IL DEMONE DELLA FORESTA

Racconto in concorso

IL DEMONE DELLA FORESTA

Di Ilaria Damiani

La luce della locanda è accesa. Oltre la finestra, nella penombra, sagome di uomini e donne strisciano come serpi tra i tavoli. Bevono, mangiano, cantano.

Likho, invece, se ne sta ferma sul crinale della collina. Il vento le agita i capelli e le scompiglia le vesti, sembra quasi spingerla avanti, verso il villaggio. Al contrario, lei fa un passo indietro. Non ha il coraggio di scendere da quel maledetto colle, specialmente non quando il vento le sussurra le voci di quella gente. Voci di rabbia, voci di odio.

Scioglie i pugni e il sorriso svanisce dalle sue labbra. Tira un lungo sospiro voltando le spalle alle case, consapevole che anche questa volta non le vedrà da vicino.

Voci di rabbia, voci di odio.

Perché non capiscono? Perché hanno paura?

Eppure Likho cerca solo di fare il meglio, di fare del bene. Pur di piacere alla gente dona loro perfino i suoi fiori di felce: preziosi boccioli che guariscono ogni male. Gli uomini sono fragili e quello è il dono più grande che lei possa fare. Quei fiori sono la cosa più cara che ha. Dopo Dimitri, almeno: il suo unico figlio.

Eccolo, gli sta venendo incontro correndo e saltellando lungo il sentiero.

«Madre». La abbraccia, le sue manine e il suo viso affondano negli strati di pelliccia. Lei si inginocchia e Dimitri le dà un bacio, uno solo, proprio sopra il suo unico occhio.

Lo stringe forte aggrappandosi a quella felicità.

Insieme, tenendosi per mano, si incamminano verso casa. Il tramonto li coglie insieme, seduti davanti al camino a raccontarsi favole.

Diario di Ivan Dobrechev. 23 novembre
Non possiamo aspettare, dobbiamo ucciderla.
Dopo svariati giorni, oggi abbiamo rivisto il mostro. Credevamo fosse scomparsa, ma i bambini del villaggio sono tornati dal bosco con mazzi di fiori di felce: i fiori della strega! Li abbiamo tenuti perché, si sa, guariscono ogni infermità.
Abbiamo imbracciato spade e torce e siamo andati al limitare della foresta. Ed eccola là, che orrore! Era ferma tra gli alberi, pallida e ingobbita. E quell’occhio! Quell’unico occhio che viene dall’Inferno! La sua bocca era storta in un sorriso malefico. Oh, che immagine, che ribrezzo! E pensare che quel demonio ha persino un figlio! Diventerà un mostro come lei, chissà quali tragedie compiranno. Domani è indetto un consiglio. La mia spada è appesa alla parete, pronta a essere usata.

Likho siede al centro della radura, le braccia cullano mazzi di foglie e fiori. Sono così belli, così diversi da lei.

Canta intrecciando corone di petali e rami. E aspetta.

Aspetta seduta per molto tempo. Non vuole arrendersi perché ha colto tutti quei fiori soltanto per loro.

Ma nessun bambino giunge nel bosco, nessuno che viene ad accarezzarle i capelli, nessuno che giochi con il suo Dimitri.

Nessuno. Attende fino al crepuscolo, poi se ne va.

Quando si alza in piedi i fiori piovono sull’erba insieme alle lacrime. «Hanno paura di me» sussurra mentre cerca invano di nascondere il suo volto a Dimitri.

Lui la raggiunge di corsa e le afferra la mano. «No, non hanno paura» la consola con un sorriso, il più bello che lei abbia mai visto «Tu sei buona. Torneranno, vedrai».

Diario di Ivan Dobrechev, 25 novembre
Proprio mi stupisco di come i bambini non la temano. Ieri hanno cercato ancora di tornare da lei, a prendere quei fiori. Lo abbiamo impedito. Abbiamo sbarrato le porte e chiuso in casa i nostri figli. Tutto pur di impedire a quella strega di fare del male ai nostri bambini.

