LA LINEA DELLA MORTE

Racconto in concorso

LA LINEA DELLA MORTE

Di Cinzia Fabretti

“Steve, rientra”.
L’uomo contrasse la mascella. Evitò di rispondere e continuò a lavorare. E dire che aveva pensato che sarebbe stato un bene, la presenza di quella donna! Invece si era trasformata in una piaga. Si ripeté le parole nella mente, come se lei le avesse pronunciate con una vocetta stridula che in realtà non aveva: Rientra, Steve! Come lui fosse uno sprovveduto e non un veterano di quel lavoro! Aveva contato sulla calma autorevolezza di una donna e invece quella si era trasformata in un’apprensiva chioccia, sempre pronta a richiamarlo allo scoccar dell’ora.
“Steve…”
Al nuovo avviso si fermò. Represse un’imprecazione e rispose solo: “Sì”.
Avrebbe dovuto rispondere sì, signore, ma ormai la differenza di grado non significava più nulla. Avesse lei saputo mantenere i modi da ufficiale superiore l’avrebbe rispettata di più, ma così… ormai lo chiamava per nome e quando gli comandava il rientro lo faceva con una voce preoccupata che era quasi preghiera. 
Fissò il mare davanti a sé, immoto, e la linea netta che staccava le due zone: illuminata e in ombra. Avanzava con l’orario, riducendo l’area sicura. Aveva un margine ancora ampio, ma dall’incidente di Barney lei era diventata prudente in modo esagerato.
Poteva anche capirlo, ma lui era tutt’altra cosa da Barney. S’era fatto sorprendere dall’alba, lo sprovveduto! Ma cosa ci si poteva aspettare da uno con un nome così? Aveva arrancato per minuti mentre il sole accendeva il suolo e la temperatura dietro di lui si impennava. Quasi ce l’aveva fatta a rientrare nella zona d’ombra, ma proprio alla fine aveva ceduto stremato, e la tuta non aveva potuto contrastare il picco di calore. Assistere impotenti era stato orribile, doveva ammetterlo. Il mezzo corazzato di soccorso l’aveva raggiunto troppo tardi, aveva trascinato alla base null’altro che ceneri e ossa combuste, chiuse in un involucro informe.
Dopo quello il colonnello aveva ceduto all’ansia, mentre Steve, infastidito, si attardava quasi per dispetto, conservandosi solo un labile margine prudenziale. Non poteva esagerare, però. Spense e sistemò negli alloggiamenti gli strumenti che stava usando e si avviò. Aveva quasi completato il tragitto guida, l’automa semovente presto avrebbe potuto attingere al deposito del cratere; avrebbe voluto completare il lavoro entro l’alba ma Kat… o meglio, il colonnello Kat Somerset… Steve stirò la bocca in una smorfia nervosa. Kat aveva ordinato di tornare, e si perdeva un altro giorno.
Una vibrazione sotto i piedi lo colse di sorpresa. Alzò di scatto lo sguardo, fin lì incollato a qualche metro avanti a lui. Il mare di regulite sul suo fianco sinistro, quello strato relativamente sottile di polvere che nessun vento sollevava, era immoto. Le alture del Cratere, anche, s’alzavano immote, ma la vibrazione si fece scossa violenta, più di quanto gli fosse mai accaduto d’avvertire. Lunamoto del cavolo! Quel satellite era assai più attivo di quanto avessero mai immaginato! Dal bordo del Cratere si staccò una roccia e accadde una cosa che a nessun astronauta era ancora mai occorsa di vedere: qualcosa che si muoveva e rotolava sulla Luna, senza che l’evento fosse provocato da un altro uomo! Steve restò affascinato a fissare il masso venire giù, rimbalzando leggero come fosse una pallina di carta, in quella gravità sei volte minore della terrestre.
“Steve!” La voce della donna questa volta gli ferì i timpani, rabbiosa. “Che diamine stai facendo!”
E non era una domanda. Dal suo monitor lo vedeva immobile, mentre la linea assassina si approssimava.
L’uomo riprese il percorso, allungando il passo, trasformandolo in quei balzi altalenanti che davano la sensazione di poter quasi volare. 
“Torno Kat, torno. C’è stato uno spettacolo notevole!”, commentò nel casco, per farle intendere che era del tutto calmo e nei tempi. Fu alla base una manciata di minuti prima del necessario, e chiuse su di sé i portelloni massicci. Si lasciò portare dall’ascensore nel dedalo sotterraneo dei tunnel lunari.
Un rifugio naturale provvidenziale e poco costoso, che li schermava dal continuo bombardamento di micrometeoriti e dal vento solare. Altrimenti, scavare nel sottosuolo non sarebbe stato facile, visto che al di sotto del velo di soffice regulite, di appena otto centimetri di spessore, le rocce lunari diventavano dure come cemento armato. L’opportunità di sfruttare quelle gallerie, legate ad attività vulcaniche primordiali, era stata da subito interpretata come l’evidente invito della Luna stessa ad accomodarsi nel suo ventre, al riparo dalle temperature impossibili della sua superficie.
Nella zona a un terzo G, Steve si liberò della tuta e ripose le attrezzature che aveva usato, doveva dare al fisico il tempo di riadattarsi gradualmente alla maggiore gravità che aumentava nelle zone di passaggio successive, fino a raggiungere nel cuore della base una misura pari a quella terrestre. Per lunghe permanenze la misura era stata necessaria, per prevenire danni fisici ai residenti. Trovare il modo di ottenere l’uno G era stata la sfida più difficile del progetto.
