L’ESTINTORE

Racconto in concorso

L’ESTINTORE

Di Susanna Fontana

Toru non era per niente emozionato, per lui quella era una missione come un’altra, nonostante fosse appena atterrato su un ulteriore strato del pianeta. In realtà, quell’extramondo una volta era stato il territorio del suo popolo, poi obbligato a sprofondare negli abissi a causa della sporcizia. Tra la melma, la sua navicella riuscì a risalire dal fondale. Aprì lo sportello e vide subito Ana. Prima ancora sentì quell’inconfondibile odore di salsedine marcia e fu abbagliato dai suoi occhi sbarrati. Provò una sensazione di tenerezza e al tempo stesso percepì una tensione corporea che voleva spingerlo a proteggere quella donna. Ma lui era lì per fargliela pagare e conosceva solo un modo per portare a termine quella missione.

Ana continuava a non muoversi. Magari funzionava come coi dinosauri. Davanti all’indicibile, era sospesa tra il terrore e la curiosità: voleva vedere come sarebbe andata a finire. Di essere la prescelta, lo aveva capito. Ma non sapeva per cosa.

Mentre le si avvicinava, Toru ripensava a tutta la plastica che aveva dovuto ingoiare. A come si era sentito usato, calpestato, gettato via. Fu in quel momento che il suo sguardo scuro cambiò e si fece feroce. E fu lì che Ana, all’improvviso, sentì di essere una preda. Fece qualche passo indietro, poi si voltò e cominciò a correre. Cercò di ricordarsi i movimenti più utili di ogni sport che aveva praticato. Il respiro, la schiena, la falcata – ampia e col piede rasente il terreno. Le braccia l’avrebbero aiutata: immaginò che l’aria, all’improvviso umida e spessa, fosse l’acqua di una piscina.

In quel momento, mentre fuggiva dall’ecomostro, si ricordò che anche sua zia Clara doveva aver provato quello stesso terrore, quando da giovane si era trovata da sola in montagna. Come sempre, la zia aveva prenotato in uno di quegli hotel tutto incluso dove, oltre ai pasti, di assicurato c’era anche la compagnia. Erano previste gite e attività all’aperto, mentre la sera si organizzavano spettacoli teatrali, più o meno riusciti. Veniva chiamata “animazione”: dava anima a dei corpi che, in quanto vacanzieri, a quanto pare non la possedevano. Clara comunque abbondava di anima, era molto religiosa, e per non rischiare un eccesso di animazione che l’avrebbe forse ascesa al cielo, evitava con cura tutte quelle attività. Ma era molto rassicurante sapere che esistevano, soprattutto mentre si passeggiava da sole nei pressi di una malga. Durante una di quelle camminate, tutto sembrava in armonia, quando in lontananza, sul prato in discesa, sbucò un fiore diverso dagli altri. Era la testa di un uomo, né giovane né vecchio, ma sicuramente aveva i capelli. La zia, che mai si era veduta bella ma sempre aveva visto i maschi come dei cacciatori, quasi avessero un fucile tra le gambe e lei un bersaglio tra le cosce (altrove non era permesso, ma neanche comprensibile: tant’è che pochi anni prima, quando Ana era ancora una ragazzina, aveva dovuto spiegarle in che senso e in che modo si poteva dare piacere utilizzando la bocca), si sentì subito in pericolo. Soprattutto quando l’uomo-pistillo cominciò ad accelerare il passo nella sua direzione. Non si sa se la zia Clara prese in considerazione l’ipotesi del doppio moto relativo, sicuramente applicò la terza legge universale della fisica e, vista nell’incedere dell’uomo una minacciosa causa, come effetto si mise a correre a perdifiato. Nella direzione opposta, se non si era capito. Nel mentre, invocava la protezione della Santa, nonostante queste preghiere togliessero fiato a lei, ed energia alla corsa; non si voltò neppure una volta, tanto era convinta di essere preda. Lì, all’aperto, su un prato, come in tante canzoni che aveva ascoltato di nascosto. Quella sì, che era animazione. Finché, giunta a un mucchietto di case, toccò con il palmo della mano il muro rosa della prima che incontrò, come a invocare una protezione, perché nei giochi di quando era bambina funzionava così. Finalmente, per la prima volta da quando aveva cominciato quella folle nuotata nell’aria, si voltò e vide solo fiori innocui, nessun tronco, tantomeno uomini. Ringraziò la Santa e, invece di vedersi come una poveretta sventurata, così fragile e diffidente da sentirsi sempre un soffione in mezzo alle bocche di leone, si reputò molto fortunata.