Non possiamo aspettare ancora. Il consiglio ha deciso: domenica marceremo nella foresta.

Likho canta e danza tra i fiori di felce. Le sue mani sfiorano le radici, là dove nascono piante colorate. Queste, pensa, queste le darò tutte ai bambini quando verranno a trovarmi.
È grottesca, è vero, con quegli abiti di stracci e i capelli dritti, ma perfino il suo aspetto sembra svanire di fronte alle meraviglie che plasma con la voce e con le mani. La foresta sembra abbracciarla, cullare la sua voce e accarezzare il suo volto.
Poi, un grido.

Il bosco tace.
Likho si ferma con le braccia a mezz’aria. L’ha riconosciuto immediatamente. «Dimitri!» chiama a gran voce. Comincia a correre trascinandosi nel sottobosco, pestando e strappando le felci. Gli alberi, suoi amici, sembrano sbarrarle la strada. «Dimitri!». Nessuna risposta.
Lo trova soltanto molto tempo dopo, sotto le fioche luci del tramonto. È rovesciato nel fango, caduto come una bambola di pezza. È coperto di sangue, i suoi occhi sono orbite nere e vuote.

Likho si china su quel corpicino martoriato e lo prende tra le braccia.

Diario di Ivan Dobrechev, 28 novembre
Vittoria!
Oggi siamo andati nella foresta. Abbiamo cercato in lungo e in largo. Di Likho non c’era traccia ma quale sorpresa! Abbiamo trovato suo figlio.

Quel piccolo demone era vicino al lago e, con la semplicità di catturare un coniglio, gli abbiamo gettato un cappio al collo. Si dimenava come un piccolo diavolo. E i suoi occhi! Erano spalancati e neri come il carbone, non abbiamo esitato a cavarglieli.
Abbiamo cercato di estorcergli informazioni sul loro nascondiglio, ma quel bricconcello ha deciso di morire subito. Non abbiamo trovato Likho, ma siamo tornati vittoriosi: se quella strega è incapace persino di proteggere suo figlio, forse abbiamo grandi probabilità di ucciderla. Ogni sera la aspetteremo al limitare della foresta e la sconfiggeremo. Una volta per tutte.


Morto.

Likho non ci crede, non può essere vero. Passa molto tempo prima che riesca a muoversi, prima che riesca a realizzare che Dimitri, il suo Dimitri, è davvero morto.

Solo a quel punto una stilettata di dolore, una lancia di fuoco, la passa da parte a parte e le lacera il petto. Lei grida.

Si dice che da quelle labbra sia uscito un tuono e da quel tuono sia nata una pestilenza.

La sua voce, un miasma di veleno e incubi, colpisce il villaggio. Si abbatte sui tetti, attraversa le imposte serrate, si infiltra nei respiri dei suoi abitanti.

Nemmeno i fiori di felce, questa volta, possono guarirli.
Nel villaggio che Likho ha sempre ammirato da lontano, gli uomini muoiono uno dopo l’altro. Forse abbiamo torto, pensano un attimo prima di spirare, forse Likho non è un mostro. Molti di loro ricordano con orrore le loro gesta. Molti addirittura si pentono.

Ma è troppo tardi.
Likho prende tra le braccia Dimitri e torna a casa. Il bosco si chiude su di lei come una chela.

Un’ultima danza tra le felci e Likho imbraccia una torcia. Brucia ogni fiore, ogni albero. «Mai più!» grida tra le fiamme «Mai più meritate il mio aiuto». Quando anche l’ultimo petalo svanisce in cenere, si carica il bambino su una spalla e se va. Ha finito tutte le sue lacrime e sparisce in silenzio tra lingue di fuoco e braci di dolore.

Si dice che un giorno ella tornerà, ma nessuno sa sotto quale aspetto. Certamente non in quello di un mostro.

Forse perdonerà la stoltezza degli uomini e porterà ai bambini fiori di felce per guarire ogni male nel mondo. O forse riderà soltanto di loro mentre li osserverà morire.

Una risposta.

  1. Stefano ha detto:

    Voto questo racconto

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