Quando poté varcare l’ultimo accesso, Kat era seduta a un tavolo, chiaramente in attesa di parlargli. Per un attimo immaginò che volesse discutere della sua mancanza di modi militari, ma lo sguardo che gli rivolse fu sufficiente a fargli rimangiare il sarcasmo con cui era pronto a risponderle. Si sedette, invece, prima di chiedere:
“Cosa è successo?”
Perché i lineamenti contratti e lo sguardo perso dicevano già troppo. Kat esitò a lungo, dandogli la sensazione che tentasse di dare ordine a degli argomenti, per decidere da quale partire a spiegare. Infine, alzò le spalle come sconfitta.
“Cosa non è successo, dovresti chiedere… la navetta non può partire”. 
La attendevano di lì a quattro giorni. Portava la fornitura utile a sopravvivere altri sei mesi. Al termine dei quali si sarebbero alternati con un nuovo equipaggio.
Naturalmente avevano scorte per resistere. Steve lo pensò subito, che erano a prova di ritardi. A maggior ragione perché da tre si erano ridotti a due, grazie a Barney. Attese quindi che aggiungesse il resto, perché un semplice rinvio della navetta non poteva rappresentare un così grande problema.
“Non può partire, perché l’intera area è stata devastata da condizioni climatiche eccezionali”, riprese Kat.
L’uomo aggrottò le sopracciglia, una devastazione tale da impedire la normale attività della stazione di partenza significava che c’erano stati danni seri, in un’ampia area anche civile.
“Molti morti?”, chiese.
Kat scosse la testa, abbattuta. “Di più. Il numero di vittime nella regione è ancora imprecisato… non è mai accaduto nulla di simile, città semidistrutte, sono in completa emergenza. Le nostre attrezzature di lancio sono compromesse”. 
“Capisco”.
Steve inghiottì, stentando a immaginare una simile catastrofe. La NASA aveva una base alternativa, comunque, la navetta sarebbe stata semplicemente spostata altrove. Ma non era ancora tutto.
“Ci sono stati disordini ovunque, la gente è insorta contro la politica del governo che non fa abbastanza per il clima… si parla di rivoluzione civile, con bande armate di saccheggiatori ovunque e anche il terrorismo si è scatenato, ci sono stati attentati in più capitali di stato”.
Steve stentava a credere che una simile buriana fosse scoppiata senza che loro ne avessero avvisaglie. Insomma… ricevevano notizie quotidianamente! Indagò il volto di Kat, colto da un dubbio.
“Da quando… da quanto tempo mi stai tenendo all’oscuro?”
La donna resse il suo sguardo.
“Una settimana. Non ho voluto angosciarti inutilmente, aspettavo notizie più certe. In uno degli attentati è andata pressoché distrutta la navetta. La gente è furiosa per il fiume di denaro investito nel progetto Luna e chiede che ogni risorsa si rivolga alla Terra, alla inversione di tendenza, ormai irrinunciabile, sulla produzione di gas e inquinanti. Non hanno più modo di mandarci nulla, Steve. Nessun modo. Men che meno possono venire a prenderci”. 
L’uomo tentò di processare le informazioni. Nessun modo di ricevere rifornimenti. Per quanto tempo? Con la navetta distrutta, con le basi di lancio compromesse, con una nazione nel caos, tra attentati e rivolte… Gli scappò da ridere. Quindi era così, erano bloccati sino alla fine, fino all’esaurimento delle risorse vitali. Quando sarebbe stato? Quanto tempo avevano?
“Potevi lasciare che la linea mi raggiungesse, prima. Le scorte ti sarebbero durate di più”.
Le vide gli occhi allagarsi. “Semmai toccherebbe a me, lasciarti la mia parte di aria e cibo. Tu hai una famiglia, giù. Io no”.
Steve sospirò. Donna. Capace d’averci pensato seriamente.
“Cosa facciamo?”, chiese.
“Razioniamo il cibo. Ho calcolato che con acqua a sufficienza possiamo rinnovare l’ossigeno dell’atmosfera interna, quindi quella non mancherà. Anche l’energia sarà disponibile molto a lungo, grazie ai pannelli solari in superficie. L’acqua è dunque la cosa più urgente, dopo di che saremo in grado di attendere gli sviluppi. Forse possiamo sperare in una missione di salvataggio internazionale”.
Steve scosse il capo. Troppi soldi, per recuperare solo due persone. Che per la maggioranza dell’opinione pubblica erano, in partenza, dei candidati al suicidio. Ma, sì, dovevano comunque tentare di resistere.
“E quando sarà finito tutto?”, chiese ancora. 
Kat gli mostrò un farmaco, in una scatolina anonima. Veloce e pulito. 
“Ti addormenti e non ti svegli più”.
Ne studiò l’espressione. Addolorata, ma senza panico. Non era così debole, in fondo. 
“Entro domani avrò ultimato di collocare i sensori guida e il mezzo robotico potrà farsi strada nel cratere, fino al deposito di ghiaccio sul fondo. Da dopodomani avremo tutta l’acqua che serve, senza limiti”.
Kat annuì, la loro missione era nata da quella inaspettata scoperta, che anche sulla Luna, in punti dove la luce solare non arrivava mai, le temperature mantenevano perenne del ghiaccio.
“La missione è stata un successo, quindi. Saremo i primi esseri umani a bere l’acqua lunare”.
I primi e gli ultimi.

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