E IO PAGO!

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La citazione che fa da titolo a questo articolo, non vuole essere una lamentela, ma per una volta, una provocatoria invocazione.
Chiedere di pagare qualcosa quando si potrebbe avere quella stessa cosa gratis, può sembrare un controsenso o addirittura una scelta stupida, ma quando si tratta di servizi offerti, forse le cose non stanno proprio così.

Quando un servizio, in qualunque ambito, è gratuito, le nostre aspettative già di partenza non sono propriamente alle stelle, se poi effettivamente, non riceviamo la prestazione che ci aspettavamo, non ce la sentiamo nemmeno troppo di lamentarci perché, del resto, era gratis…
Escludendo gli eventi organizzati da Comune, Regione o qualche altro Ente pubblico – per cui la gratuità dipende dal fatto che le spese sono sostenute dalle pubbliche amministrazioni – quante volte siete stati a un seminario, o avete seguito un corso, o visitato una fiera o una presentazione completamente gratuiti e ve ne siete andati con una sottile sensazione di delusione? Il relatore non era particolarmente competente, l’insegnante non sembrava prendere la cosa sul serio o il moderatore sembrava uno che voleva farsi pubblicità, più che presentare adeguatamente l’evento.
Però, come dicevamo, non avendo pagato nulla facciamo spallucce e ce ne dimentichiamo, fino al prossimo evento gratuito.

Questo è un meccanismo molto diffuso, purtroppo, in certi settori più che in altri, e ha come unico risultato, un graduale abbassamento della qualità.
Pensiamo a un evento organizzato da una libreria, visto che ci occupiamo del settore editoriale, per esempio una retrospettiva sulla letteratura fantasy dagli esordi del genere ai giorni nostri. Se l’evento è assolutamente gratuito, la libreria, che è un esercizio commerciale e quindi deve produrre utile, cercherà di spendere il meno possibile per l’organizzazione, ripiegando su ospiti e relatori che non chiedano un ingente cachet e quindi la qualità e la competenza saranno molto aleatorie perché raramente i professionisti altamente specializzati e competenti accettano di intervenire a titolo gratuito (chiaramente escludiamo le iniziative a scopi umanitari o di beneficenza). Quale sarà il risultato? Se va bene, la libreria sarà in grado di intercettare ospiti e relatori mediamente competenti garantendo una discreta riuscita dell’evento, ma se va male – e da lavoratrice del settore, credetemi, spesso le cose vanno proprio così – verranno contattate persone che si occupano del tema a livello amatoriale, che non necessariamente sono abituate a parlare in pubblico o a gestire le tempistiche di un evento, ma che soprattutto non sentiranno di doversi impegnare oltre un certo livello dal momento che, in fondo, stanno prestando servizio a titolo gratuito. Come dicevamo, dunque, se non si è pagato niente, tendiamo a non aspettarci molto, né la libreria organizzatrice dai relatori che ha contattato, né il pubblico dall’evento in generale, cosa che genera un circolo vizioso, per cui visto che nessuno si lamenta continuerò a proporre eventi mediocri a costo zero senza nessuna spinta per migliorare.

Pensiamo ora, invece, allo stesso evento organizzato dalla stessa libreria, dove però, per partecipare, occorre pagare un biglietto dai 3 ai 5 euro che, se si deciderà di comprare uno o più libri a fine evento, verranno scalati dal totale. È una cifra simbolica, ma che permette di rientrare un minimo con le spese e quindi – pensate un po’ – di poter sostenere delle spese. Ecco che la libreria potrà quindi provare a contattare relatori professionisti garantendo un evento di qualità dal quale, avendo pagato un biglietto, la gente si aspetta qualcosa; e aspettandosi qualcosa si sentirà anche in diritto di fare delle critiche – si spera costruttive – aiutando la libreria a scegliere meglio i propri relatori la volta successiva ingenerando, questa volta, un ciclo virtuoso che conduce verso una maggiore qualità.

Una doverosa nota a margine:
Ci sono eventi organizzati da privati (escludo sempre, ci tengo a precisarlo, eventi con partecipazione pubblica o eventi organizzati per scopi di beneficenza) a partecipazione gratuita che sono straordinari: di qualità e professionali poiché organizzati o da persone estremamente motivate e appassionate verso quello che stanno facendo (ma nemmeno loro dovrebbero accettare di lavorare gratis) o da persone che, anche se molto esperte e competenti in un certo settore, magari non svolgono quell’attività a titolo professionale e quindi non si sentono nella posizione di chiedere un compenso a fronte della messa a disposizione delle proprie competenze, questo succede costantemente nel mondo dell’editoria, ma, mi sento di dire, dell’arte in generale e porta a un altro problema: il fatto che certe professioni, soprattutto di natura artistico/culturale, vengano svalutate con la conseguenza che chi ha studiato per anni ottenendo una formazione a volte anche molto costosa, si trova a dover competere in un mercato dove moltissime persone pensano di potersi improvvisare critici, editor, curatori, organizzatori di eventi, relatori, ecc… in una “gara”, per quanto riguarda i compensi, al ribasso.
Questo cosa comporta? Che contrariamente a quanto scritto nell’articolo finora, le persone che prestano la propria competenza a titolo gratuito nel campo dell’arte e della cultura, spesso e volentieri danno il massimo e anche più del massimo perché sperano che a fronte di una dimostrazione di tale impegno, possa fare seguito un contratto o un qualche tipo di collaborazione. Vi do uno spoiler: nel 90% dei casi, non succede.
Ma questo è un altro problema di cui, magari, parleremo in un prossimo articolo.

E voi cosa ne pensate? La gratuità uccide la qualità?
Fateci sapere la vostra opinione in un commento!

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