno a mezzanotte la vide: una stella cadente diversa dalle altre. Era molto più luminosa ma più lenta rispetto a quelle che aveva visto fino a quel momento. Si abbassò sempre di più e sembro schiantarsi dall’altra parte della valle, vicino a Mascognaz. In quel preciso istante Bill ringhiò e tutto il gregge lì vicino innalzò alti belati.

Il giorno dopo molti valligiani si precipitarono a Mascognaz, vicino alla cappella di San Grato sulla quale si era abbattuto un abete secolare. Il tronco era lesionato come se fosse stato colpito da un fulmine ma non pioveva da giorni. Molti avevano visto la strana stella cadente e fecero sopralluoghi ma non trovarono niente. Per altri dieci giorni la quiete dei mandriani e dei pecorari fu disturbata da sedicenti ufologi che proprio a loro chiesero notizie. Poi alla tv un astrofilo disse che l’avvistamento poteva riferirsi a spazzatura spaziale. Si trattava probabilmente di un frammento del terzo stadio del russo Soyuz-FG lanciato proprio il 9 agosto. Il frammento aveva abbattuto l’albero. Dopo un mese, erano spariti tutti i curiosi.

Strage di pecore. L’agente della Forestale non poteva credere ai suoi occhi: sei agnelli sventrati, venti pecore gravide uccise e una decina ferite che rischiavano di dovere essere soppresse. “Può essere stato un lupo?” si domandò. Si tolse il cappello, grattandosi la pelata e poi si rivolse a Giuseppe Gerthoux: «Ti sei fatto un’idea su questo scempio?»

«Tu sai, il mio gregge era protetto da reti di un metro e mezzo di altezza, montate secondo direttive anti-predatore, ma stamattina ho trovato le barriere coricate e un recinto vuoto. È successo questa notte. Ho capito subito che era stato qualcosa di molto violento. Sono andato a cercare le pecore disperse e ne ho trovate una ventina azzannate sotto il collo o spanciate. Degli agnelli era rimasto ben poco. Poi purtroppo ci sono molte altre pecore ferite a tal punto da dover essere soppresse. Ti domando di avvertire i due soliti veterinari che dovrebbero salire qui per valutare il da farsi» e poi aggiunse, sconsolato, «Non le ho ancora recuperate tutte! Mi sono rimasti incolumi solo dieci pecore e tre agnelli».

I veterinari inviati dal Dipartimento di Sanità Animale si trovarono di fronte a tracce frammentarie e comunque indecifrabili. Recintarono l’intera zona del massacro e richiesero la supervisione di un noto zoologo di Aosta, il professor Mariani, il quale giunse il giorno dopo.

Esaminò palmo a palmo il terreno e poi tutte le pecore e gli agnelli uccisi. Domandò anche di vedere pecore e agnelli sopravvissuti.

«Allora, professore, lei ha capito chi è stato?»

«Caro Giuseppe» rispose il luminare al pastore, «hanno voluto farci credere che questa strage fosse opera di lupi ma non è così! Sul terreno, infatti, non ho trovato nessuna impronta di lupo ma nemmeno di cane. Ci sono solo impronte di zoccoli di pecora e anche degli agnelli e nient’altro. O meglio, qualcos’altro c’è!»

«Che cosa ha trovato?» domandò un veterinario.

«Erba schiacciata non solo dagli zoccoli delle bestie impaurite ma anche da altre impronte simili a ciaspole. Quindi non dobbiamo dare la caccia ai lupi ma agli uomini!»

«E delle tracce sulle carcasse che mi dice?» domandò il secondo veterinario.

«Qui ci troviamo invece a qualcosa che sembra inspiegabile. Gli animali sono quasi completamente dissanguati. Le impronte dei morsi sembrano appartenere a un ermellino. Ora l’ermellino si ciba di lepri, scoiatoli e topi, non certo di pecore e non esiste, che io sappia, un ermellino-vampiro! Tutto ciò m’induce a credere che chi ha compiuto la strage si è avvalso di tenaglie che riproducevano la dentatura di un ermellino. Penso però che abbia esagerato a disseminare indizi assurdi. L’unica pista possibile è dunque quella scontata del cui prodest. Chi aveva interesse a liberarsi delle pecore di Giuseppe? Scoperto il movente, trovato il colpevole, umano!» 

Nei giorni successivi furono di nuovo esaminate le carcasse delle pecore per cercare altre impronte che rivelassero la presenza di uomini ma senza risultati.

Dopo cinque giorni, un altro pastore che aveva un piccolo gregge vicino a Lignod, trovò cinque pecore sgozzate e anche il cane.

Lo scempio continuò con un intervallo regolare di cinque giorni, sempre di notte, e coinvolse tutti gli allevatori di pecore della Val d’Ayas.

Le indagini non portavano a niente, anche se la Forestale aveva iniziato a pattugliare ogni notte la valle.

I giornali locali cominciarono a parlare di uno strano serial killer che uccideva le pecore. Mentre sedicenti criptozoologi si aggiravano alla ricerca della nuova specie di ermellino.

