MASTERMIND

Racconto in concorso

MASTERMIND

di Vittorio Sossi

VIOLA

Il prigioniero registrò il lampo di luce senza manifestare interesse.

INDACO

Una sequenza di colori come era già accaduto poche ore prima, all’arrivo della colazione.

ROSSO

Un processo completamente automatizzato senza intervento umano diretto.

VERDE

La mattina il portavivande si era aperto dopo una successione di cinque colori. Attese…

GIALLO

Un ronzio. Uno scatto. Lo sportello scivolò verso l’alto. Due piatti fumanti, un primo e un secondo con contorno, vino e acqua. Sezionò e assaporò i profumi che arricchivano le sue narici. Ben dosati e amalgamati. Lo trattavano con tutti i riguardi.

Si alzò, prese il vassoio e si sedette con movimenti misurati all’ampio tavolo, una gelida tranquillità a uso e consumo di quelli che lo stavano osservando dalle telecamere nascoste nelle pareti: due agli angoli del soffitto, una alla parete più lunga e una dietro quella di fondo. Spie invisibili che ronzavano sommessamente ogni volta che cambiavano il puntamento.

Consumò il pasto fingendo indifferenza, mentre la sua mente brillante analizzava l’ambiente. Un letto ampio, non una branda, una libreria a parete, uno schermo TV con collegamento a un database infinito – ma nessun canale che potesse aprirgli una finestra sul mondo –, due poltrone – come se potesse ricevere ospiti! –, addirittura, un pianoforte a parete, accordato con perizia, – lo aveva provato quella mattina –; conoscevano tutto di lui, ogni gusto ogni debolezza. Si erano preoccupati di predisporre persino un angolo per le attività fisiche, fornito di attrezzi rigorosamente di materiale plastico, per tenere in forma un corpo destinato a striminzirsi nelle limitazioni della prigionia.

Nella sua vita aveva conosciuto uomini mediocri e privi di orizzonti che avrebbero sottoscritto un’esistenza simile, libera da incombenze e preoccupazioni. Uomini che disprezzava con genuino livore e i carcerieri erano degli illusi se credevano di ammansirlo con una prigione dorata. Aveva altre ambizioni, pulsioni irrefrenabili.

Proseguì il pasto ingerendo piccole porzioni di cibo, masticando con lentezza e curandosi di stimolare ogni angolo sensibile della bocca. I profumi non erano stati mendaci: il pasto era ottimo anche se non eccelso. Se avesse potuto confrontarsi con il cuoco, avrebbe avuto un paio di suggerimenti per rendere i sapori indimenticabili.

Ma nessuno avrebbe oltrepassato la soglia che lo separava dal mondo esterno, di questo era sicuro. L’arredamento da suite di albergo non mascherava la vera natura di quella stanza: una cella.

VIOLA INDACO ROSSO VERDE GIALLO

Cinque colori, disposizione semplice, formula risolutiva fattoriale, un numero di combinazioni non elevato. Anche la mattina si erano succeduti cinque colori, ma con due ripetizioni:

VIOLA VIOLA ROSSO VERDE VERDE

Disposizione con ripetizioni, formula risolutiva esponenziale, semplice da risolvere: occorrevano tempo, logica e metodo e lui ne aveva in abbondanza di tutti e tre. L’unica incognita era il numero di tentativi a disposizione.

Sorrise ed ebbe un moto di nostalgia. Mastermind era il suo rompicapo preferito da bambino. Quanto avevano frugato nella sua vita privata per conoscere anche questo particolare? Era un caso che usassero un codice cromatico per attivare le porte? O era un segno del destino?

Terminato il pasto usò gli attrezzi per risvegliare i muscoli assopiti. Nel frattempo, sbirciava con noncuranza la porta della cella: più che un varco, un trompe-l’oeil quasi invisibile nella fissità del muro. Non c’era serratura, non c’era la classica finestrella, neanche uno spioncino.

I suoi carcerieri non volevano contatti con lui: quasi fosse una bestia ferita o un appestato. Una saggia decisione.

Quella mattina, dopo la colazione, aveva misurato a passi la stanza, comportandosi come un leone in gabbia sempre a uso e consumo degli inesorabili osservatori, mentre tastava con i polpastrelli la parete. L’ispezione tattile aveva individuato un’imperfezione. Un pannello invisibile di una decina di centimetri per lato nei pressi della porta. Qualcuno aveva provocato una piccola scheggiatura sulla superficie, forse in un frettoloso intervento di manutenzione. Era riuscito a infilare un’unghia nella fessura impercettibile e lo aveva sentito muoversi.

Dai suoi calcoli quello era un punto cieco per le telecamere. Una scelta stupida, ma le persone erano per lo più stupide e i sorveglianti erano i campioni della categoria. Oppure… Che volessero sfidarlo? Una scelta ancora più sciocca.

Ma in fondo cosa aveva da perdere? Anzi, attirare la loro attenzione poteva forzarli a commettere un errore.

Fece leva e il pannello di metallo saltò fuori senza opporre resistenza.

Restò per un attimo spiazzato. Era evidentemente una sfida.

La parte superiore del pannello ospitava un display con cinque led colorati e un led fosforescente con il numero 3; la parte inferiore una fila di pulsanti degli stessi cinque colori del codice del portavivande:

VIOLA INDACO ROSSO VERDE GIALLO

Era offensivo. Cinque alla quinta. 3125 combinazioni. Tre tentativi.