Adesso Ana non si ricordava il nome di quella Santa. E in ogni caso non avrebbe sprecato il suo fiato invocandola. Man mano che scappava dall’ecomostro, però, le sue certezze vacillavano e lei perdeva terreno. Come nelle Paludi della Tristezza, dove era morto Artax: se ti lasciavi andare alla disperazione, le sabbie mobili non perdonavano e ti avrebbero risucchiato nel profondo assieme alla tua infelicità, cosicché le tue lacrime potessero alimentare la melma mortale. I sensi di colpa le afferravano il polpaccio, provocandole crampi improvvisi. Con una lucidità incredibile, le tornarono alla mente tutti i peccati che aveva commesso. Quella volta che aveva scarabocchiato tutte le pagine del diario dell’amica, o quando pur potendo non aveva fatto la raccolta differenziata. Quel giorno che ferì lo scemo del quartiere davanti a tutti, dandogli non solo dello sfigato ma anche del nano obeso. O quando picchiò i suoi cani senza motivo, e loro subirono tutto.

D’un tratto il crampo si fece più acuto. Erano le unghie dell’ecomostro. L’avevano agguantata. Sulla sua pelle si stavano formando delle lunghe autostrade rosse. Incredibile quanto potessero essere regolari, nonostante la lotta. Lui cominciò a ricoprirla di saliva: quel liquido salmastro era capace di parlare, penetrandola nei pori, nelle narici, mentre nelle orecchie le sussurrava implacabile tutti gli insulti che lei aveva rivolto al popolo di Toru nel corso della sua vita. Sembrava fossero infiniti. Alcuni si ripetevano, con leggere variazioni. Qualcuno sarebbe andato bene in tutte le occasioni. Altri erano parole uniche, offese confezionate su misura e che quindi sul suo corpo facevano più male; talvolta troppo strette da togliere il fiato, altre larghe, da provocare vesciche.

Toru si ritrovò su di lei, quasi senza accorgersene. Il suo corpo martoriato dall’inquinamento cominciava ad avere reazioni che non conosceva. Il manuale non dava alcuna indicazione a riguardo. Per cui, qualsiasi cosa avesse fatto sarebbe stata “non scorretta”. Era una tattica che aveva usato molte altre volte, anche se in situazioni completamente diverse. Creare e mettersi in una situazione non normata, per cui qualsiasi azione, se anche non condivisa, non sarebbe stata punibile. In ogni caso, ora non stava più scegliendo. Si sentiva liquefare sopra quell’essere grazioso e terrorizzato ma, mentre si scioglieva, diventava anche più pesante. Un peso opprimente, che toglieva il fiato a lei, e qualsiasi volontà a lui. Non riusciva a sentire nessun suono, neppure una vibrazione. Fu per questo che le infilò in bocca l’estremità dell’arto, nel tentativo di afferrarle la lingua e tirarla fuori assieme a delle parole, a dei significanti. Aveva bisogno di significati, che non trovava. Gli tornavano alla mente solo i torti che la sua gente aveva subito, per colpa di Ana e di tutti quelli come lei: pistole puntate alla tempia, sguardi sprezzanti, la noncuranza di chi offende e ferisce senza saperlo, formiche calpestate per gioco e nomi di teppisti incisi sugli alberi. Prove inconfutabili dell’inquinamento e al tempo stesso inquinamento delle prove. Così, prese quel sacchetto viscido che aveva in tasca. Lo aveva riempito di acqua salata e aveva aggiunto le ultime erbe della sua terra. Naturalmente, durante il viaggio verso la superficie melmosa di quel nuovo strato di pianeta, quel composto era diventato ghiaccio catramoso, ruvido e sporco. Toru afferrò Ana e con forza le infilò il sacchetto tra le cosce (altrove non era permesso, su questo il manuale era molto chiaro), spingendolo e tenendolo premuto per un tempo lunghissimo, fino a che il contenuto del sacchetto non si sciolse del tutto e fuoriuscì scivolando sulle gambe di lei, come al termine di un amplesso, liquefatto assieme al sangue di entrambi.

E mentre dall’alto si potevano vedere isole con la forma di un volto che mangiavano il mare (anche la terra, dopo aver subito per millenni il destino opposto, si era rassegnata a erodere l’acqua), Toru riuscì a chiederle in una lingua sconosciuta: «Sei felice?». Lei, senza rispondere, si voltò a guardare il guscio vuoto di una conchiglia, sentendosi ormai simile a quell’involucro vuoto. Lui se ne andò, aggiungendo solo: «Mai mi fu data gioia più dolce del vederti morire.» Una volta c’era stata un’estinzione. Ora il debito era stato estinto.

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