Tutte le volte che Giuseppe guardava le sue pecore superstiti gli saliva un groppo in gola. Gli occhi erano spenti e alcune producevano meno latte, altre non ne producevano affatto. Gli agnelli svezzati erano ancor più stressati; chiedevano ancora latte ma le loro madri sembravano ignorarli. Rifiutavano il mangime che avevano gradito fino all’aggressione e, dopo il latte, pretendevano solo erba medica. Erano rimasti in tre e stavano sempre vicini. Avevano un comportamento che non aveva mai visto; tutte le volte che Giuseppe si avvicinava per dar loro qualcosa da mangiare, gli agnelli si disponevano a stella e, a turno, tentavano di dargli testate. Uno, addirittura lo morse a un dito. Domandò spiegazione ai veterinari che non seppero rispondere.

Poi nei pressi del paesino di Bisous capitò di nuovo. Barriere divelte e dieci pecore sgozzate dal solito ermellino con le ciaspole ai piedi!

La veglia di Giuseppe. Il pastore era deciso; doveva scoprire cosa stava succedendo alle pecore della Val d’Ayas. Si sarebbe appostato vicino all’ovile, fingendo di dormire.

Se i suoi calcoli erano giusti, il serial killer che sgozzava le pecore doveva colpire quella notte.

Si mise anche a russare. Aprì un occhio. Sopra di lui le costellazioni del cielo di settembre. Andromeda, Cassiopea e l’Orsa Minore con la stella polare. Un fruscio, un cigolio. Giuseppe aprì anche l’altro occhio. I tre agnelli stavano uscendo dall’ovile! Silenziosissimi, superarono con un balzo di due metri le reti anti-lupo e scomparvero nella notte. Si alzò e cominciò a inseguirli; il fucile a tracolla e Bill davanti a lui.

Pensava già di averli persi, quando invece li vide saltellare lungo il sentiero. Li seguì cauto, seguendo quelle strane impronte di zoccoli molto grandi e larghi. Le ciaspole del professor Mariani? Si stavano dirigendo verso Mascognaz. Superato il paese, si fermarono in un campo. Qui cominciarono a battere con gli zoccoloni il terreno fino a formare un’enorme buca. Ci si ficcarono dentro. Giuseppe si avvicinò all’apertura dalla quale proveniva una strana luce color magenta. Si sporse con estrema cautela, dopo aver ordinato a Bill di rimanere seduto immobile. Quello che intravide gli parve inconcepibile e orribile al tempo stesso. Là sotto c’era una specie di capsula spaziale e i tre agnelli la stavano riparando in uno strano modo. Dai loro occhi usciva un raggio color magenta che faceva spostare gli oggetti: motori, strane ruote dentate, cerchi ovali e tubi. Lavorarono per tre ore, poi si fermarono. Giuseppe, sconvolto, capì che non avevano ultimato la riparazione e che quindi sarebbero ritornati all’ovile. Prima che riemergessero dalla buca, Giuseppe e Bill si erano fiondati sulla strada del ritorno.

Riguadagnarono l’ovile e attesero. Dopo mezz’ora i tre agnelli ricomparvero e rientrarono nell’ovile.

Giuseppe prese la testa del suo cane fra le mani e gli disse:

«Bill, Bill, guardami! Non sono pazzo! Non sono pazzo! Li hai visti anche tu. Sono degli alieni. Ho contato e ricontato il mio gregge ed ero convinto che quelli fossero proprio i miei tre agnelli rimasti! Non sembra che abbiano copiato il loro aspetto esteriore ma che quella sia, esclusi gli zoccoli, la forma normale sul loro pianeta, il pianeta degli agnelli. Altro che silenzio degli innocenti! Se andassi a raccontarlo agli altri pastori, non mi crederebbero: direbbero che ho bevuto troppo genepì. Se andassi a dirlo ai veterinari, mi chiuderebbero in un manicomio!» e poi, titillandogli le orecchie, aggiunse «E tu rischieresti di finire in un canile ad Aosta!».

Bill cominciò a guaire e Giuseppe gli intimò il silenzio.

“Devo agire subito.” Pensò. “Questi extraterrestri potrebbero leggermi nel pensiero e io non devo farli ripartire!”

E, afferrata una torcia, diede fuoco all’ovile.

Epilogo. «Di chi era mai questo cane?» domandò un custode. «Io non lo sopporto più!»

L’altro gli rispose:

«Come! Non lo sai? Non li leggi i giornali?»

«No: i giornali raccontano solo cazzate!»

«Può darsi ma ascolta. Hai mai sentito parlare in giro del mistero dell’ovile di Mandriou?»

«In Val d’Ayas?»

«Sì!»

«Non ne so niente!»

«Dunque, due mesi fa hanno trovato nell’ovile di Giuseppe Merlet, il suo corpo carbonizzato insieme alle carcasse di dieci pecore. Sembra che ad appiccare il fuoco sia stato lo stesso pastore per motivi ancora ignoti. L’unico sopravvissuto è stato questo qui, Bill, il suo cane. Al mistero dell’incendio se n’è aggiunto un altro. Un pastore amico del morto, tal Giovanni Fosson, aveva giurato che oltre alle pecore in quell’ovile c’erano anche tre agnelli i cui corpi non sono mai stati trovati!»

«Ora mi spieghi che cosa c’entra tutto ciò con il fatto che questo maledetto cane, ulula come un pazzo tutte le notti, alzando il muso verso il cielo?»

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