Decise di vedere il loro gioco:

VERDE VERDE ROSSO ROSSO VERDE

La prima e la quinta lampadina si illuminarono di una luce fissa, la terza di una luce intermittente le altre due restarono mute. Un 2 fosforescente prese il posto del 3.

Era talmente facile che si sentì avvampare di rabbia.

Due colpi di tosse. Si era svegliato con un peso sul petto, il catarro nei bronchi e qualche brivido fastidioso. Non prendeva una bronchite da…? Non lo ricordava più. Non importava. Aveva ancora due tentativi ed era sul punto di risolvere l’enigma.

Le luci fisse erano 5, le lampeggianti 3 e soltanto 2 erano spente.

VIOLA GIALLO giallo ARANCIONE — — AZZURRO indaco cremisi ROSSO

Uno dopo l’altro scelse i colori che lo separavano dalla libertà

Quella mattina lo destarono i dolori. Le articolazioni erano stanche di fornire supporto a muscoli troppo flaccidi, sostenuti solo dall’incrollabile volontà del loro padrone.

Il Prigioniero si trascinò verso la parete e osservò soddisfatto l’insieme di luci accese fisse e lampeggianti.

Aveva solo un altro tentativo ma sarebbe stato risolutivo.

35 luci di diverso colore erano accese e fisse, nessuna era spenta e solo due lampeggiavano.

Bastava scambiare i due colori COBALTO e PRUGNA per aprire le porte verso la libertà.

Quando aveva iniziato il contatore segnava 325 tentativi e era stato costretto a usarli tutti per arrivare alla soluzione.

Premette i due pulsanti e invertì i colori.

Attese l’apertura della porta della cella, glielo dovevano, aveva vinto la sfida, li aveva battuti. Invece il pannello policromatico si spense, accendendo in lui una furia impotente. Se fosse stato ancora nel pieno delle forze avrebbe smantellato quella parete a mani nude, a costo di ridurle a pezzi di carne sanguinolenta, ma aveva a malapena la forza di reggere posate e premere pulsanti.

Avevano osato ingannarlo?

Come in risposta la plancia si riaccese. Ma non tutta la fila di luci. I led si alternavano in una danza cromatica, con lampi di durata variabile, in un apparente moto pazzo e caotico.

Al passare dei secondi acquisì la consapevolezza dell’esistenza di una trama sinistra nell’esplosione di luci, un disegno mirato. Gli sembrò di scivolare in un pozzo senza fondo e senza appigli. Prima di perdere conoscenza comprese e si maledì per aver sottovalutato i suoi avversari. Lo avevano ingannato, ma, doveva riconoscerlo, con ingegno.

“Ampliamo la sequenza?”

“Non ancora. Lasciamogli ancora due tentativi.”

“Da quanto tempo è qui?”

“Prima che prendessi servizio, 36 anni. È stato il primo.”

“Poveraccio, nessuno dovrebbe subire una simile tortura”

“Io l’avrei giustiziato sul posto, invece…” Il sorvegliante anziano ruotò sulla sedia e fissò negli occhi il giovane. “Prima di essere rinchiuso, ha ucciso almeno quaranta persone.”

Il giovane non riuscì a trattenere un fischio di incredulità. Posò lo sguardo sullo schermo. Il prigioniero giaceva a terra: un vecchio indifeso con arti scheletrici, radi capelli bianchi, zigomi sporgenti sulla carne secca. 

“E sai qual era la loro colpa?”

L’altro non voleva sbilanciarsi e preferì rimanere in silenzio.

“Le riteneva troppo stupide per vivere.”

Il sorvegliante anziano indicò lo schermo: “Lui è stato il pioniere del nuovo metodo detentivo di estremo isolamento e la cavia ideale. La prima volta lo avevamo rinchiuso in un penitenziario di quelli solidi dal quale non era mai fuggito nessuno, ma non era bastato a trattenerlo. C’ero anch’io, anche se non prestavo servizio nel suo braccio. Si era lavorato la guardia manipolando la sua volontà, il modus operandi che usava con le vittime. Quando arrivammo era troppo tardi. Quel povero cristo penzolava con lingua e occhi di fuori e una strana espressione stupita e stupida in volto. Si era impiccato”.

Si prese un attimo di pausa e sospirò.

“La seconda volta ero sicuro che lo giustiziassero. Ma si offrì per la sperimentazione. Il regime di estremo isolamento era considerato una tortura insostenibile, prima o poi tutti impazzivano. Fu lui stesso a suggerire una scappatoia che avrebbe quietato le coscienze dei benpensanti.”

Il giovane lo guardava con aria interrogativa.

“Uno scopo…”

Il sorvegliante si lasciò scappare un ghigno: “Ha scelto lui stesso il suo supplizio. Un gioco che lo appassionava da bambino: Mastermind!”.

Il vecchio sullo schermo stava tornando in sé e annaspava faticosamente sul pavimento.

“Questa volta però è stato lui a essere manipolato. Ogni suo successo attiva una sequenza di colori in grado di resettare le aree cerebrali della memoria prossimale. Ogni volta che lui vince, dimentica i giorni passati e ricomincia daccapo, come se fosse il suo primo giorno di prigionia. Ci è invecchiato qui dentro e non se ne rende neanche conto. Siamo noi ora i padroni della sua mente.”

Il giovane osservò il vecchio che, confuso, tornava a sdraiarsi a letto.

“L’aspetto più grottesco di tutta la vicenda ancora non te l’ho detto. Sai come avevano soprannominato il killer dei suicidi quegli allegroni della carta stampata?”

“Come?” “Mastermind.”

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