DÉJÀ VU

Racconto in concorso

DÉJÀ VU

Di Elisa Viscuso

La casa del signor Arnold era una sfarzosa abitazione di campagna. Celata tra gli arbusti della fitta boscaglia, sembrava un fiore solitario in un campo d’erba incolta.

Nessuno passava di lì ormai da anni, e dubitava che vi fosse anima viva ancora a conoscenza dell’esistenza di quel posto.

L’ultimo ad essersi avventurato sino alle porte della sua dimora era stato Marvin.

Marvin era un ragazzone dall’aria sveglia, i capelli biondi a ricadergli sul viso in ciocche scomposte e gli occhi color del ghiaccio.

Non aveva idea di quanto a lungo avesse vagato per le intricate trame del bosco quando, trafelato, era finalmente giunto al cospetto del palazzo del signor Arnold.

L’esterno dell’edificio era ricoperto di rampicanti che il vecchio non aveva più la forza di sgomberare con le sue sottili braccia ossute e, posando una mano sul portone d’ingresso, Marvin si accorse che era aperto.

Non era insolito, in effetti, che Arnold dimenticasse di assicurare la porta prima di andare a letto, eppure nessuno era mai entrato a disturbarlo. Nessuno prima di Marvin, che si era fatto strada lungo il salone principale guardandosi attorno con avida curiosità: le cornici dorate appese alle pareti, i bicchieri di cristallo in fila per due dietro alle splendenti teche di vetro, i candelabri pesanti che, senza alcun dubbio, dovevano valere una fortuna.

Aveva appena allungato il braccio verso il piccolo scrigno posato al centro della mensola sopra il camino spento, quando una voce lo colse alla sprovvista facendolo sobbalzare.

«Salve, ragazzo» Marvin ritrasse la mano con uno scatto, voltandosi per individuare chi avesse parlato.

Dietro di lui, il signor Arnold se ne stava appollaiato sulla sua sedia a rotelle con dignitosa disinvoltura, una coperta sulle ginocchia ed il suo eterno sorriso gentile stampato in viso. Non gli restavano molti capelli sulla testa, e di lui non restava che un fragile involucro sul punto di spezzarsi.

Marvin lo superava senza dubbio in altezza e in larghezza, e aveva la forza e la tempra di un giovane ancora nel fiore degli anni.

Avrebbe potuto tirar giù Arnold dalla sua sedia senza alcuno sforzo. Avrebbe potuto caricarselo su una spalla e seppellirlo in giardino, e nessuno l’avrebbe mai scoperto.

«La porta era aperta» rispose con lenta disinvoltura, prendendosi del tempo per studiare il vecchio senza riuscire a celare una certa malizia. Gettò un’occhiata alla veste da camera del vecchio, seta bordeaux sul quale spiccavano due lettere dorate ricamate sul petto: A. A.

Marvin non aveva mai posseduto una veste da camera ricamata, tanto meno una veste da camera qualunque.

«Oh cielo, che sbadato» la voce di Arnold, sebbene affaticata dall’età, era più vivace di quel che ci sarebbe potuto aspettare da un vecchio solitario e paralitico. Aveva gli occhi annebbiati da un sottile velo di cataratta e il suo respiro era intervallato da un leggero fischio che accompagnava l’abbassarsi ritmico delle sue spalle. «Tanto meglio» lo scosse un lieve colpo di tosse, che lo costrinse a coprirsi la bocca con una mano prima di parlare ancora. «Fuori è quasi buio, e a me non dispiace un po’ di compagnia» riprese infine, senza smettere di sorridere.

Marvin si prese un momento per riflettere sulla proposta. Restando, avrebbe avuto a disposizione l’intera notte per accaparrarsi quante più ricchezze possibili e svignarsela senza dover ricorrere ad alcuna forma di violenza.

D’altro canto, però, una piccola parte di sé continuava a ripetergli che avrebbe fatto meglio a girare i tacchi e tornarsene a casa. C’era un che di sinistro in quella casa che sapeva al contempo di familiarità e di pericolo, sufficiente a suggerirgli quell’unico comando: doveva andarsene.

Prima che le sue labbra potessero muoversi per pronunciare il fatidico rifiuto, tuttavia, udì la propria voce dire «Solo per stanotte».

Per lo stupore si portò una mano sulle labbra, come a voler verificare fossero state proprio le sue a parlare.

«Solo per stanotte» ripeté Arnold, allegro. «Mi accompagni in cucina?»

Come se le sue mani sapessero già dove posarsi, Marvin si affrettò a poggiarle sui manici della sedia a rotelle del vecchio. Spinse la sedia lungo il corridoio come se conoscesse già a memoria la strada, come se l’avesse già percorsa centinaia di altre volte.

«Cosa desidera per cena?» si sentì chiedere.

«Il solito, Marvin» non ricordava quand’è che avesse detto al vecchio il proprio nome, ma si avvicinò al piano cottura senza farsi troppe domande. Quell’impressione, quella che ci fosse qualcosa di sbagliato, stava via via lasciando posto alla più innocua sensazione d’aver già vissuto quelle stesse cose.

Déjà vu.

Non sapeva dire se fosse meglio o peggio.

Scrutò il proprio riflesso sulla superficie brillante della cucina, vagamente distorto dalle trame del metallo. Ciononostante, non poté fare a meno di notare le rughe a solcargli le guance, i capelli bianchi a far capolino tra le ciocche bionde dei suoi capelli. Quand’è che era invecchiato così? I suoi occhi, poi… Quando l’azzurro aveva lasciato posto al nero?

Le sue mani, nel frattempo, avevano cominciato a rosolare una grossa bistecca sulla griglia.

«Poco cotta, mi raccomando» lo istruì il vecchio.

«Come sempre» risposte Marvin meccanicamente, spegnendo il fornello un attimo prima che la carne potesse dorarsi, servendola quindi al padrone di casa su un piatto di porcellana.

Arnold sollevò le mani che, fino a quel momento, aveva tenuto in grembo sotto la coperta.

Le sue dita erano lunghi artigli affilati, con i quali infilzò la bistecca senza troppa grazia prima di portarsela alla bocca per addentarla con bramosia.

«Ti avevo chiesto di strappare le erbacce qui fuori» commentò con la bocca piena, macellando rumorosamente la carne fra i denti «invece, appena hai messo piede fuori dai confini della casa, sei scappato di nuovo» concluse, non senza una punta di irritazione nella voce.

«Mi dispiace, signore» Marvin chinò il capo, mortificato, sfregando le mani callose una contro l’altra.

«Non importa» rispose Arnold con un sorriso «quel che conta è che, alla fine, torni sempre. Ci riproveremo ancora domani».

30 risposte

  1. Liborio ha detto:

    “…ci riproveremo ancora Domani”
    💣

  2. Marco ha detto:

    Voto questo racconto

  3. Filippo ha detto:

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  4. Francesco Lodato ha detto:

    Mi piace molto questo racconto! Unico e molto particolare!

  5. Sara ha detto:

    ….non me lo aspettavo . grande colpo di scena, bravissima!! fan n.1 sempre, un bacino #stanarnold

  6. Francesco Lodato ha detto:

    Ed essendo io scemo…Voto questo racconto

  7. Silvana ha detto:

    Brava

  8. Silvana ha detto:

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  9. Sara ha detto:

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  10. Pietro ha detto:

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  17. Emanuele ha detto:

    Voglio decisamente saperne di più, voto questo racconto!

  18. Elisa ha detto:

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  19. Martina ha detto:

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  20. Rebecca ha detto:

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