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Racconto in concorso

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Di Cinzia Marcello

Cercai di aprire gli occhi ma c’era un velo pesante che me lo impediva.
Dov’ero? Perché non riuscivo a muovermi?
Cercai con tutta la concentrazione possibile di capire cosa fosse successo, ma non riuscivo a sentire se non il momento presente in tutta la sua immobilità.
Avevo il capo girato coattamente verso destra, leggermente reclinato all’indietro, stesa su un lettino gelido.
Provai a muoverlo e fui colta da una vertigine violenta, che mi arrivò dal cranio allo stomaco, gettandomi nel terrore.
Sentivo qualcuno muoversi accanto a me, rumori metallici di sottofondo, quando una mano (qualcosa che interpretai come una mano) mi cinse con forza il braccio. A quel contatto la vertigine cessò di colpo.
Chi sei? Dove sono? – Riuscii a dire nell’imminenza di un conato.
Per tutta risposta la mano sconosciuta si spostò sulla mia fronte e la nausea mi lasciò un attimo di tregua.
Non ci fu una risposta verbale, ma un tintinnio.
Con le mani protese in avanti cercai di capire chi (o cosa) ci fosse accanto a me, ma sentii solo un soffio d’aria, una sorta di energia invisibile di cui non capivo natura e provenienza.
Mi toccai dove pensavo di avere gli occhi, ma trovai un oggetto che copriva completamente la metà superiore della mia testa. Con orrore ne seguii il profilo e sentii che era collegata al mio cranio in maniera continua, come una protesi.
Che diavolo stava succedendo? Cosa mi avevano fatto? Cosa volevano da me?
Il tintinnio si fece più intenso, e fui catapultata in un’onda mentale che mi permise di capirne il senso.
Ti abbiamo dovuta revisionare, avevi un guasto che ti impediva di vedere correttamente la realtà che avevamo programmato per te.
Un brivido di sgomento e di rifiuto mi percorse il corpo, mentre cominciai a ricordare.
Credevo di essere me stessa ma non lo ero. Ero programmata da sempre per vivere una vita fittizia.
Avevo appena iniziato a intuire la verità sulla mia condizione, cominciavo a fare scoperte e ad avere comportamenti conseguenti, danneggiando seriamente il mio sistema di sopravvivenza nell’habitat artificiale in cui, come qualsiasi altro terrestre, ero costretta a vivere.
Era iniziato il mio percorso riabilitativo. Non avevo più scampo.

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